L’aveva detto il direttore artistico Thierry Frémaux: i film sulla Storia — e in particolare sulla guerra e sui regimi — avrebbero fatto, in questa edizione, la parte del leone. Vedremo se anche quella della Palma. Negli ultimi giorni di concorso, la tematica storica ha intercettato quella dell’identità di genere con una puntualità sorprendente.
Tra i titoli più attesi, soprattutto dal pubblico e dalla critica francesi, c’è Notre Salut di Emmanuel Marre che, attraverso la rivisitazione della vita del bisnonno Henri Marre, compone un lungo affresco (due ore e mezza) di quella che fu la Repubblica di Vichy, mettendone in mostra soprattutto l’inquietante macchina burocratica. Dramma lungo e di indubbio coraggio, con il suo secondo lungometraggio il 45enne regista parigino inchioda il progenitore di fronte a quelle che furono le sue responsabilità nel collaborazionismo con i nazisti, rappresentate dal non aver mai scelto di stare dalla parte giusta della Storia.
Se inizialmente appare assai verboso, soprattutto nelle lunghe sedute di organizzazione dello “Stato francese”, nella seconda parte il film precipita nello smascheramento di una free zone in realtà controllata direttamente dai tedeschi. Il punto di vista di Henri — un vero burocrate inerziale del male — emerge grazie all’epistolario con la moglie, punto di partenza della ricerca del pronipote; ma ancor più significativo è lo sguardo adottato dal regista che, per ancorare il racconto al presente di una Francia minata dagli estremismi di destra, accompagna alcune sequenze con musica moderna, utilizzando altresì uno stile para-documentaristico nelle riprese nervosamente realizzate con macchina a mano. Ne emerge un lavoro di grande interesse, mai illustrativo, bensì profondamente incisivo e politico.
Meno riuscito è invece l’altrettanto lungo La bola negra, opera di respiro epico realizzata dalla coppia — anche nella vita — Javier Ambrossi e Javier Calvo, che ambientano il loro secondo lungometraggio nella Spagna di tre epoche diverse: 1932, 1937 e 2017. L’alternanza temporale è dovuta alla cornice quasi contemporanea in cui un giovane drammaturgo eredita dal nonno appena scomparso un misterioso manoscritto, che si scoprirà essere il romanzo incompiuto di Federico García Lorca, omonimo del titolo del film.
Senza svelare l’intreccio del racconto, l’elemento più rilevante è il modo in cui il testo interseca l’afflato sentimentale di diversi uomini omosessuali tra le repressioni del regime franchista e la contemporaneità. Con elementi investigativi e intermezzi musicali — magnifici i camei di Penélope Cruz — il film si configura come un manifesto melodrammatico sulle ferite aperte della memoria, sull’identità di genere e sulla voglia di libertà. Impreziosita da un ottimo inizio, l’opera purtroppo non mantiene le tensioni auspicate, trasformandosi progressivamente in un roboante polpettone appesantito dal caos narrativo, da evidenti ambizioni mal riposte e da un fastidioso esibizionismo. Un film che il pubblico potrebbe tuttavia apprezzare e che la Spagna potrebbe addirittura presentare come proprio candidato agli Oscar, preferendolo alla magnifica opera di Sorogoyen di cui si è già scritto. Speriamo di no.
Ed è ancora l’ambientazione storico-bellica a fare da cornice a Coward, terzo lungometraggio del belga Lukas Dhont, enfant prodige del cinema contemporaneo che presentò il suo esordio Girl (2018) a soli 27 anni, guadagnandosi a Cannes la Caméra d’Or. Retrocedendo nel tempo, qui siamo nel cuore della Prima guerra mondiale: al centro della vicenda c’è un battaglione di giovani militari che prova a distrarsi dagli orrori del conflitto grazie a piccoli spettacoli organizzati dal vivace Francis.
Il ragazzo cattura l’attenzione del protagonista Pierre, commilitone silenzioso e apparentemente inerme: i due scoprono gradualmente l’amore fra le trincee, un sentimento per loro inedito, tanto potente quanto trattenuto. Magistralmente girato e interpretato dai due giovani attori, Coward è un coming of age immerso nella fragilità e nella scoperta della propria identità, laddove morte e amore si mescolano e si compensano. Un’opera calda e struggente, tra fango, corsetti e cori militari: un gioiello di grazia sulle attrazioni, le tensioni e le esitazioni del corpo.
Abbandona invece la Storia per collocarsi nella vibrante scena artistica della New York di fine anni Ottanta il nuovo lavoro di Ira Sachs, The Man I Love, che porta il divo Rami Malek nei panni di Jimmy George, performer reduce da una lunga degenza ospedaliera che prova a tornare alla ribalta. Eccentrico, palesemente omosessuale, istrionico: Jimmy è amato follemente da chiunque lo incontri, ma la sua fragilità resta palpabile, nonostante il tentativo di conservare intatta la propria forza artistica e creativa. Attraversato da una tangibile vena malinconica, che si riflette nel corpo e nel volto del protagonista, il film non tradisce la sensibilità dello sguardo di Sachs né la raffinatezza della sua messa in scena. Purtroppo, però, fatica a imporsi come un affresco davvero convincente del lato più dolente e crepuscolare di quel mondo e di quel tempo, su cui incombe lo spettro dell’AIDS, soprattutto se confrontato con opere — coeve o semplicemente meglio costruite — che sono riuscite a restituirne lo Zeitgeist in maniera più efficace.