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Al liceo Berchet di Milano un foglio con i nomi dei 20mila bambini uccisi a Gaza: “Sembrano puntini, sono vite”

Il Collettivo Politico Berchet ha scelto di ricordare la Nakba, l'inizio dell'esodo forzato di oltre 700mila palestinesi dopo la nascita dello Stato di Israele, stendendo un manifesto con i nomi delle giovani vittime dal 7 ottobre 2023
Al liceo Berchet di Milano un foglio con i nomi dei 20mila bambini uccisi a Gaza: “Sembrano puntini, sono vite”
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Ventimila nomi su un enorme foglio bianco steso nell’atrio della scuola insieme alla bandiera palestinese. Oltre ventimila bambini uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023. Al liceo Giovanni Berchet di Milano, la mattina del 15 maggio, l’atrio della scuola attraversato quotidianamente si è trasformato in una distesa di nomi. Un colpo d’occhio netto, quasi impossibile da ignorare. È così che il Collettivo Politico Berchet ha scelto di ricordare la Nakba (la “catastrofe” in arabo) palestinese iniziata nel 1948 con l’esodo forzato di oltre 700mila palestinesi dopo la nascita dello Stato di Israele. “Da lontano sembrano solo puntini neri”, spiegano gli studenti a ilfattoquotidiano.it. “Ma ognuno di quei puntini è un nome, una vita”. Un’iniziativa pensata per interrompere il silenzio che, secondo il collettivo, sta tornando a calare su Gaza. “Anche se se ne parla meno, i bambini continuano a morire. E quello che sta succedendo oggi in Palestina non nasce nel 2023: è un processo storico che parte dal 1948”.

Nel comunicato diffuso dal collettivo, gli studenti ripercorrono la storia della Nakba, ricordando come il 15 maggio 1948, con la fine del mandato britannico in Palestina e l’inizio della prima guerra arabo-israeliana, “oltre 700mila palestinesi furono costretti all’esodo e alla perdita delle proprie terre”. Un processo che, scrivono, si è consumato “attraverso l’occupazione di aree abitate, la distruzione di numerosi villaggi e l’abbandono forzato di molte comunità”, dando origine a quella che definiscono “una vasta popolazione di rifugiati palestinesi ancora oggi al centro della questione mediorientale”. Per gli studenti del Collettivo, quanto sta accadendo oggi a Gaza rappresenta “l’ultimo, atroce capitolo della Nakba continua”: “Un processo sistematico di espropriazione e cancellazione iniziato nel 1948 e mai interrotto”. Nel testo si legge che “oggi come allora, lo stesso popolo subisce soprusi e violenze” e si denuncia apertamente “il genocidio in atto”, descritto come “lo strumento estremo per portare a compimento il progetto storico della Nakba”. Secondo gli studenti, infatti, la guerra rappresenterebbe “l’apice di una strategia volta alla distruzione di un intero popolo e all’eliminazione della presenza palestinese dalla propria terra”.

Gli studenti denunciano anche le recenti decisioni del Parlamento israeliano. Il riferimento è alla legge approvata il 30 marzo sulla condanna a morte per chi compie atti di terrorismo “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”, ma anche alla decisione, presa il 12 maggio, di istituire un tribunale speciale per giudicare i palestinesi coinvolti negli attacchi del 7 ottobre 2023. Una scelta che, scrivono, sarebbe stata definita dall’Onu “in violazione del diritto internazionale” perché i processi “non rispettano gli standard previsti”. “Essere palestinese oggi”, dicono, “consiste in una vera e propria aggravante agli occhi di una corte giudiziaria israeliana e, in una situazione come quella attuale, può arrivare a costare la vita”. Poi il cuore dell’iniziativa: i nomi. Migliaia di nomi uno accanto all’altro nel centro della scuola. “Non volevamo parlare solo di numeri”, spiegano. “Volevamo rendere visibile quello che spesso viene ridotto a una statistica. Si tratta di vite spezzate dalla brutalità della reazione del governo israeliano, di persone colpevoli solo di essere nate in Palestina”. Per il collettivo, il punto è specialmente politico: mantenere acceso un faro mentre l’attenzione mediatica diminuisce. “È importantissimo che a ricordarlo siano gli studenti”, spiegano. “Perché siamo la classe dirigente di domani. E se cala l’attenzione pubblica, allora diventa ancora più necessario prendere posizione”.

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