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“Mi avete fregheto. Ora diranno che sono un vecchio rimbambito”: Lino Banfi scoppia in lacrime al ricordo della moglie Lucia

Lino Banfi al Salone del Libro di Torino 2026 presenta il suo libro biografico e si commuove ricordando la moglie scomparsa Lucia.

di Davide Turrini
“Mi avete fregheto. Ora diranno che sono un vecchio rimbambito”: Lino Banfi scoppia in lacrime al ricordo della moglie Lucia

Le due ragazze che attendono di seguire il 90enne Lino Banfi nella sala Oro del Salone del Libro di Torino 2026 di anni ne avranno a malapena venticinque. “Siamo venute da Cuneo per vedere nonno Libero”. Sia mai, legittimo. Ma sembra che non si siano mai avventurate nel vedere un film interpretato da Lino Banfi. “No, mai visto uno”. Mica gli erotici scollacciati anni settanta. Diciamo almeno quelle commedie clamorose che negli anni ottanta facevano ridere grandi, piccini e perfino i pali della luce. Vieni avanti cretino? “Eh, no”. Fracchia la belva umana? “No, ci spiace”. Eh no spiace a noi. Perché il Nonno Libero di Un medico in famiglia è la diretta conseguenza del grande successo del Banfi attore con i “porcaputtena” e gli “ecchechezzo”. Non c’è il secondo senza il primo. Difficile capire perché esiste questa diffidenza nelle giovani generazioni. Banfi del resto non ha mai fatto nulla di male. Era semplicemente nazionalpopolare quando in tv davano gli sceneggiati di Sandro Bolchi e Salvatore Nocita.

Lo spiega proprio Nicola Lagioia (barese), ex direttore del Salone, qui in veste di intervistatore di Banfi (Andria/Canosa, quindi Barletta) per il libro biografico 90 Non mi fai paura (HarperCollins). “C’era tutto il paese in sala a vedere uno dei tuoi film, forse Vieni avanti cretino (probabilmente invece Zucchero miele e peperoncino ndr), la gente rideva talmente tanto in sala che non ci accorgemmo di cosa era successo. Quando il film finì uscimmo dalla sala e tutto il paese era sceso in strada perché era avvenuto il terremoto dell’Irpinia. Nessuno di noi spettatori del film se ne era accorto. La risata aveva il potere di sospenderci dalla realtà”. Banfi risponde: “In Croazia dei medici mi hanno ringraziato perché sembra che Vieni avanti cretino serva da terapia agli ammalati di Parkinson e Alzheimer che non muovono i muscoli facciali”. E aggiunge: “Non c’è una formica in Italia che non mi conosce, vorrà pur dire qualcosa? Ho seminato bene che dite?”. La sala è ai suoi piedi.

Scorrono i ricordi, anche torinesi, quando girò in città un gioiello come Al Bar dello Sport. Lagioia coglie l’occasione per mostrare lo spezzone in cui Banfi, trattato malissimo dalla sorella e dal nipote, nel film si accorge di avere fatto 13 al Totocalcio: “Farei parlare le immagini, hanno una forza espressiva incredibile e surreale. E sembra esserci molto della tua vita, la tua sofferenza, la tua voglia di riscatto, è un personaggi vero”. Banfi allora ricorda che la battuta più bella la improvvisò. È quella che arriva quando il nipote lo stressa in ogni modo e infine gli chiede: Zio Lino di che sesso sono le tartarughe? E Banfi esausto: “e che ne so io: le tartarughe sono ricchione!”. Sempre sul tema affronta e improvvisa una piccola variazione quando il suo commissario viene messo in mezzo dall’usciere canterino nel ristorante La parolaccia in Fracchia la Belva Umana. Per i posteri: “Continua, continua, non sono ricchione non sono fri fri, sono commisserio e ti faccio un c…o così”. Banfi ripercorre più di 50 anni di carriera, l’amicizia con Paolo Villaggio, l’incontro con papa Francesco, il repertorio delle colleghe sexy senza veli. Ma è sul ricordo di sua moglie Lucia che gli scendono molte lacrime. “Mi avete fregheto. E ora diranno che sono un vecchio rimbambito”. Una risata con Lino ci salverà sempre.

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