Moda e Stile

Athleisure, il trend che conquista la Gen Z nell’era post-Ozempic vale oltre 400 miliardi. L’intervista a Saul Nash: “Che tu balli, faccia yoga o corra per prendere l’autobus, gli abiti devono muoversi con te”

Da abbigliamento per la palestra a fenomeno trainato da social, oggi il mercato cresce insieme all’ossessione per il benessere. In questo scenario si inserisce la nuova collezione SLNSH Spring 2026 firmata da Saul Nash per Lululemon: capi tecnici pensati per muoversi, ma anche per vivere fuori dalla palestra

di Ilaria Mauri
Athleisure, il trend che conquista la Gen Z nell’era post-Ozempic vale oltre 400 miliardi. L’intervista a Saul Nash: “Che tu balli, faccia yoga o corra per prendere l’autobus, gli abiti devono muoversi con te”

“I pantaloni della tuta sono un segno di sconfitta. Avete perso il controllo della vostra vita se uscite con la tuta”, diceva Karl Lagerfeld. Oggi è quasi il contrario, e chissà cosa ne penserebbe il “Kaiser” della moda. L’abbigliamento sportivo è diventato uno dei codici più riconoscibili del guardaroba contemporaneo. Non più solo tuta, non più solo performance, non più solo comfort. L’athleisure — fusione di athletic e leisure, atletica e tempo libero — è ormai un linguaggio di stile, un indicatore sociale, un modo di abitare il corpo e lo spazio pubblico. Il fenomeno non nasce ieri, ma negli ultimi anni ha cambiato scala. La pandemia ha normalizzato il comfort, il lavoro ibrido ha smontato molte rigidità dell’abbigliamento da ufficio, TikTok ha trasformato leggings e set coordinati in oggetti aspirazionali, la cultura del wellness ha reso la cura del corpo un tratto identitario. Nell’era post-Ozempic, poi, il corpo è tornato al centro del discorso pubblico in modo ancora più esplicito: più controllato, più osservato, più performativo. E l’athleisure si inserisce proprio lì, nel punto in cui il desiderio di stare comodi incontra l’ossessione per apparire sani, tonici, disciplinati, sempre pronti a passare da una lezione di pilates a una call, da una camminata veloce a un aperitivo. Non si tratta più di vestirsi semplicemente “da palestra”, ma di adottare un guardaroba quotidiano modulabile. Capi tecnici, tessuti traspiranti e tagli urbani puliti permettono di transitare senza stonature dalla lezione di pilates delle 7 del mattino, alla call di lavoro, fino all’aperitivo serale. Una fluidità di codici di cui la Gen Z si è fatta prima interprete, eleggendo l’adattabilità a nuovo standard di eleganza.

I numeri dimostrano che non si tratta di una nicchia, ma di una riorganizzazione dell’intero sistema moda. Secondo Polaris Market Research, il mercato globale ha raggiunto i 389,47 miliardi di dollari nel 2024 e poi ha toccato i 425,07 miliardi nel 2025, registrando una crescita del 9%, con proiezioni che stimano un’espansione fino a 941,65 miliardi entro il 2034. A questa ascesa contribuisce la crescente attenzione verso i materiali tecnici e la produzione responsabile: il report di IMARC Group valuta in oltre 106,3 miliardi di dollari il solo segmento dell’athleisure sostenibile, spinto da nuove generazioni decise a comprare meno ma con maggiore qualità. A trainare questa crescita è una combinazione di fattori. C’è la ricerca di comodità, certo, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. C’è la volontà di indossare capi che facciano sentire efficienti anche quando non lo si è, performanti anche fuori dalla performance, in controllo anche dentro giornate frammentate. C’è l’influenza dei social, dove i set coordinati, i colori stagionali, i drop limitati e le silhouette “clean” generano desiderio con la stessa velocità con cui un tempo lo generavano borse e scarpe di lusso. C’è poi la crescente attenzione verso materiali tecnici, durevoli, sostenibili o percepiti come tali: tessuti riciclati, fibre naturali, packaging ridotto, produzione più responsabile. Se il Nord America guida attualmente le vendite, la crescita più rapida si registra in Asia, in particolare in India e Cina, e anche qui in Europa assistiamo ad una crescita costante.

