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Per Meloni un presidente della Repubblica di destra non è più un tabù: il problema sarebbe chi

Avrei anche in mente qualche nome, ma pure qualche criticità
Per Meloni un presidente della Repubblica di destra non è più un tabù: il problema sarebbe chi
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di Leonardo Botta

Condivido, non senza riserve, la recente affermazione di Giorgia Meloni: “un presidente della Repubblica non di centrosinistra non è più un tabù”. Ci sarebbe da obiettare che definire “di centrosinistra” personalità come Ciampi, Cossiga, Scalfaro, Segni, Einaudi fa un po’ sorridere; ma, a parte ciò, è sacrosanta l’aspirazione del centrodestra di mandare, al prossimo giro (sarebbe la prima volta), uno dei propri esponenti al Quirinale.

Anzi, confesso che qualche politico di area conservatrice che mi garbasse per tale funzione in passato già c’era: per esempio Antonio Martino, persona competente e liberale doc (poi mi scadde un po’ quando appresi che anche lui aveva votato per la mozione “Ruby nipote di Mubarak”).

Il problema sarebbe ora “chi”.

Ragioniamo per scenari: azzardando una previsione, direi che l’anno prossimo lo schieramento conservatore, forte di un probabile anche se complesso accordo programmatico con il partito di Vannacci, forse rivincerà le elezioni; certo, sono curioso di sapere quali slogan questa volta sostituiranno, in campagna elettorale, vecchie parole d’ordine come blocchi navali, abolizione di accise e legge Fornero, flat tax e tetto alla pressione fiscale, sicurezza, “è finita la pacchia e abbasso l’amichettismo di sinistra”; ma questa è un’altra questione.

Dando per buono lo scenario di una vittoria elettorale del destra-centro con i solidi numeri in Parlamento che deriverebbero dalla riforma elettorale dotata di premio di maggioranza, si aprirebbe dopo due anni la partita per il Colle con il completamento del doppio mandato di Sergio Mattarella. Dunque chi dopo di lui?

In questi giorni girano alcuni nomi di “papabili”: La Russa, Fitto, Alfredo Mantovano. Ora, sorvolando per carità cristiana sul primo (busto di Mussolini, banda di semipensionati di via Rasella, do you remember?), devo dire che trovo interessante l’ipotesi Mantovano, persona sobria nei modi, politico ed ex magistrato dotato di un curriculum che mi pare di tutto rispetto; certo, ci sarebbe l’antipatica questione del rimpatrio con volo di Stato dell’aguzzino libico Almasri, che l’ha visto coinvolto in qualità di sottosegretario di Stato, ma nessuno è perfetto; del resto anche il presidente Napolitano si era macchiato in passato della colpa di vicinanza al regime sovietico, sostenendo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa (chi è senza peccato…).

E veniamo all’ultimo scenario, tutt’altro che remoto: Giorgia Meloni capo dello Stato. Da ciò che leggo e capisco, sembra che la prospettiva la alletti parecchio, credo per almeno un paio di motivi.

La premier ha piacere ad accumulare record: dopo essere la prima donna presidente del governo più longevo della storia, penso che inserire quest’ultima prestigiosissima “figurina nell’album” non le dispiacerebbe affatto. Ma c’è un’altra motivazione che credo la spinga in questa direzione: con o senza Vannacci, c’è il serio rischio che nella prossima legislatura si esaurisca definitivamente la spinta della sua azione di governo.

Effettivamente, di risultati con questo esecutivo se ne sono visti pochini; e con il Pnrr alle spalle potrebbero essere, i prossimi, tempi di vacche magre per il nostro paese. Allora l’idea di farsi ancora due anni a Palazzo Chigi e poi trasferirsi al Quirinale le garantirebbe altri due-più-sette anni in sella.

Tutto legittimo, per carità. Qualche criticità? Un paio, a mio modesto avviso:

– Non mi parrebbe “lineare”, con il “trasloco” di Meloni, un cambio di governo con nuovo premier (chi?) senza passare per nuove elezioni, visto che la legge elettorale in discussione impone l’indicazione del candidato presidente del Consiglio nel programma elettorale;

– sarebbe il primo capo dello Stato non dotato di un “robusto” curriculum studiorum. Insomma, passare dal costituzionalista Mattarella alla professionista della politica (certo talentuosa) con diploma alberghiero Meloni potrebbe condurre a paragoni antipatici. Ma, come si dice, mai mettere limiti alla provvidenza.

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