Cinema

Javier Bardem da brividi a Cannes 2026: in “El ser querido” firma una prova monumentale nel film più potente di Sorogoyen

Meno riuscito è invece il nuovo lavoro della già Palma d’oro Kore-eda, Sheep in the box

di Anna Maria Pasetti
Javier Bardem da brividi a Cannes 2026: in “El ser querido” firma una prova monumentale nel film più potente di Sorogoyen

Avere paura davanti allo schermo. E senza scomodare il cinema horror. Talvolta accade che la performance di un attore sia così pregnante, dirompente, “extra-ordinaria” da destare i brividi, specie se si occupa la prima fila della sala cinematografica. È accaduto ieri davanti alla monumentale prova di Javier Bardem nel magnifico El ser querido (L’amato) di Rodigo Sorogoyen.

Finalmente in concorso al Festival di Cannes, con il suo settimo lungometraggio il talentuoso cineasta madrileño ha composto sullo spartito del cinema un’opera intima ed esplosiva allo stesso tempo che, nella cornice del meccanismo meta-cinematografico- il film-nel-film – esplora le ferite di un “non rapporto” tra un padre e una figlia troppo a lungo da lui trascurata. Sulla carta il racconto è semplice: il famoso e pluripremiato regista Esteban Ramirez (Javier Bardem) propone alla figlia Emilia (la bravissima Victoria Luengo, apprezzata nella serie Antedistrubios dello stesso Sorogoyen) un ruolo rilevante nel suo nuovo film. La giovane aspira a una carriera di attrice, ma il padre così potente e ingombrante non l’aveva mai cercata prima di questo momento. Incontrandosi in un ristorante dopo 13 anni di assenza, Esteban ed Emilia cercano un dialogo: è faticoso, imbarazzante, carico di silenzi. La giovane accetta il ruolo. Da questo momento il film si sposta sul set allestito nelle zone desertiche di Fuerteventura. Il vento dell’isola cresce, il loro rapporto non può che mettere a nudo le fratture profonde, le ferite ancora aperte.

L’abbacinante bellezza di quest’opera, che in Italia vedremo prossimamente grazie a Movies Inspired, risiede in un’impostazione formale prodigiosa e coraggiosa, che il 44enne regista di As bestas, El Reino, Que Dio nos perdone ma anche di serie magistrali come Dieci capodanni ha realizzato sperimentando una radicale mescolanza di formati. In El ser querido infatti convivono la pellicola (super8, 16, 35 e 65mm), il digitale, diverse lenti e texture, il colore acceso e il bianco&nero; il tutto con perfetta aderenza alla narrazione messa in scena, densa di tematiche elevate quali la ricerca del perdono di un padre verso una figlia. L’Effetto notte di Sorogoyen, che può essere anche il suo Close-up, I protagonisti, 8 e 1/2, giusto per citare alcuni fra la miriade di titoli sul meta-cinema, è un’opera che fa vibrare il concorso di Cannes 2026: un premio pesante non può che essere il suo destino.

Una competizione che ieri ha visto passare in programma altri due grandi interpreti del cinema contemporaneo: lo statunitense James Gray e il giapponese Kore-eda Hirokazu. Gray, raffinatissimo cineasta molto amato dalla cinefilia, è tornato alle origini delle proprie tematiche e ispirazioni creative con il gangster movie Paper Tiger, che mette al centro la vicenda di due fratelli del Queens e della moglie di uno di lui intrappolati dalla mafia russa. Una spirale che si basa esplicitamente sulla tragedia classica, fonte di ispirazione di gran parte della sua filmografia. È infatti la citazione da Eschilo a inquadrare subito la spirale ove cadranno i due fratelli interpretati dagli ottimi Adam Driver e Miles Teller, il primo ex ispettore di polizia ora in proprio e aspirante imprenditore, il secondo un tranquillo ingegnere sposato con una irriconoscibile Scarlett Johansson, anch’ella impeccabile nel suo delicatissimo ruolo. Perfettamente calibrato nei tempi, ritmi e chiaro-scuri, questo thriller famigliare va a esplorare le fragilità più profonde, ma anche la solidarietà che – alla fine – non è tradita dai legami di sangue.

Meno riuscito è invece il nuovo lavoro della già Palma d’oro Kore-eda, Sheep in the box. Se al centro si ritrovano tutti i temi portanti del suo cinema – la famiglia (specie quella surrogata), l’infanzia, il mistero, la tenerezza, il lutto – in questo nuovo lavoro il regista giapponese introduce l’elemento della fantascienza, essendo il film ambientato in un prossimo futuro, dove una coppia che ha perso il figlio di 7 anni in un incidente si rivolge al programma Re-birth che fornisce “umanoidi” in sostituzione ai cari estinti. Si tratta di robot che contengono parte del Dna famigliare e delle sue memorie passate. Ecco che il loro piccolo scomparso riemerge con le identiche sembianza, ma non tutto va come previsto. Un film lineare, delicato, interessante ma non ipnotizzante e riuscito come diversi dei suoi precedenti.

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