Come farà ora Vannacci a non subire il tradimento che lui stesso ha inflitto alla Lega?
di Luca Spagnolo, sindacalista militare
Si sa che in Italia la politica non produce più idee, ma fenomeni da baraccone. Prendete il generale Roberto Vannacci. Un tempo l’ufficiale sfilava in divisa, oggi sfila in libreria e nei talk show.
Facciamo un piccolo passo indietro. Tutto comincia quando il generalone decide di mettersi alla tastiera per dare alle stampe — in autoproduzione — il suo magnum opus: un prontuario di “politicamente scorretto” da bancone del bar, condito da un tanto al chilo di luoghi comuni sui gay, l’integrazione e il buonsenso. Nel giro di 48 ore, l’austero alto ufficiale della Folgore si riscopre influencer. E siccome nell’Italia moderna il passo da influencer a parlamentare è breve, la casta nostrana si è subito messa in fila.
In prima fila, come da copione, c’era Matteo Salvini. Il leader della Lega — affetto da una bulimia cronica per qualsiasi fenomeno social capace di portare voti al Carroccio — lo ha imbarcato al volo, convinto di aver trovato la gallina dalle uova d’oro.
Peccato che il “Capitano” non avesse fatto i conti con il Generale. Salvini pensava di aver arruolato un militare tutto d’un pezzo, di quelli che salutano e obbediscono. E invece si è ritrovato in casa il modello plastico del traditore politico. Se lo Zingarelli dovesse aggiornare la voce “tradimento”, sotto i sinonimi potrebbe tranquillamente aggiungere la foto di Vannacci con tanto di mostrine. Appena preso il seggio a Strasburgo, il Generale ha salutato la compagnia, scaricato Matteo e si è messo in proprio, fondando il suo movimento.
A questo punto sorge una domanda: perché adesso Vannacci sta “arruolando” nel suo nascente partito orde di generali, colonnelli e reduci addestrati alla guerra? Che ci deve fare, la campagna di Russia?
Per capirlo bisogna fare un piccolo esercizio di sociologia da caserma. La formazione culturale degli ufficiali dei nostri corpi d’élite non avviene nelle aule universitarie, dove ci si confronta quotidianamente in modo democratico e aperto. No. La cultura delle accademie militari si consolida tra gerarchie rigide, dove la dialettica non esiste e vale la celebre massima del “Usi obbedir tacendo e tacendo morir”. La primissima regola che un cadetto manda a memoria non è la ricerca del dubbio, ma la fedeltà cieca al superiore di turno.
Che questa genìa di alti graduati sia refrattaria ai movimenti democratici e alle conquiste costituzionali non è una novità. Basta vedere come reagiscono ogni volta che la società civile prova a scalfire il loro fortino. Prendete i sindacati tra i militari, riconosciuti solo di recente: una riforma di civiltà che ha provocato un attacco d’orticaria sui petti ricoperti di medaglie dei nostri generali. Emblematiche le parole dell’ex parà Marco Bertolini — mentore dello stesso Vannacci — che definì le rappresentanze sindacali in divisa “una metastasi delle forze armate”. I diritti fondamentali visti come cellule tumorali da estirpare a colpi di adunata.
E qui casca l’asino. Oggi Vannacci — che da politico ha già sperimentato sulla pelle di Salvini quanto sia facile la nobile arte del voltagabbana — ha una sola identica, tremenda paura: subire a sua volta ciò che lui ha fatto al suo ex beneficiario di via Bellerio.
Come ci si mette al sicuro? Semplice: non si arruolano civili, liberi pensatori o politici di professione (che tradiscono per inclinazione naturale), ma ci si circonda esclusivamente di altri ufficiali ed ex militari impastati di ortodossia, disciplina e allergia ai diritti. Gente a cui il condizionamento dell’obbedienza è stato iniettato sotto pelle. Loro sì che possono garantire quella “fedeltà cieca” che il Generale esige per non dormire con un occhio aperto.
Di fronte all’avanzata di questo comitato d’affari in alta uniforme, resta solo un’estrema speranza di salvezza democratica: che nasca, per legittima difesa, il partito dei caporali e della truppa. Almeno con loro si rischia la disubbidienza, ma ci risparmiamo le lezioni di morale da baracca.