“Non abbiamo salvato vite, purtroppo. Abbiamo aiutato a riportare quelle vittime alle loro famiglie. Questo, per noi, era l’obiettivo che contava”. Patrik Grönqvist, 54 anni, subacqueo finlandese, racconta così al Corriere della Sera la spedizione nella grotta marina di Dhekunu Kandu, alle Maldive, dove sono stati recuperati i corpi di Monica Montefalcone, della figlia Giorgia Sommacal, di Federico Gualtieri e di Muriel Oddenino.
Insieme a Sami Paakkarinen e Jenni Westerlund, Grönqvist ha partecipato alla missione che ha permesso di riportare a casa le vittime. Per questo il presidente Mattarella ha conferito ai tre l’onorificenza al Merito della Repubblica italiana. A rappresentarli a Roma è stato proprio lui.
Ripercorrendo quei giorni, il sub spiega che affrontare un’immersione per recuperare delle vittime è diverso dal tentare un salvataggio: “Non c’è una vera corsa contro il tempo. Ma questo non rende la missione più semplice. Quando entri per recuperare vittime, la grotta resta una grotta”.
Non è stata l’immersione più difficile della sua carriera, ma certamente una delle più impegnative. “Se non ci fossero state le vittime e fossi andato lì solo per mapparla, sarebbe stata tranquilla. Sempre in sicurezza: quando si entra lì serve concentrazione“.
Il momento più intenso è arrivato dopo quasi un’ora di ricerca. “È stato un sollievo, perché eravamo arrivati dalla Finlandia proprio per quello. Ma è stato anche molto triste“. I quattro sub italiani si trovavano nella stessa area, a pochi metri l’uno dall’altro. “Iniziavo a temere che non fossero più nella grotta, che magari fossero usciti e che il mare li avesse portati via: sarebbe stato quasi impossibile ritrovarli. Quando li abbiamo visti, avevamo ancora cinque minuti”.
Nella grotta c’erano anche degli squali. “Dentro c’erano piccoli squali nutrice. Il terzo giorno fuori c’era anche uno squalo tigre. Durante il recupero si è avvicinato a un corpo già agganciato alla linea. Sembrava pronto ad attaccare”. Lui e i suoi compagni sono riusciti ad allontanarlo.
Quanto alle possibili cause della tragedia, Grönqvist precisa di poter fare soltanto ipotesi. Ma un’idea se l’è fatta: “Con quel tipo di attrezzatura, entrare in quella grotta è stata una cattiva idea. Forse quando si sono girati per uscire non c’era più visibilità, magari perché avevano smosso il fondo. Senza torce adeguate, ritrovare l’uscita è difficile“. E aggiunge quello che, per chi pratica immersioni in grotta, è un principio fondamentale: “Non avevano steso una sagola. È la regola numero uno”.