La geografia del fenomeno conferma la sua natura globale. Il Nord America guida il mercato, ma la crescita più rapida si registra in Asia, soprattutto in India e Cina. L’immaginario costruito da pionieri come Nike, Adidas, Alo Yoga, Skims e Lululemon è stato progressivamente assorbito dall’alta moda, con marchi come Miu Miu, Bottega Veneta, Moncler, Balenciaga e Rick Owens pronti a sdoganare tute e giacche tecniche come segni sofisticati. Parallelamente, su TikTok spopola lo stile “sporty preppy”, un mix di blazer, polo e tessuti performanti, mentre nel guardaroba femminile l’athleisure si declina in una forma di sensualità controllata fatta di body tecnici, crop top e pantaloni flare.In parallelo, il guardaroba femminile ha assorbito l’athleisure come una forma di sensualità controllata: capi aderenti ma funzionali, body tecnici, pantaloni flare, crop top, giacche leggere, completi monocromatici che costruiscono un’idea di corpo attivo, curato, presente.

In questa strategia si inserisce il quarto capitolo della collaborazione di Lululemon SLNSH, firmata insieme allo stilista londinese Saul Nash. Anticipata a gennaio sulle passerelle della Milano Fashion Week maschile, la collezione SLNSH Spring 2026 arriva ora negli store con un’offerta che abbraccia abbigliamento maschile, femminile e accessori. Saul Nash porta nel progetto un background atipico e funzionale: prima di studiare alla Central Saint Martins e vincere l’International Woolmark Prize nel 2022, si è formato come ballerino e coreografo. Lo abbiamo raggiunto e abbiamo chiesto a lui di aiutarci a decodificare questa tendenza, oltre che la sua ultima collezione.

Sei cresciuto nel Nord-Est di Londra: che bambino era Saul Nash? Eri più attratto dallo sport, dalla danza o eri già interessato agli abiti e alla moda?
Ero un bambino molto energico, facevo sempre capriole in salotto. Amavo ballare ed ero sempre lì a esibirmi davanti alla televisione ogni volta che ne avevo occasione. Mia madre dice che sono sempre stato determinato e che, quando mi mettevo in testa qualcosa, mi ci dedicavo completamente. Direi che fin da piccolo ero molto consapevole di come mi vestivo: andavo spesso nel centro commerciale della mia zona e cercavo di contrattare nei negozi per ottenere un buon prezzo sui vestiti che mi piacevano, oppure personalizzavo sempre i miei abiti in un modo o nell’altro.

Durante l’adolescenza, quando è iniziato il tuo rapporto con il corpo e il movimento? È stato qualcosa di istintivo o una scoperta graduale?
Ho iniziato a studiare danza a scuola, perché ballavo da quando ho memoria ed era qualcosa che naturalmente era entrato a far parte della mia vita. Sono cresciuto in una casa estremamente musicale, quindi il ritmo e il suono facevano davvero parte dell’infrastruttura della mia quotidianità. Per questo credo sia stato naturale rispondere a tutto questo attraverso il movimento.

La danza è arrivata prima della moda: che cosa ti ha dato, personalmente e creativamente, prima di diventare parte della tua pratica di designer?
Crescendo ho sempre vissuto una sorta di dilemma tra due spinte diverse: amavo ballare, ma allo stesso tempo ero sempre molto attratto dalle arti visive. Anche quando danzavo, ero quello che si offriva volontario per realizzare alcuni costumi per la compagnia di danza di cui facevo parte. Prima di completare un master in moda al Royal College of Art, ho studiato Performance Design and Practice alla Central Saint Martins: era un corso che tradizionalmente si fondava sulla scenografia e sul costume, ma permetteva di fare qualsiasi cosa rientrasse nel mondo della performance. In quel periodo ho continuato a danzare, ma quel corso mi ha permesso soprattutto di esplorare l’arte del racconto e le basi della costruzione di un mondo.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il tuo percorso sarebbe andato oltre la performance e verso il design?
Credo di aver sempre avuto un approccio multidisciplinare alla creatività, quindi non mi sarebbe sembrato giusto ritagliarmi uno spazio che non comprendesse tutti gli elementi che hanno contribuito a costruirmi come persona, ma anche la possibilità di praticare e rafforzare il mio mestiere. In un certo senso sono sempre stato ai margini tra design e performance, e oggi vedo la performance sia come uno strumento di comunicazione sia come una fonte di ispirazione per creare uno scopo nel design. In questo senso, la collezione SLNSH è radicata nella performance: analizza il modo in cui il materiale viene tagliato e anche il comportamento del tessuto quando le persone si muovono al suo interno.

