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La leggenda Sottana: “Il basket mi ha dato tutto, anche l’amore. Ora riposo e poi racconterò io le storie degli atleti”

IL FATTO A SPICCHI | L'intervista a Giorgia Sottana, ritirata dalla pallacanestro a 37 anni dopo aver vinto con Schio l'ultimo di undici campionati nazionali: "L'unico rimpianto, forse, come è finita con la nazionale nel 2020"
La leggenda Sottana: “Il basket mi ha dato tutto, anche l’amore. Ora riposo e poi racconterò io le storie degli atleti”
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“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia. Terza puntata

Prima puntata: Datome
Seconda puntata: Capobianco

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“Il Fatto a spicchi” ospita una leggenda della pallacanestro italiana: Giorgia Sottana, 37 anni, immersa nel mondo del basket da quando ne aveva 6, tra il padre, coach Maurizio, e il fratello maggiore Luca, cestista professionista fino al 2017 e campione d’Italia con Treviso nel 2006. Una famiglia a cui Giorgia ha portato la bellezza di undici scudetti (uno con Taranto, due in Turchia con il Fenerbache e otto con Schio), l’ultimo dei quali in questa ultima trionfale stagione da giocatrice.

Qual è il valore che il basket le ha dato?
Difficile per me pensare a uno solo. La pallacanestro è stata insegnante di vita, potrei dire tutti quelli che mi porto addosso. Certo, se proprio devo dirne uno: il rispetto. Regole, puntualità, avversario… il rispetto è un mondo.

Che cosa comincia adesso?
Intanto un po’ di riposo… Comincerà un’altra parte della mia vita, lontana dal campo e dalla pallacanestro giocata. Ho tanti progetti da portare avanti, anche nel contesto sportivo. Ma non ho ancora le idee chiarissime.

Provi a sforzarsi adesso con noi…
Vorrei lavorare raccontando le vite di atleti, quindi mettendo insieme la passione per lo sport a quelle per storie, fotografia e video.

Invece nel mondo del basket non pensa di rientrare?
Non lo escludo, ma non è una mia priorità in questo momento. Potrei valutare forse più avanti in presenza di offerte stimolanti.

Non ha mai pensato di allenare?
Non sento dentro di me questa vocazione. Adesso voglio cambiare vita dopo 30 anni e imparare altre cose.

In questi giorni si parla molto del possibile addio di Lebron James, ecco che cos’è che fa poi scattare la molla per la decisione di fermarsi?
Non sono mai stata a quel livello…

Beh, qualcosa ha vinto direi…
Sì ma l’esposizione e non solo a cui è sottoposto Lebron… io forse un milionesimo di quel che vive lui posso aver vissuto. Semplicemente, per quanto mi riguarda, ho sentito che avevo dato tutto quel che potevo dare alla pallacanestro. Avrei potuto continuare a giocare per altri discreti anni, ma lo avrei fatto soltanto per comodità. Il mio rispetto per la pallacanestro, invece, è tale che non sarebbe stato per me corretto rimanere in campo senza dare cento su cento. É una decisione, quella di smettere, che non dipende da una sola cosa, certo la condizione fisica conta, ma si tratta di passione, voglia ed entusiasmo: trent’anni sono tanti per tenere insieme tutti questi aspetti.

Nella sua famiglia impossibile sfuggire al basket. Per quanto tempo ha avuto suo padre come allenatore?
Dall’inizio fino a 16/17 anni. Mangiavamo basket. Mia mamma, Maristella, separava le carriere diciamo così: ci faceva capire che dentro casa era giusto non portare troppo dalla palestra. In ogni caso la pallacanestro è sempre stata una costante nelle nostre conversazioni in famiglia.

Qual è l’errore che un genitore non deve fare portando al minibasket i figli?
Non è facilissimo per me rispondere a questa domanda: comprendere che se affidi una bambina o un bambino a qualcuno per insegnargli qualcosa ti devi fidare e che se non ti fidi devi cambiare, ma senza intervenire. Ritorna il rispetto. Qui bisogna rispettare i ruoli. Vedo tanti genitori che pensano che il proprio figlio diventi Lebron a sei anni, invece dico lasciateli liberi di giocare e di divertirsi nel proprio percorso. Saranno i coach a insegnargli il gioco al meglio.

Con suo padre come è andata? Lui era anche il coach, appunto. Quando si è accorto che poteva diventare una professionista, quando glielo ha detto?
Mai. Mi è andato sempre contro, non mi ha mai reso la vita più facile. Non lo dico in senso negativo. Con me è stato tre, quattro, cinque volte più duro che con le altre, ma questo mi ha reso la giocatrice e la persona che sono. In ogni caso la mia storia è appunto speciale, difficile prenderla come esempio. Poi non c’era neppure bisogno caricasse la situazione, perché a un certo punto è stato semplicemente chiaro a tutti che avrei preso quella strada e avrei giocato ai massimi livelli, non ha avuto bisogno di dirmi nulla.

Che cosa le mancherà?
La quotidianità con le persone con cui ho costruito rapporti importanti, che comunque resteranno, di questo ne sono convinta.

Il rammarico più grande?
Faccio fatica a trovarlo, ma forse il modo con cui è finita con la nazionale nel 2020 quando sono stata esclusa dalla lista delle convocate per due partite di qualificazioni agli europei.

La soddisfazione più grande?
La pallacanestro mi ha fatto incontrare e conoscere Kim Mestdagh. Tutto è iniziato in una partita con le nazionali che abbiamo giocato contro (Italia-Belgio 68-46 a Taranto valida per le qualificazioni agli europei del 2011) e alla festa post gara. Adesso abbiamo una figlia di due anni, Ellis.

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