Un filler ai glutei fatto dieci anni fa. Alcuni noduli comparsi nel tempo. Un intervento per rimuovere il materiale in eccesso. Poi l’infezione, la febbre a 40, i drenaggi, i ricoveri, otto interventi in anestesia totale in meno di due mesi, antibiotici ogni sei ore, cortisone, un catetere venoso perché le vene non reggevano più. Andrea Sasu racconta così la sua odissea medica, iniziata a causa di una correzione estetica fatta quando aveva 25 anni e precipitata quest’anno, a distanza di un decennio, in una sequenza di ricoveri e ricadute.
Rientrata da poche settimane dall’ultimo ricovero a Berlino, la raggiungiamo mentre si trova a Cannes, nella villa in cui vive con il compagno — lo stilista Philipp Plein — e i figli. Cerca di riprendere in mano la propria quotidianità, ma le conseguenze fisiche sono ancora evidenti. “Adesso sto bene, sto continuando le cure e riesco ad avere una vita normale, però sono stati più di due mesi di calvario”, ci dice. Nata in Romania nel 1990, nota al pubblico televisivo per partecipazioni a Ciao Darwin e Temptation Island e con un solido passato da modella per brand come Dolce & Gabbana e Roberto Cavalli, Sasu ha deciso di accantonare la propria riservatezza per denunciare pubblicamente i rischi latenti di sostanze chimiche presentate ai pazienti come sicure e prive di conseguenze. “Non avrei mai pensato di raccontarlo”, precisa. “Poi a Berlino ho visto arrivare altre ragazze, alcune in gravissime condizioni. Ho capito che era importante sensibilizzare”.
L’inganno dell’Aquafilling: “Mi dissero che era composto al 99% da acqua”
Tutto inizia un decennio fa. “Avevo 25 o 26 anni – racconta Andrea Sasu – ero una che mangiava sano, andavo in palestra tutti i giorni e facevo la modella. Però notavo una piccola asimmetria su un gluteo, la parte destra, e volevo fare una correzione”. La scelta ricade su una clinica in Romania (di cui omette il nome per questioni di riservatezza) che proponeva l’uso dell’Aquafilling, un filler promosso all’epoca come altamente innovativo e sicuro: “Mi avevano detto che era una sostanza riassorbibile con gli anni, perché il corpo è per il 60% composto di acqua e anche il filler lo era al 99%. Era un intervento comunque già all’epoca da 7-8 mila euro”.
Le rassicurazioni cliniche si scontravano però con la reale farmacocinetica del prodotto. L’Aquafilling (noto anche come Los Deline) è un gel idrofilo composto per il 98% da una soluzione di cloruro di sodio e per il 2% da copoliammide (poliacrilammide). Promosso come un filler di lunga durata e altamente biocompatibile, è stato progressivamente associato a gravissime reazioni avverse documentate dalla letteratura scientifica internazionale. Sebbene commercializzato come biocompatibile, la letteratura medica e le organizzazioni sanitarie internazionali hanno progressivamente lanciato allarmi gravissimi sul suo utilizzo. Studi documentati dal National Center for Biotechnology Information evidenziano come il gel possa facilmente diffondersi e migrare attraverso gli strati di tessuto verso altre parti del corpo, causando infezioni ritardate, ascessi, shock settico a distanza di anni e noduli che possono simulare tumori. Negli Stati Uniti la FDA non ne ha mai approvato l’uso, e in diversi Paesi è stato bandito per l’aumento dei volumi corporei, poiché non esiste un antidoto (come la ialuronidasi per l’acido ialuronico) e la sua rimozione richiede procedure chirurgiche invasive.
La migrazione del filler e l’esplosione dell’infezione
A dieci anni di distanza, le complicanze descritte dagli studi medici si manifestano sul corpo di Andrea. “Con gli anni questo filler è migrato. Mi è arrivato fino alla schiena e avevo come due noduli. Non mi facevano male, ma al tatto, quando mettevo la crema dopo la doccia, li sentivo e mi davano fastidio esteticamente”. Per risolvere il problema, Sasu si rivolge a un noto professore a Modena. “Mi ha fatto un’aspirazione in anestesia locale per togliere questo filler in eccesso. Mi aveva avvertito di fare attenzione a eventuali infezioni”. E infatti, a distanza di dieci giorni, la situazione precipita: “Mi sono svegliata di notte, cambiando il cerotto scendeva come un fiume di sangue. Una cosa incredibile”.
