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Ultimo aggiornamento: 13:20

L’allarme di Fassina: “Ucraina nella Ue? Porteremo nel mercato 80 milioni di lavoratori che guadagnano appena 400 euro al mese”

L'economista spiega perché l'adesione di Kiev alla Ue sarà il colpo di grazia per i lavoratori italiani ed europei
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Con l’ingresso dell’Ucraina nella Unione europea, l’Europa si consolida irreversibilmente verso un feroce mercato contro il lavoro e le piccole imprese. Finisce ogni prospettiva di una qualche capacità decisionale a livello geopolitico e le decisioni che si prenderanno saranno negative per questa parte dell’Europa”. È l’allarme lanciato ai microfoni di Battitori liberi, su Radio Cusano, da Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia nel governo Letta e fondatore dell’associazione Patria e Costituzione. L’economista, da sempre voce della sinistra critica verso le politiche neoliberiste dell’Unione, smonta categoricamente l’idea di un’adesione immediata di Kiev, descrivendola come una scelta destinata a infliggere un colpo definitivo al modello sociale europeo.

“Un punto che viene sempre rimosso – spiega – è che la politica estera non è una variabile neutrale ma ha una precisa dimensione sociale e di classe che incide pesantemente sulla ‘vecchia Europa’ e sulle prospettive dei lavoratori. L’ingresso dell’Ucraina, insieme agli altri otto Stati candidati in lista d’attesa, porterebbe nel mercato unico circa 70-80 milioni di lavoratori con salari medi di appena 400 euro al mese. E secondo voi che cosa succederà ai lavoratori di questa parte dell’Europa che già sono in condizioni critiche?”.
Secondo Fassina, l’effetto sarebbe identico a quello dell’“esercito industriale di riserva” descritto da Marx, cioè un dumping sociale senza precedenti, delocalizzazioni selvagge, compressione salariale ulteriore e accelerazione della crisi della classe media.
Nel confronto con i conduttori Gianluca Fabi e Savino Balzano, l’economista sottolinea come questo meccanismo non sia diverso da quello determinato dai flussi migratori irregolari: “Non si tratta di coincidenze o di un vento da Marte, ma di precise dinamiche di movimenti di capitali, merci e persone su terreni di gioco profondamente asimmetrici. Nei manuali di economia standard del primo anno, viene spiegato che la concorrenza produce benefici perché si gioca tutti sullo stesso terreno. Ma se uno gioca con salari e tasse che sono a un livello e l’altro gioca con salari e tasse che sono a un terzo di quel livello, succede quello che vediamo”.

Fassina contesta anche la proposta di eliminare il diritto di veto nelle decisioni europee, definendola “una questione tutta italiana”. Nessun grande partito negli altri paesi membri, osserva, è disposto a rinunciare a questa garanzia costituzionale. E aggiunge: “Premesso che questa cosa non succederà mai, voi dovete trovarmi un solo partito politico di una qualche significanza che nel resto dell’Unione Europea è sulle posizioni di togliere il diritto di veto. Nessuno lo fa perché tutti ci tengono alle rispettive Costituzioni”.
A titolo d’esempio, si domanda dove sia, nei trattati dell’Unione Europea, un principio equivalente all’Articolo 11, il quale stabilisce che l’Italia ripudia la guerra. E mette in guardia i progressisti, con un monito rivolto a tutta la sinistra europea, che rischia di spalancare le porte a decisioni ostili ai diritti sociali senza più strumenti di tutela: togliere il veto, infatti, significherebbe accettare che un domani un consesso di governi di destra (citando possibili vittorie di Le Pen, Vox o AfD) possa imporre decisioni a maggioranza.
Bisogna stare molto attenti“, ribadisce Fassina, che evidenzia anche dal punto di vista economico un conflitto strutturale tra i trattati della Ue, che hanno come principio guida la stabilità dei prezzi, e l’articolo 41 della nostra Costituzione, che subordina l’iniziativa privata all’utilità sociale. Superare il diritto di veto significherebbe, quindi, “archiviare” la nostra Costituzione per integrare definitivamente l’Italia in un mercato “feroce” contro il lavoro.

L’ex viceministro dell’Economia conclude con un invito alla lucidità, sostenendo che l’Ucraina può essere sostenuta efficacemente anche restando fuori dall’Unione Europea. Esistono già strumenti come la Comunità Politica europea, che include circa quaranta stati per il coordinamento politico, e vari programmi per gli aiuti economici. E chiosa: “La spinta per un’integrazione immediata dell’Ucraina nella Ue è, in realtà, un’operazione disperata di una classe dirigente che punta alla propria sopravvivenza in un contesto di guerra permanente, a scapito di lavoratori e piccole imprese“.

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