Ci sono artisti per i quali il ricorso ai superlativi non appare eccessivo. Anzi. Anton Van Dyck, nato ad Anversa nel 1599 e morto a Londra a soli 42 anni, è sicuramente uno di questi e la mostra in corso fino al 19 luglio nell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Genova, ne è la riprova. A 15 anni aveva già prodotto due Autoritratti che oggi rappresentano le “porte d’ingresso” della mostra genovese stessa, l’inizio di un percorso di meraviglie che si conclude in maniera sorprendente. La mostra si intitola Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, è curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen e propone una sessantina di opere che rappresentano una delle più ampie esposizioni dedicate a uno degli artisti più attraenti della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Il percorso espositivo ripercorre l’intero arco della carriera in pratica sovrapponendosi al viaggio intrapreso dallo stesso Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La sua fu una carriera di incredibile successo, che gli permise di essere considerato il ritrattista più rinomato d’Europa; purtroppo la morte prematura ne interruppe la parabola di successo. Nonostante ciò, oggi è tra gli artisti europei più apprezzati del XVII secolo e grazie alla mostra di Genova si possono ammirare opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui la città della Lanterna ebbe un ruolo centrale, così come numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti: non a caso, infatti, la sua vicenda artistica si dipana lungo il percorso anche economico e politico dell’Europa.
A ragione Van Dyck è sempre stato ritenuto un genio, la cui fama si è protratta nei secoli incontrando, per contenuti e tecnica pittorica, il gusto di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. L’artista riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative, come bene dimostra l’esposizione genovese che origina con il suo piccolo, prezioso Autoritratto proveniente dal Museo Rubenshuis (la casa museo di Rubens ad Anversa).
Nella sala successiva le curatrici si son “tolte il pensiero” di mostrare, tutti insieme, quattro capolavori che rappresentano altrettante diverse stagioni della vita del pittore: il Sansone e Dalila (1618-20 ca) della Dulwich Picture Gallery di Londra, Le tre età dell’uomo come Vanitas (1625 -26), proveniente da Palazzo Chiericati di Vicenza, Chronos che taglia le ali di Amore del 1627 ca. in arrivo dal Musée Jacquemart-André di Parigi e Lady Venetia Digby come allegoria della Prudenza, del 1633-34, proveniente da Palazzo Reale di Milano. Sono dipinti che colpiscono per la loro bellezza anche dall’impatto dimensionale importante, così che il visitatore si possa immergere veramente nei grandi quadri di Van Dyck.
A seguire vi è la sala dedicata al rapporto con Peter Paul Rubens, quella in cui si raffrontano i diversi supporti (e i risultati) utilizzati nella sua carriera, e un’altra dedicata alla difesa della patria, dove gira letteralmente la testa. Vi si trovano infatti ritratti a volte imponenti, come quello di Carlo V a cavallo, del 1620, in prestito dagli Uffizi, un imperatore non contemporaneo, ma divenuto una vera e propria icona per le corti d’Europa; il Ritratto del Marchese Ambrogio Spinola (1620-21) dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, il grande generale al servizio della corona spagnola e degli arciduchi e principi sovrani dei Paesi Bassi Meridionali, difensore del credo cattolico, una vera celebrity ritratta anche da Velázquez e Rubens.
Posano per il visitatore anche gentiluomini in armatura o guerrieri, forse immaginari, di cui non si conosce l’identità, ma che costituiscono la trasfigurazione visiva di un valore: non combattere ma difendere e preservare; un valore talmente radicato nell’iconografia che persino i bambini venivano ritratti con le armi. Lo si può vedere nel grande capolavoro che si è conquistato la copertina del catalogo di mostra, prestito eccezionale della National Gallery di Londra: Il Ritratto dei bambini Giustiniani Longo, imponente e meraviglioso (1626-27), che per la prima volta viene presentato al pubblico dopo la riscoperta identità degli effigiati.
A metà del percorso espositivo dedicato a Van Dyck si trovano affrontati il tema della famiglia, un bella carrellata di “vanitosi” eternati dalle pennellate dell’artista fiammingo e poi la sorprendente sala dedicata alla pittura sacra di Van Dyck, forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato, ma soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente. Qui si ammirano dei quadri grandi, come il Matrimonio mistico di Santa Caterina del 1618-20 proveniente dal Prado, o La cattura di Cristo del 1620-21 ca. proveniente da Anversa, o lo splendido San Sebastiano (1620-21) della Scottish National Gallery di Edimburgo, che portano il visitatore nel vortice del dramma sacro, ma anche a riascoltare il racconto delle storie bibliche che fungevano da monito morale per il pubblico di allora. In questa sezione trova spazio anche il dipinto Santa Rosalia intercede per la fine della peste a Palermo, proveniente dalla Wellington Collection di Londra, messo a confronto con un quadro simile, proveniente da Palazzo Abatellis di Palermo e qui attribuito a Hyeronimus Gerards.
Le ultime due sale sono di grande impatto e rappresentano un’autentica sorpresa: nella prima il visitatore scopre uno straordinario inedito, un Ecce Homo di grande intensità, proveniente da collezione privata europea e dove il pathos è davvero intenso. In questa stanza dedicata alla preghiera, non poteva mancare una Madonna col bambino – arriva dalla Galleria Nazionale di Parma -, per ricordare quanto la devozione privata in tutte le case fosse irrinunciabile e molto diffusa nella quotidianità del tempo.
Il finale è coi botti ed ha per teatro la sontuosa Cappella del Doge, dove è temporaneamente esposta la grande pala della chiesa di San Michele di Pagana, un raccolto luogo di culto in una piccola località della riviera ligure di Levante a Rapallo. Il dipinto, raffigurante Cristo crocifisso con i Santi Francesco e Bernardo e il nobile Francesco Orero (1626), scuro, essenziale, quasi crudo nella stesura, porterà il pubblico a conoscenza dell’unica pala realizzata nei suoi anni genovesi e una delle due sole pale d’altare in assoluto dei suoi sette anni italiani. Come dire che il visitatore esce da Palazzo Ducale con lo stupore negli occhi.
Un unico neo della mostra riguarda l’allestimento: le luci valorizzano le tele, ma non i cartellini con le didascalie. Se volete conoscere lo stretto indispensabile sul quadro che state ammirando, tenete a portata di mano la torcia del cellulare: potrebbe servirvi spesso.