Leone d’oro alla carriera per George Clooney. What else? Colpo di scena al Festival di Venezia. Se per un anno non viene a presentare l’ultimo film al Lido, Clooney viene invitato in laguna per il massimo riconoscimento alla carriera. Forse è un po’ prestino (65 anni), ma forse è anche il momento in cui l’hype rischia di scendere e poi tra due tre anni, magari quattro o cinque, George te lo ritrovi in pantofole e vestaglia nella sua villona in Provenza mentre armeggia con la macchina da caffè Nespresso per disincagliare una capsula finita per traverso. Insomma, prima di arrivare al caso Jean-Paul Belmondo (Leone alla Carriera nel 2016 più di là che di qua), meglio che Clooney passi alla cassa della massima onorificenza. Del resto a Venezia più che celebrità e sex symbol il Leone alla carriera si dà all’autore (sono circa dieci anni che si accoppiano regista e attore ndr) e Clooney i suoi film da regista li ha battezzati praticamente con la salmastra acqua lagunare.
Dopo l’esordio acciuffato da Cannes (Confessioni di una mente pericolosa, 2002) Clooney ha portato a Venezia la sua opera più brillante e impegnata – Good Night, and Good Luck nel 2005- bissando con un ulteriore pamphlet sulle mefistofeliche trame dell’agire politico statunitense nel 2011 in Le idi di marzo e ancora con l’allegoria antirazzista Suburbicon nel 2017. Anche le presenze, soltanto da star al Lido si sono succedute con un’attesa spesso spasmodica: Gravity; L’uomo che fissava le capre; Michael Clayton; ma anche in coppia con Brad Pitt per Wolfs (2024), film sbertucciato dalla critica (a noi piacque), dove Clooney interpreta un killer raffinato ma con l’età diventato un po’ disattento e maldestro; o ancora in quel terrificante Jay Kelly (2026) dove si mostra spompato attore in crisi tra macchiette mediterranee e luoghi comuni dell’Italia vista dagli americani perbene. Indubbio però che una cosa all’ex dottor Ross di ER non manca: il fascino. Sempre politicamente ironico e sardonicamente seduttivo, naturalmente carismatico e ostinatamente formale, Clooney è una sorta di Robert Redford imborghesito prestissimo, inclinato più verso le cene di gala per beneficienza con nobile consorte che in un ranch a cavallo nello Utah.
“Ho vissuto tantissimi momenti straordinari a Venezia. La Mostra è senza dubbio il mio festival preferito, e ricevere il Leone d’Oro è un onore immenso. Probabilmente significa anche che sto invecchiando, ma va bene così”, ha dichiarato Clooney dopo aver saputo del riconoscimento veneziano. “Nella sua triplice veste di attore, regista e produttore, George Clooney è un artista completo e carismatico, appassionato e originale”, ha spiegato il direttore del Festival di Venezia, Alberto Barbera. “Perfetta combinazione di glamour da star di altri tempi, grande professionalità e sensibilità moderna, l’attore ha attraversato i generi con versatilità preziosa: i film di guerra con Three Kings e Syriana, il thriller con Michael Clayton, la commedia sofisticata con Ocean’s Eleven e Fratello dove sei?, la fantascienza con Gravity e Solaris, la commedia agrodolce con Paradiso amaro, Tra le nuvole e Jay Kelly. In ciascuno di questi film ha modulato il suo registro senza mai tradire se stesso: ironico e malinconico, affascinante e riflessivo, brillante e capace di profondità inaspettate. Così come nei nove film realizzati quando ha deciso di passare dietro la macchina da presa, che rivelano un’idea esigente e generosa di cinema”. Appuntamento a settembre, allora, con l’arrivo in motoscafo, l’affollato red carpet e ça va sans dire, una rigorosa intemerata anti Trump.