I film da non perdere al cinema, da Kill Bill in versione originale a Backrooms
Uscì tra il 2003 e il 2004 in due capitoli, anzi volumi, il quinto film diretto da Quentin Tarantino. Con il suo minutaggio oceanico diviso a metà per esigenze di distribuzione è tornato in sala come evento speciale, dal 28 al 3 giugno. Ma nessuno lo aveva mai visto nella versione originale del regista di Knoxville. Intanto Kill Bill: The Whole Bloody Affair contiene alcune sequenze inedite, in più quella degli 88 Folli, banda di criminali in katana affettata dall’Hattori Hanzo di Uma Thurman è qui a colori, evitando quella censura estetica che fu il bianco e nero. L’attrice già iconica per Pulp Fiction esplose letteralmente in un ruolo dalle difficoltà sovrumane, e a oltre vent’anni di distanza resta di una potenza implacabile, rappresentando la spettacolarizzazione allegorica della vendetta più truce su ogni forma di maschilismo tossico e femminicidio.
Ma al tempo stesso oggi Kill Bill è anche un’elegia, ovviamente molto pulp, dell’amore materno e in qualche modo della resilienza femminile… con katana. Riguardare la Thurman in versione originale può essere sicuramente una riscoperta: una grandissima attrice che in questi 20 anni avrebbe meritato anche più ruoli imponenti di quelli visti.
Oggi Kill Bill, oltre a una lectio magistralis attoriale quanto di cinema per chi lo fa, per chi lo guarda e per chi lo studia, rappresenta un caposaldo che fuse i linguaggi dell’animazione e delle arti marziali orientali con l’exploitation, il percorso dell’eroe (qui eroina) e l’epica della vendetta per diventare esempio più alto di cinema legato alle commistioni tra i generi. Con le musiche che spaziano da Ennio Morricone a RZA passando per Luis Bacalov, Quincy Jones e Charles Bernstein, senza tralasciare una foresta di dance ed electro-rock che sintetizzano l’onnivoracità autoriale, si viaggia in un mondo cinematico che nella sua bolla di 4 ore e 41 minuti sovrasta in ogni senso qualsiasi ipotesi di confronto con saghe o serie.
Poi per la bellezza pura della composizione in ogni fotogramma, senza tralasciare il cast dai compianti David Carradine e Michael Madden alle combattenti Lucy Liu, Daryl Hanna, Chaki Kuriyama con le loro coreografie, incredibili per noi, mortali per le nemiche e i nemici di Black Mamba, il film di Tarantino in questa versione definitiva s’innalza a esperienza cinematografica assoluta. Pur di avere uno stomaco resistente alle scene violente, quanto al digiuno per la lunga durata. Suggerimento: non andate via durante i titoli di coda perché alla fine vedrete un’altra scena inedita.
Con il suo nuovo L’amore che rimane, il regista islandese Hlynur Pálmason racconta una storia molto più intima e raccolta dei suoi precedenti lavori, anzi estendendoli in un suo continuum autoriale poiché la vicenda stavolta riguarda una famiglia. Una separazione è in atto, lei artista contemporanea comunque supportata dal marito, pescatore su un’enorme nave d’altura. I tre figli vivono il momento senza disagio, tutto è pacato, anche certi rifiuti di lei. Tutto è bucolico su quest’isola selvaggia che offre una vita senza stress. La potenza della natura ritorna costante nelle sue opere, ma qui il realismo descrittivo a volte si mescola con una regia visionaria, con alcune sequenze epifaniche. È un tipo di cinema prettamente scandinavo, che riesce a raccontare un momento difficile in maniera incredibilmente sobria. Un vero e proprio viaggio immersivo nella cultura islandese. I tempi dilatati e la calma della macchina da presa sono una specie di balsamo per lo spettatore che fugge dal lavoro in una città frenetica per ripararsi un paio d’ore al cinema, gongolandosi in un mondo che sembra davvero fatto a misura d’uomo.
Giungiamo infine ad un mistery con tenaci venature horror. Ha soltanto 20 Kane Parsons, enfant prodige pescato da A24 nel mare magnum di YouTube. Il suo Backrooms nasceva qualche anno fa come una serie di video creepypasta. Cioè raccontini horror e leggende metropolitane inquietanti (creepy) e copiati e incollati sul web (paste) tramite i social. Milioni di visualizzazioni per queste interminabili stanze vuote e gialline che ora con la partecipazione di due candidati all’Oscar, Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor diventano un buon film probabilmente destinato al sequel. Mentre lotta contro il fallimento del suo enorme negozio di mobili con degli spot improbabili, un uomo solitario e triste scopre una sorta di porta interdimensionale che lo conduce ad un labirinto infinito di stanze inesistenti simili al suo showroom. In questo verrà coinvolta anche la sua imperturbabile psicanalista.
L’inquietudine e la liminalità dei non-luoghi extra-dimensionali e deformati se per estetica farebbero pensare a qualcosa di lynchiano, per dinamiche narrative ricordano il Sottomondo di Stranger Things, che avrà, quantomeno anagraficamente influenzato il giovanissimo regista. Ciononostante la trovata e la struttura narrativa risulta molto originale costruendo un horror non truce fatto di tensivi vuoti, silenzi e ronzii al neon, che costruiscono tutto sul disagio dello spettatore un po’ come Beau ha paura, It follows, o addirittura Essere John Malkovich, ma con un “nemico” ben meno definito di Rosmary’s Baby. Non è assolutamente un capolavoro Backrooms, intendiamoci, ma sicuramente un buon giocattolo narrativo che diverte nell’infondere ansia. Forse il sentimento negativo più in voga e più sottovalutato in questo povero millennio, che produce più orrori di quelli che immaginiamo. In più potrebbe venir letto come una sorta di metafora anticommerciale, anzi di morte/fine del commercio. Il negozio del protagonista, vero e fittizio, in fin dai conti è come un’Ikea vuota e noiosa senza fine. State male solo a immaginarlo vero? È esattamente questa la funzione dell’horror, espiare il male in sala con paura, dolore, disagio, e quindi ansia, per farci uscire dal cinema più sorridenti, seppur destabilizzati, per affrontare magari in maniera più ironica i lati oscuri della vita vera. #PEACE