Il ct Capobianco: “Ora il mondiale, poi il sogno olimpico. Ma resto quello del campetto all’aperto di Venafro”
“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Seconda puntata
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Andrea Capobianco ha 60 anni, lo spirito di un ventenne, la cura delle cose di uno che ne ha viste tante e la sa lunga. E non gli basta, non si limita al campo, ma studia, insegna, studia insegnando e insegna studiando: dieci anni fa si è laureato in psicologia, a Campobasso è docente di psicologia della pallacanestro e tiene lezioni del suo credo cestistico anche a Chieti e Roma Tor Vergata. È un vulcano Capobianco, sarà perché è nato a Napoli, perché ha iniziato ad allenare quando era più piccolo dei suoi giocatori, in condizioni che oggi definiremmo estreme. I successi da commissario tecnico delle nazionali (gli apici l’argento al mondiale under19 nel 2017 e il bronzo europeo con la prima squadra femminile la scorsa estate) sono solo l’ultima pagina di una carriera e una storia che, se fossimo in America, sarebbe già un film, magari con Tom Hanks nei panni del protagonista. Prendiamo uno spicchio di questa storia e raccontiamola insieme al coach.
Coach Capobianco, la prima domanda di questa rubrica sarà sempre la stessa per tutti: qual è il valore che il basket le ha dato?
Sono fissato su questo concetto: lo sport è come la famiglia. Porta le stesse identiche emozioni: gioia, tristezza, rabbia. Come nella famiglia la priorità è la persona. Se noi insegniamo solo il “come”, addestriamo, ma non alleniamo. Per allenare bisogna insegnare anche il “perché”. È un modo di testimoniare quello che si è utilizzando la pallacanestro.
Quanto è difficile rimanere fedeli a se stessi a certi livelli sportivi?
È la mia modalità di vita. Ho cominciato ad allenare all’aperto, avevo 22 anni, ero più piccolo dei miei giocatori di due, tre anni. Sono nato a Napoli, ma poi mio padre è andato a lavorare alla procura di Isernia e ci siamo stabiliti a Venafro. Là avevamo una squadra, il Basket Venafro, fondata da un parrocchiano, col campetto vicino alla chiesa. Ho imparato a non accampare alibi finché c’è un modo per fare le cose. Fa buio presto? Accendo i fari dell’automobile puntati sul campetto e si continua l’allenamento. Su questo devo citare mio fratello Gianni, scomparso recentemente, perché è stato la mia guida per tutta la vita, devo a lui tutto, il senso profondo della cultura. Molti usano la dizione “sport e cultura”, io preferisco “sport è cultura”. Insomma, mi porto questo bagaglio del campetto di Venafro e del minibasket insegnato ai bambini alle scuole elementari.
Nostalgia?
Ho scoperto i palazzetti più importanti d’Europa e del mondo e sono contento di esserci arrivato.
Il ricordo più bello e il momento più difficile?
La gioia dei ragazzi quando si allenavano in quel campetto a Venafro, il loro modo di custodire i palloni, gelosamente e con cura. L’amore per quel che si faceva in quel luogo. Le routine della pallacanestro: pulire i tabelloni dopo la pioggia, sempre tutti presenti… I rapporti indistruttibili rimasti. La sensazione che la squadra non è del presidente o dell’allenatore, ma di ognuno nella responsabilità delle piccole cose anche. Questo il ricordo più bello. I momenti più difficili, al di là della tristezza per alcune perdite che ci sono state, sul piano sportivo li riporto a quando magari ricevevamo offese perché non avevamo il campo coperto, perché non avevamo la struttura. O anche quando allenavo dei ragazzini di 16 anni sempre a Venafro e ci fermammo in autogrill durante una trasferta; incontrammo un coach molto noto e molto vincente, gli chiesero l’autografo e rispose di no mostrandosi di corsa. Probabilmente lo era davvero, ma queste cose segnano. E quei ragazzi risalirono tristi sul pulmino e rimasero zitti per il resto del viaggio.
Poi coach Capobianco prende il volo. Inutile stare qui a ripercorrere tutta la sua straordinaria carriera, ma qual è stata la svolta?
A Battipaglia ero responsabile del minibasket e assistente del settore giovanile, dopo due anni Guglielmo Roggiani (mancato nel 2021 a 73 anni) mi ha chiesto di fare l’assistente alla prima squadra in A2 e il responsabile del settore giovanile. Entusiasmo alle stelle. Poi il Battipaglia fallisce e io volevo lasciare… volevo riprendere gli studi di medicina, avevo già fatto bene tre anni, poi sono passato a scienze motorie. Ma in quei giorni di turbamenti mi ha chiamato Alfonso Siano (morto anche lui nel 2021 a 74 anni) per convincermi ad accettare la panchina della Pallacanestro Salerno in C2, anche con la responsabilità del settore giovanile. Da quell’esperienza è nata una vera scuola di pallacanestro. Lo snodo della carriera è stato quello. Poi Avellino, Iesi, Teramo in A1 con esordienti lanciati in campo del calibro di Peppe Poeta (attuale primo allenatore dell’Olimpia Milano), qualificazioni ai playoff e all’Euro Cup. A Teramo ho avuto anche l’unico esonero. Poi è arrivata la chiamata azzurra, dal ct Simone Pianigiani che mi ha voluto come assistente, le selezioni giovanili maschili (cinque partecipazioni mondiali in undici anni), la panchina della femminile e la cronaca dei giorni nostri, con un campionato del mondo da giocare a settembre.
Dal 4 al 13 settembre in Germania, si parte in un girone infernale…
Stati Uniti e Cina, prima e seconda dell’ultima competizione iridata. Ma siamo onorati, non ci lamenteremo per il girone, le squadre in un mondiale quelle sono.
Qualche club di primo piano l’ha avvicinata in questi anni?
Sì, per parlare ho sempre chiesto il permesso alla Federazione. Ma il valore della maglia azzurra è talmente grande per me, per ora non c’è tentazione che mi faccia cambiare idea. Quando con l’under18 maschile ho vinto il torneo di Mannheim, uno dei più importanti al mondo a livello giovanile, una ragazza di origine italiana che non era mai stata in Italia e che sugli spalti tifava per noi, mi ha ringraziato “perché per due ore mi avete dato anni di dignità”.
Il suo futuro?
Quando il presidente della Fip Gianni Petrucci mi ha proposto il progetto di portare più in alto possibile la maglia azzurra mi sono sentito davvero orgoglioso: il mio sogno, dopo averlo già fatto a Tokyo col 3X3 nel 2021, è la partecipazione olimpica (prossima occasione Los Angeles 2028).
Come sta in Italia il movimento della pallacanestro?
Meglio di come spesso si racconta. Certo i problemi ci sono, a livello femminile quello più grosso sono i numeri, bisogna lavorare su questo e spero di dare un contributo con la nazionale nel creare entusiasmo nelle bambine e nelle ragazze.
Qual è l’errore che un genitore non deve fare portando al minibasket i figli?
Estenderei il discorso dai genitori agli adulti. Noi adulti non dobbiamo creare aspettative, ma neppure ci possiamo permettere di spegnere i sogni. Bisogna stare vicino alle ragazze e ai ragazzi e ai loro sogni, curare i loro sogni. E star loro vicino nei momenti di difficoltà. Quante volte ho visto un ragazzino sbagliare un tiro libero ed esser seppellito dai fischi dei genitori della squadra avversaria, poi lui girarsi verso il coach per una parola di conforto e ricevere un rimbrotto. Sbagliato: le giovanili servono per formare i giocatori, per far crescere giovani donne e giovani uomini, non per vincere i campionati.