Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Non abbiamo recensito Le città di pianura quando è uscito in sala, a ottobre 2025, e nemmeno quando aveva battuto un record regionale di permanenza nelle sale, a novembre 2025. Né quando, a fine marzo 2026, è stato candidato a 16 David di Donatello, né a inizio maggio 2026, quando ne ha vinti 8. Per carità, si vive anche senza la recensione del film di Francesco Sossai pubblicata sul FattoQuotidiano.it. Invece, proprio quando la stagione cinematografica italiana, nonostante le formulette promozionali della sottosegretaria Borgonzoni, va a concludersi, Le città di pianura è stato recuperato. Con calma, in una sala parrocchiale (questa), senza il fiatone delle bercianti, caotiche e ustionate masse festivaliere o delle anteprime con i critici che urlano le loro non richieste opinioni appena fuori dalla sala.
Ebbene, Le città di pianura è un film meraviglioso e irripetibile, anzi è il miglior film italiano del 2025/2026. Purtroppo, quando l’affaire era montato a Cannes 2025, l’avevamo un po’ schivato per quell’innata idiosincrasia verso la boriosa posa morale del cinema d’autore, il fascio di luce dell’autoelevazione estetica del bello (e verso i finanziamenti pubblici eterni). Pensavamo che Le città di pianura fosse una di quelle opere forzatamente artefatte modello Vermiglio, di quei quadretti storico-antichi, provinciali e dialettali che si sentono olmiani (e brentiani) a prescindere da quello che in realtà sono (la rincorsa corrucciata e impegnata a essere quello che non si è). E ci siamo sbagliati. Non ci nascondiamo dietro un dito.
Perché quella “pianura” del titolo del film di Sossai è chiaramente veneta per comodità anagrafica autoriale (Sossai è feltrino e ha “tocciato” nel sugo della politica alto-basso, della società e dell’economia tra paroni e mona, negli schei, quindi nei miliardari degli occhiali), ma alla fine della fiera risulta uno spazio naturalmente universale, filosoficamente astratto, un vero e proprio sfondo pittorico di un margine umano postindustriale che accoglie figure in scena che quel margine lo occupano con rallentato, etilico esistenzialismo (ragionamento che spediamo a qualche collega che sostiene di non averci visto il Veneto laborioso che conosceva, e ti credo!).
Qualche giorno fa Wim Wenders, in una lezione sull’arte del girare film al Cinema Ritrovato di Bologna, affermava, pressappoco, così: “Io non faccio cinema per raccontarvi una storia ma per mostrarvi quello che vedo io con gli occhi”. Ecco, Le città di pianura è questa cosa qui. Non l’apparente gancio/pretesto della storia di due dropout che ne attraggono un terzo e che insieme ne attendono un altro che deve arrivare all’aeroporto per far proseguire il racconto (pensate alla linearità di Marrakech Express, per dire, verso l’incontro con l’amico che coltiva arance); bensì la dilatazione e lo smarrimento temporale dell’attesa stessa, che poi sommessamente si riforma autentica e imperturbabile oltre l’arrivo dell’ex collega fuggito e della sua memorabile e irresistibile ricerca del “bottino” nascosto.
C’è una carrellata stilisticamente semplice ma estremamente significativa verso tre quarti di film, quando i tre protagonisti (i due beoni e il giovanissimo architetto neolaureato) è come se osservassero dall’auto, finalmente, file di villette, muretti, siepi, steccati, reticolati senza riuscire a vedere (e a far vedere allo spettatore) oltre, ma cercando di nuovo di proseguire, rilanciare, bofonchiando due parole (la sequenza del gelato) o inseguendo un treno in corsa con l’auto (e che ci volete fare, in quel momento Carlobianchi e Doriano diventano mito in purezza). Oppure come nella più ricercata sequenza della Tomba Brion, con l’ancor più esemplificativo frammento in cui Doriano (Pierpaolo Capovilla) prova a guardare faticosamente, mettendosi in punta di piedi, oltre una parete della celebre opera architettonica. Di là, in fondo, non c’è nulla di importante da filmare, ma il filmare stesso prosegue vitale, indomito, necessario.
Le città di pianura è per questo un film puramente wendersiano, qualcosa che sta tra Paris, Texas e Perfect Days, senza nemmeno la pretesa di simboleggiare generazioni, culture, scontri di classe, ma lasciandosi trascinare nello sbriciolamento e nella dispersione della materia dell’esistenza stessa. Non ci sono apici narrativi, turning point spettacolari, dichiarazioni d’amicizia o d’amore, ma questo continuo stazionare senza eccessivi formalismi, questo far significare puramente l’essere, perfino con un tocco ironicamente monicelliano e il surrealismo folk sognante di Krano (il brano Va Pian è un’autentica riuscita ipnosi). Mica facile. Sossai ci riesce.
Ora, il punto è uno, anzi sono due. Ma che diamine di film andrà a fare Sossai dopo Le città di pianura? Perché ha già detto tanto, forse quasi tutto, della sua idea di cinema e il margine di miglioramento è sinceramente minimo o proprio nullo. Secondo: ma, cari colleghi critici che avete votato ai David (chi scrive non vota perché messo in castigo dall’Accademia da 26 anni, ndr), come vi siete permessi di non dare un ex aequo tra Sergio Romano (vincitore del David come miglior attore) e Capovilla? L’uno senza l’altro non sta letteralmente in piedi. E Capovilla non è mica la spalla di Dustin Hoffman, e Romano Jon Voight, in Un uomo da marciapiede. Insieme i due attori, non veneti e che accennano a un vago cantilenare veneto nel loro recitare senza performance dialettali, sono lo spirito stesso di questa infinita pianura in cui non si apre mai uno scorcio umanamente risolutivo ma dove si susseguono sempre gli stessi scrostati e cementificati manufatti industriali del tempo.
Le arene estive aspettano che lo recuperiate. E non dite che non ve lo avevamo detto.