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“Vennero a prendermi nei camerini, uno aveva una pistola. Mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a un processo popolare”: Francesco De Gregori e l’aggressione del 1972

L'artista venne come temporaneamente sequestrato da un gruppo di giovani appartenente al gruppo politico di estrema sinistra di Autonomia Operaia

di Davide Turrini
“Vennero a prendermi nei camerini, uno aveva una pistola. Mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a un processo popolare”: Francesco De Gregori e l’aggressione del 1972

Continua il dibattito sulle parole di Francesco De Gregori che hanno destato scalpore: “Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra perché tutto ciò tutto che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente”.

In molti hanno contestato le sue parole e la memoria corre improvvisamente al 2 aprile 1976, quando un episodio scosse l’artista. “Vennero a prendermi nei camerini in dieci, uno aveva una pistola, e mi fecero tornare sul palco, dove venni sottoposto a una sorta di processo popolare”. Francesco De Gregori l’aveva raccontato così quel giorno, quando, al Palalido di Milano, alla fine di un concerto già continuamente interrotto da insulti, assalti sul palco, scontri e urla, venne come temporaneamente sequestrato da un gruppo di giovani appartenente al gruppo politico di estrema sinistra di Autonomia Operaia.

È l’anno del tour promozionale dell’album “Bufalo Bill”, 33 giri che, a detta dello stesso De Gregori, è il suo più riuscito. Solo che i settanta non sono solo gli anni dell’affermazione del cantautorato di sinistra, o almeno afferenti ad una larga area progressista attorno al Partito Comunista Italiano, che si affermano a livello commerciale. È l’epoca critica di un durissimo scontro tra gruppi ex parlamentari radicali di sinistra e i rappresentanti della sinistra istituzionale che ricade clamorosamente nell’ambito musicale, più che in ogni altra arte popolare. La contestazione radicale e spesso violenta contro i cantautori di sinistra che, come De Gregori, finiscono anche in cima all’hit parade riguarda proprio il modo con cui questi vivono il successo, speculando sulla musica per arricchirsi e facendo una vita di lusso al contrario della massa operaia. Insomma, tradiscono gli ideali rivoluzionari.

La serata del Palalido la ricorda così Mario Luzzatto Fegiz sulle pagine del Corriere della Sera. “Con la stessa tecnica con la quale circa due anni fa era stato interrotto il concerto dell’astro del rock decadente Lou Reed, un gruppo di giovani in formazione ha preso posizione dietro il palco, gratificando De Gregori con ingiurie e accusandolo di speculare con le canzoni politiche. Poco più tardi alcuni elementi, staccatisi dalla formazione principale, prendevano possesso del palco e, impadronitisi del microfono, leggevano, fra la confusione generale, un comunicato contro l’arresto, avvenuto a Padova, di un militante della sinistra extraparlamentare”.

Insomma, immaginate un live che viene continuamente interrotto e che in un clima di forte tensione – si racconta che nell’interruzione sugli spalti del Palalido venne attuata la “caccia al fascista” – si trascina tra un Rimmel (pezzo contestatissimo sulle riviste extraparlamentari ndr) e un Atlantide fino alle 22.30 quando concluso il concerto il musicista romano si ritira in camerino inseguito dal gruppo di contestatori muniti di pistola.

“Esci – gli gridano – torna sul palco a parlare con noi o sfasciamo tutto’. Le maschere e il servizio d’ordine cercano di arginare l’assalto, ma inutilmente. Dopo qualche minuto De Gregori esce”, scrive Fegiz. L’ira non si placa affatto: “Suona per i lavoratori, non ti mettere in tasca i soldi”. “Quanto hai preso stasera?” urla un giovane. “Credo un milione e due… – sussurra con un filo di voce De Gregori -, ma poi c’è la Siae…”. “Se sei un compagno, non a parole ma a fatti, lascia qui l’incasso”, ribattono.

Prende la parola un uomo con la barba bianca, d’età indefinibile: “La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alle arti o alla musica. Lo diceva anche Majakovski che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu!”. Fegiz descrive un De Gregori che “ascolta pallido e silenzioso” e che “con scarsa convinzione mormora al microfono: “Forse sono una vittima dell’industria…”. “La delirante farsa del ‘processo’ continua: “Va’ a fare l’operaio e suona la sera a casa tua”.

Alcune ragazze piangono, altri oratori continuano sullo stile dei precedenti accusando tutti i presenti che han pagato l’ingresso di essere “una massa di c…”. Il racconto del testimone di quella sera si conclude con la descrizione di un trauma che per l’autore romano sarà difficile da superare: “De Gregori riesce a raggiungere il camerino. Appare distrutto e conclude: “Non canterò mai più in pubblico. Stasera mancava solo l’olio di ricino, poi la scena sarebbe stata completa”.

Dopo un breve tour autunnale in città periferiche, De Gregori si auto isolò realmente per quasi due anni e ritornò sulle scene e in pubblico solo grazie all’invito dell’amico Lucio Dalla per ricominciare a suonare dal vivo nello storico incontro diventato poi l’album “Banana Republic”.

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