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“Niente acqua del rubinetto al ristorante”: turista fa causa e chiede 2700 euro di danni, ma la Cassazione dà ragione a un hotel 5 stelle e fissa la regola

Una turista ha fatto causa a una struttura di Corvara in Badia chiedendo 2.700 euro di danni per il rifiuto di servirle acqua della rete idrica. Per la Suprema Corte non esiste alcun obbligo di legge: la scelta spetta al locale

di Redazione FqMagazine
“Niente acqua del rubinetto al ristorante”: turista fa causa e chiede 2700 euro di danni, ma la Cassazione dà ragione a un hotel 5 stelle e fissa la regola

I ristoratori e gli albergatori che scelgono di non servire acqua del rubinetto ai propri clienti non violano alcuna regola. A chiudere definitivamente una discussione che da anni anima i tavoli dei locali italiani è stata la Corte di Cassazione, mettendo la parola fine a una singolare disputa legale nata a Corvara in Badia, nel cuore delle Dolomiti. Protagonisti della vicenda sono una turista e un noto hotel a cinque stelle della zona.

Una vacanza da 5.700 euro e l’acqua a 10 euro al litro

I fatti risalgono alle festività di Natale del 2019. La cliente si trovava in vacanza nella rinomata località altoatesina dopo aver acquistato un pacchetto in mezza pensione del valore di oltre 5.700 euro, con una formula che prevedeva le bevande escluse dal prezzo finale. Durante le cene, la donna ha domandato ripetutamente al personale di sala di poter consumare una caraffa di acqua della rete idrica locale, precisando di essere disposta a pagare la richiesta come un normale costo di servizio da aggiungere al conto. La direzione della struttura ha però opposto un fermo rifiuto. L’albergo ha infatti applicato la propria rigida politica commerciale interna, che prevedeva unicamente la somministrazione di bottiglie di acqua minerale al prezzo di circa 10 euro al litro.

La richiesta di 2.700 euro di risarcimento

Considerando questo diniego come la violazione di un principio essenziale, la turista ha deciso di intraprendere le vie legali e ha trascinato in tribunale la struttura ricettiva. La sua linea difensiva si basava sull’idea che l’accesso all’acqua rappresenti un diritto umano fondamentale. Sulla base di questa convinzione, la donna ha richiesto un risarcimento danni complessivo di circa 2.700 euro, calcolato per coprire sia il danno economico subito sia il disagio personale patito nel corso del soggiorno.

La decisione della Suprema Corte

L’argomentazione della turista non ha fatto breccia nelle aule di giustizia e la sua richiesta di risarcimento è stata respinta in ogni grado di giudizio, fino ad arrivare alla definitiva pronuncia della Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito in modo inequivocabile che all’interno dell’ordinamento giuridico italiano non si rintraccia alcuna norma di legge che imponga agli operatori del settore della ristorazione o dell’alloggio l’obbligo di servire la comune acqua del rubinetto. I giudici hanno stabilito che, in assenza di un patto contrattuale stipulato in precedenza tra l’albergo e l’ospite al momento della prenotazione, la gestione della carta delle bevande e la scelta di vendere esclusivamente acqua in bottiglia rientrano nella totale e legittima libertà d’impresa della singola attività commerciale. L’acqua del rubinetto al tavolo, in sintesi, non è un diritto acquisito del cliente.

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