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Crisi Cuba-Usa, il maestro di boxe Suarez: “Le palestre chiuse da tre mesi. È un momento buio, ma ne usciremo a testa alta”

L'intervista a Santiago Suarez, allenatore capo della Nazionale giovanile cubana: "La situazione è complicata e gli allenamenti sono sospesi. Il pugilato mi ha insegnato ad affrontare le difficoltà"
Crisi Cuba-Usa, il maestro di boxe Suarez: “Le palestre chiuse da tre mesi. È un momento buio, ma ne usciremo a testa alta”
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Santiago Suarez è l’allenatore capo della Nazionale giovanile cubana di boxe, uno sport che ha regalato all’isola tanti tanti successi sportivi con una sfilza lunghissima di medaglie olimpiche e atleti che hanno fatto la storia come Teofilo Stevenson. Il pugilato di Cuba è conosciuto in tutto il mondo, da qualche anno ci sono allenatori cubani dappertutto, molti guidano le Nazionali estere, altri hanno aperto una palestra in Europa, ce ne sono alcune anche in Italia. Suarez è rimasto in patria, lì ha sempre avuto un suo lavoro, fino a qualche anno fa è stato coach della Nazionale femminile di cui è stato un vero pioniere.

Il suo Paese sta vivendo momenti terribili e anche il suo sport prediletto soffre. Sono tre mesi che la palestra dove allena è chiusa. Tre mesi che se ne sta a casa senza lavoro, quello che sa fare è il Maestro di boxe. In questi giorni poi la mancanza di elettricità si fa sentire ancora più del solito ma dice che facendo sacrifici un piatto in tavola non è mai mancato per moglie e figli. Paura del futuro non ne ha, perché non crede che gli Stati Uniti possano intervenire militarmente.

Qual è la situazione del pugilato e delle palestre a Cuba in questo periodo così complicato per l’isola?
In questo momento la situazione qui a Cuba è complicata e gli allenamenti sono praticamente sospesi. Qui non esistono palestre private, sono tutte di proprietà dello Stato, e le strutture delle selezioni nazionali sono quasi del tutto chiuse a causa della situazione in cui versa il Paese.

Quali sono le difficoltà principali che vi impediscono di proseguire l’attività?
Il problema principale è la situazione del Paese riguardo alla questione del petrolio, una crisi che comunque sta colpendo il mondo intero. Per il resto, i motivi della chiusura delle palestre sono più o meno quelli relativi a trasporti, elettricità e logistica.

Questo blocco totale vale per tutto il movimento pugilistico cubano?
Per quanto riguarda l’estero no: le figure di punta delle nostre squadre principali continuano a prepararsi, a seconda dei casi, fuori dal Paese. Ma per il resto, per le selezioni nazionali giovanili, non ci alleniamo ormai da circa tre mesi.

Cosa prova un allenatore che ha vissuto in palestra fin da piccolo di fronte a questo scenario? E qual è lo stato d’animo dei ragazzi?
È davvero difficile la situazione che stiamo attraversando in questo momento. È dura non poter rispettare i programmi e le competizioni che avevamo pianificato. Per quanto riguarda i ragazzi della Nazionale, non saprei dirti di preciso perché ultimamente non ho avuto molta comunicazione con loro.

Molti dicono che sia il momento più buio per l’isola da decenni a questa parte. È così?
Sì, credo che quello di oggi sia un momento parecchio difficile per il nostro Paese. Però ne usciremo a testa alta, come hanno sempre fatto i nostri leader e il nostro popolo. Ci tocca sempre resistere e superare le situazioni difficili.

Di chi è la responsabilità principale di questa crisi secondo lei?
Credo ci siano molte persone e molti governi colpevoli, ma senza ombra di dubbio la causa principale sono la repressione e il confinamento degli Stati Uniti contro il nostro governo. Ci sono molti Paesi che ci aiutano e vogliono aiutarci – come il Messico, la Cina, la Russia, l’Italia e molti altri – ma il blocco e le restrizioni degli Stati Uniti limitano questi aiuti. Gli altri Paesi, com’è logico che sia, preferiscono non scontrarsi con una delle potenze più grandi del mondo.

Pensa di rimanere a Cuba in futuro?
Sì, per ora penso di rimanere a Cuba, anche se grazie al mio lavoro viaggio spesso all’estero e questo mi permette di garantire un benessere maggiore alla mia famiglia. Il pugilato è uno sport duro, e a me ha insegnato ad affrontare le difficoltà della vita sia dentro che fuori dal ring.

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