Da quel 31 marzo inizia l’odissea tra le strutture ospedaliere, non sempre preparate a gestire le reazioni a queste specifiche sostanze sintetiche. Andrea si reca in pronto soccorso a Monaco dove viene rimandata a casa, poi la febbre sale a 40° e da lì trascorre oltre un mese tra ricoveri e dimissioni. “Mi trattavano per l’infezione, avevo dei drenaggi, l’infezione andava via e mi lasciavano a casa. Ma dopo 4-5 giorni tornava”. Il problema era meccanico prima ancora che batterico: il filler, migrando nei tessuti, aveva creato delle capsule isolate. I comuni batteri della pelle penetravano in queste sacche dove proliferavano, nascondendosi all’azione degli antibiotici. “L’antibiotico non riusciva a penetrare in queste capsule. Trattavano l’infezione, ma non la causa profonda”, spiega Sasu.
La clinica specializzata di Berlino e il collasso del sistema immunitario
La svolta arriva grazie al compagno Philipp Plein e a suo padre, un medico in pensione, che si mettono alla ricerca di una struttura specializzata. Individuano il professor Ole Goertz, esperto presso il reparto di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica del Martin-Luther Hospital di Berlino. “Siamo andati là. Lui tratta ogni giorno ragazze da tutto il mondo con problemi simili. È andato anche in televisione per avvertire della pericolosità di questo prodotto. Mi ha raccontato di donne che hanno perso una gamba, un’altra il seno, tutte a causa di questo Aquafiller”.
Il professor Goertz la sottopone a risonanza magnetica e a un primo intervento per rimuovere il materiale, decidendo di sospendere momentaneamente gli antibiotici per via del lungo periodo di somministrazione già affrontato. Andrea torna a casa, ma il suo corpo cede. “Ho iniziato a gonfiarmi dappertutto, ero come un elefante. Avevo dolori fortissimi, non riuscivo a sedermi, febbre ancora a 40. Sono dovuta tornare a Berlino da sola, in ospedale non potevano credere a come mi fossi ridotta”.
La situazione clinica degenera in una grave risposta sistemica. In totale, Sasu viene sottoposta a 8 interventi chirurgici in anestesia totale in meno di due mesi. “Più mi operavano, più mi gonfiavo. Il mio sistema immunitario era andato completamente in tilt”. L’équipe medica decide di intervenire con dosi massicce di cortisone (steroidi) per arginare l’infiammazione autoimmune, supportate da tre diversi antibiotici somministrati ogni sei ore. “Le mie vene erano bucate dappertutto, non ce la facevano più. Mi hanno dovuto mettere un PICC line (un catetere venoso centrale, ndr). Avevo drenaggi grossi e lunghi inseriti nei tessuti, facevano lavaggi continui. I dolori erano tali che dovevano somministrarmi la morfina”.
L’appello alla consapevolezza
Durante il lungo ricovero (“Le ultime due settimane in ospedale non ho visto Philipp né i bambini: mi sono sembrate un anno”), l’ex modella si è scontrata anche con l’odio della rete: “Avevo lasciato aperti i messaggi su Instagram e mi sono arrivate cose terribili: gente che mi augurava di non uscire dall’ospedale, di morire. Questa cattiveria non aiuta, soprattutto quando sei già fragile”. L’osservazione diretta di altri casi clinici simili al suo l’ha spinta a rompere il silenzio: “Mentre ero ricoverata, sono arrivate altre tre o quattro ragazze con infezioni gravissime. Il professore mi diceva: ‘Adesso devo andare a trattarne un’altra’. Ho visto donne con problemi enormi; mi hanno raccontato di una ragazza in Romania ricoverata da quattro anni. Non avrei mai pensato che per una cosa comune come un filler potessi trovarmi così”. A differenza dei filler a base di acido ialuronico, che in alcuni casi possono essere trattati con enzimi specifici, materiali di questo tipo possono richiedere interventi chirurgici, lavaggi, drenaggi e debridement, senza che sia sempre possibile eliminare ogni residuo.
Il suo appello è indirizzato a chi approccia la chirurgia estetica con leggerezza: “Quando sei giovane non ci pensi. Firmi, leggi velocemente, magari non capisci tutto. Ma neanche il prezzo o la struttura, da soli, sono una garanzia. Bisogna andare da professionisti veri, informarsi sui prodotti, capire se sono stati testati e cosa succede dopo anni. Bisogna vedere se ci sono studi scientifici e consultare professionisti esperti”. L’aspetto più complesso, in casi di questo tipo, è proprio la difficoltà di trattare complicanze da sostanze iniettate anni prima, soprattutto quando il materiale è migrato, si è distribuito nei tessuti o ha favorito reazioni infiammatorie croniche: “Gli ospedali non sempre sanno esattamente che sostanza hai dentro e con quale terapia procedere. Se non trovi un medico che conosce davvero questi casi, puoi andare avanti per mesi”. Non è un’accusa ai singoli medici, precisa, ma una constatazione maturata dopo settimane di ricadute. “A Monaco mi curavano l’infezione, ma poi tornava. A Berlino sapevano invece come eliminare la causa. Il problema di queste sostanze è che non te ne accorgi subito: il danno emerge dopo anni”.
Credit foto: Leonardo Mannoli