Alla Central Saint Martins hai studiato Performance Design and Practice: in che modo questo ha formato la tua comprensione del rapporto tra corpo, spazio e abito?
Quel corso mi ha insegnato molto sulla comunicazione e sulla costruzione di un immaginario, ma anche sull’importanza dell’identità e su come questa possa influenzare il modo in cui veniamo percepiti. La bellezza della performance sta nel fatto che il corpo diventa un veicolo di comunicazione. Il design consiste nel costruire o creare abiti capaci di potenziare questa comunicazione e di dare a chi li indossa la possibilità di esprimere qualcosa della propria interiorità.

Nel 2018 hai lanciato il tuo brand: quanto è stato naturale trasformare quel linguaggio performativo in un progetto moda strutturato?
Dopo la laurea in performance ho fatto uno stage nella moda, prima di ottenere una borsa di studio per il Royal College of Art. Sono arrivato a quel corso con il manifesto di combinare il mio background nella performance con il mio interesse per la moda, e quello che ne è uscito è stato il risultato di due anni di ricerca per mettere davvero a fuoco ciò che volevo esprimere. In quel periodo ho vinto anche lo sportswear project, attraverso il quale sono stato introdotto ancora di più al concetto di performance. E, siccome io stesso indossavo spesso abbigliamento sportivo, è stato come un momento di illuminazione: da ballerino, volevo creare abiti in cui mi sentissi comodo nel muovermi.

Fin dall’inizio il tuo lavoro è stato gender-fluid e attento alla sostenibilità: sono state intuizioni istintive o scelte consapevoli fin da subito?
Credo che riflettano i miei valori come persona. L’attenzione verso questi temi è qualcosa di cui sono consapevole, perché riflette elementi della persona che sono e delle comunità di cui faccio parte.

Il tuo lavoro viene spesso descritto come un ponte tra danza e moda: nella collezione SLNSH per lululemon questo dialogo diventa una vera “coreografia da indossare”?
Definirei sicuramente il mio lavoro come un ponte tra movimento e moda. Anche se la danza è la mia storia, credo che il movimento faccia parte della vita di tutti, in un modo o nell’altro. SLNSH è uno spazio in cui le persone possono ritrovarsi per condividere questo senso collettivo del movimento ed esprimersi: che si tratti di ballare, fare yoga o correre per prendere l’autobus, gli abiti sono fatti per muoversi con te, qualunque sia il tuo stile di vita.

La collezione punta molto sulla modularità: maniche removibili, lunghezze regolabili, capi trasformabili. È una risposta progettuale a uno stile di vita contemporaneo sempre più fluido?
Mi sono sempre interrogato su cosa significhi “senza tempo” in relazione al mio lavoro. Credo che la modularità sia un modo per offrire a chi indossa un capo la possibilità di esprimere se stesso, ma anche uno spazio funzionale per vestirsi in base a ciò che sta facendo in un determinato momento. Che si tratti di correre o di trovarsi sotto una pioggia battente, alcuni capi di SLNSH sono stati concepiti pensando ai diversi scenari in cui ci si può trovare nella vita urbana contemporanea. Rispondono sia al lato più attivo, sia all’esigenza di essere pezzi eleganti, da indossare anche quando ci si vuole vestire in modo più curato.

Oggi indossiamo sempre più spesso capi da allenamento anche fuori dalla palestra, e il wellness è diventato un’estetica globale: è solo una questione di comfort o il nostro rapporto con il corpo è cambiato in modo più profondo? E come possiamo parlare di benessere senza trasformarlo nell’ennesima forma di performance obbligatoria?
Credo che oggi il benessere sia estremamente importante, non solo attraverso l’esercizio fisico, ma anche attraverso il modo in cui vediamo noi stessi. Per me la funzione è sempre stata parte dei codici del mio design, perché è qualcosa che considero estremamente importante. Penso che l’abbigliamento quotidiano debba inserirsi perfettamente nello stile di vita di una persona e completarlo, dandole la possibilità di vivere liberamente, senza restrizioni.

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