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Rimpatri Ue, l’intesa non c’è ancora: scontro sugli hub offshore per i migranti

I colloqui riprendono oggi mentre i legislatori si affrettano a concludere un accordo in vista di una votazione auspicata per il mese prossimo
Rimpatri Ue, l’intesa non c’è ancora: scontro sugli hub offshore per i migranti
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Le trattative della notte a Strasburgo si sono concluse con un nulla di fatto. Non c’è ancora un accordo sulla nuova direttiva europea sui rimpatri, uno dei tasselli più delicati del Patto Ue su migrazione e asilo. Il negoziato tra Parlamento europeo, Commissione e governi nazionali riguarda la revisione delle norme che disciplinano le espulsioni dei cittadini stranieri privi di titolo per restare nell’Unione. A tenere distanti le parti è soprattutto la possibilità di aprire la strada ai cosiddetti “return hubs”, centri offshore nei quali trasferire i migranti in attesa del rimpatrio.

Con le trattative che in questa fase si svolgono tra rappresentanti degli Stati membri, funzionari dell’esecutivo comunitario ed eurodeputati incaricati del dossier, il nodo che ha fatto saltare l’intesa riguarda i tempi di entrata in vigore delle nuove regole. Alcuni Stati ne chiedono un’applicazione rapida ma una parte dell’Eurocamera teme che un’accelerazione possa comprimere le garanzie legali e i diritti fondamentali dei richiedenti asilo. I colloqui riprendono oggi: i legislatori puntano a concludere un accordo in vista di una votazione auspicata per il mese prossimo, programmata in modo da coincidere con l’attuazione definitiva del Patto.

Negli ultimi anni il tema dei rimpatri è diventato centrale. Secondo la Commissione, solo una quota limitata degli ordini di espulsione emessi dagli Stati membri viene effettivamente eseguita. Molti migranti destinatari di un decreto di rimpatrio finiscono per rimanere sul territorio europeo a causa di difficoltà burocratiche, mancanza di accordi con i Paesi d’origine o impossibilità pratica di organizzare il trasferimento.

Per questo diversi governi chiedono strumenti più severi e procedure comuni più rapide. In prima fila ci sono Italia, Paesi Bassi, Danimarca e Austria, che negli ultimi mesi hanno sostenuto apertamente l’idea di creare hub offshore. Roma propone come modello l’accordo siglato con l’Albania. I Paesi nordici e parte del blocco conservatore del Nord ritengono che gli hub possano funzionare da deterrente contro gli arrivi irregolari. La Danimarca è stata tra i primi Stati a proporre formalmente un sistema di trattamento delle richieste d’asilo in Paesi terzi. Anche i Paesi Bassi hanno spinto per una linea più dura sui rimpatri, mentre l’Austria chiede da tempo “soluzioni innovative” per fermare i flussi.

Più prudenti invece Germania, Spagna e Irlanda, che temono problemi giuridici e diplomatici. Diversi governi ritengono, infatti, il rischio che i centri offshore possano entrare in conflitto con il diritto internazionale, con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e con il principio di non respingimento.

La riforma si inserisce nel più ampio Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il tentativo dell’Unione di costruire un sistema comune per la gestione dei flussi approvato politicamente nel 2024 dopo anni di negoziati e destinato a entrare pienamente in funzione entro il 2026. Il meccanismo prevede procedure accelerate alle frontiere esterne per identificare rapidamente chi ha diritto alla protezione internazionale e chi dovrebbe essere rimpatriato, e introduce un sistema di “solidarietà obbligatoria” tra gli Stati membri: i Paesi che non vogliono accogliere richiedenti asilo possono contribuire economicamente oppure sostenere gli Stati di primo approdo attraverso personale, mezzi e finanziamenti.

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