Giuliano Bufacchi, ct pluricampione della nazionale categoria down: “I nostri atleti vogliono vincere. Lotto contro il pietismo: guardate la qualità del basket che giocano”
“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Quarta puntata
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Giuliano Bufacchi, 50 anni, è il coordinatore nazionale della pallacanestro Fisdir, che sta per Federazione italiana sport paralimpici degli intellettivo relazionali. Che cos’è? Se avete visto il film spagnolo Campeones di Javier Fesser del 2018 (c’è anche la versione americana Champions del 2023 ed è attualmente in lavorazione un adattamento italiano con Alessandro Gassmann, girato tra Bologna e il PalaTellene di Roma) potete farvene un’idea. Vediamo cosa ne pensa il coach, che da ct di queste nazionali italiane ha portato a casa quattro ori mondiali e quattro ori europei, l’ultimo la scorsa estate in casa, a Ferrara.
É proprio come in Campeones?
Su alcune cose mi sono riconosciuto. Ma non sul finale, quando emerge che per quei ragazzi vincere o perdere è la stessa cosa e si festeggia lo stesso. Perdere non è una tragedia, ma gestire le sconfitte non è mai facile, perché i nostri atleti vogliono vincere.
Ci spiega di che tipo di disabilità stiamo parlando?
Allora, sono tre categorie: II1 ritardi intellettivi e forme di autismo lievi con QI inferiore ai 75, con disabilità diagnosticata prima dei 22 anni; II2 alcune sindromi che causano disabilità intellettiva presentano anche disabilità aggiuntive, la sindrome di Down è una di queste ed è la forma più comune di disabilità intellettiva di origine genetica; II3 autismo ad alto funzionamento, QI nella norma o superiore.
Qual è il valore che il basket le ha dato?
Mi ha insegnato a vivere nella società. Sono cresciuto col basket. Ho iniziato verso gli otto anni, in una società del quartiere di Monteverde Nuovo a Roma, la Foudre. Già a dodici anni facevo l’assistente, aiutavo i coach coi bambini più piccoli.
E come è passato ad occuparsi delle categorie della Fisdir?
In modo casuale, allenavo all’epoca una femminile, alla Fisdir nel 2011 avevano bisogno e contattarono me e Gigi Cartoni, purtroppo scomparso due anni fa. C’erano i Global Games a Loano, in Liguria. Partimmo e per me quest’avventura non è mai finita.
É una vocazione in qualche modo?
L’ho vissuta come una sfida all’inizio e poi ci sono rimasto. La Federazione è stata fondamentale per i corsi che mi hanno aiutato a capire come interagire sul campo. Le prime scene del film Campeones raccontano la difficoltà del coach di interagire con quei ragazzi, beh all’inizio è proprio così. Poi quando si riesce a capire che corde bisogna toccare, come bisogna muoversi con loro, forse sì… diventa una vocazione, ma…
Ma?
Lotto contro il pietismo. Anzi, ho spinto per uniformare il più possibile i regolamenti a quelli della pallacanestro dei normodotati. Perché se puoi fare doppia o quattro passi invece di tre su cosa lavori? Allora tanto vale dargli la palla e dirgli fate quello che volete. Basta guardare un video delle categorie di cui parlo per capire la qualità di pallacanestro che giocano questi atleti. Ho ottenuto a livello internazionale i 24 secondi per concludere l’azione ad esempio… e badate che a livello internazionale viene fischiato tutto, davvero siamo a livelli molto alti di gioco. La sensazione guardando una partita è che non si sta vedendo un match di disabili, ma una categoria della pallacanestro. Non è la disciplina che si deve adattare all’atleta, ma sono giocatori e allenatori che devono avvicinarsi il più possibile alle regole del basket.
Nazionali a parte, altri impegni?
Gestisco le società in Italia, coordinando a livello nazionale il lavoro dei livelli territoriali. E poi seguo una società, la Red Foxes di Acilia, che la prossima stagione parteciperà al campionato italiano degli II2 e in cui giocano anche due nazionali.
Età dei giocatori?
Si va dagli 11 ai 40. L’età media, che prima era più alta, adesso è tra i 20 e i 25. Consideri che la categoria II2 è nata nel 2017, abbiamo affrontato il periodo della pandemia, in tutta Italia c’erano solo due squadre. Ora sono otto, per 80/100 ragazzi impegnati nel basket. Sembra magari un numero piccolo, ma vi assicuro che è altissimo.
Qual è l’errore che i genitori non devono fare portando un ragazzo o una ragazza al basket Fisdir?
Considerare il figlio un disabile che viene portato ad una attività sociale. No, si sta portando il ragazzo ad una vera attività sportiva. Spesso, se vogliamo, l’errore opposto dei genitori di bambini normodotati che li portano pensando di avere Micheal Jordan in casa. Qui a volte mi ritrovo genitori che credono di avere un disabile più disabile degli altri. Non è mai così. Poi spesso dalla vera attività sportiva si passa a una socializzazione che i genitori stessi pensavano impossibile, viene fuori uno spirito di squadra incredibile. Cosa che rende felice i ragazzi e i genitori. Io ho giocatori che si scambiano i numeri e si tengono in contatto con gruppi whatsapp, cosa che vi assicuro è un traguardo incredibile. Ma il gioco, ci tengo a dirlo e ribadirlo, la pallacanestro è vera, è seria.
Con la nazionale quattro mondiali e quattro europei vinti, il sogno?
Il sogno è che la categoria II2 possa diventare paralimpica dopo Los Angels 2028 e, quindi, guidare gli azzurri alla vittoria dell’oro.