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Tre rotte tra i detriti dell’identità e il sangue del cemento: tre libri

Bauhaus, Il cielo è nero la terra blu e Il sangue degli architetti: tre voci sulla perdita e l'identità
Tre rotte tra i detriti dell’identità e il sangue del cemento: tre libri
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Bauhaus, di Gianfranco Di Fiore (Readerforblind) è l’anatomia di una disfatta che non cerca gloria né consolazione. È il diario di un esilio che spoglia l’uomo di ogni epica, lasciando nuda la cronaca di chi ha perso e annota le ragioni della propria resa con una lucidità quasi maniacale. Il protagonista approda in un’Irlanda grigia e battuta dalla pioggia, un’isola che smette di essere geografia per farsi specchio impietoso di uno sfilacciamento interiore. In opposizione alla luce abbacinante della Campania natale, questo nord silente diventa la misura di un’inadeguatezza che non dà tregua. Emigrato senza certezze, con un curriculum in mano e la nausea per un lavoro che non vuole fare, l’uomo trova nella scrittura l’unico spazio di resistenza possibile. Vive come ospite in una villa affacciata sul mare, abitata da una famiglia che esibisce una solidità di facciata: dietro l’ordine e la disciplina celtica emerge però un quadro disfunzionale, un microcosmo fatto di umiliazioni psicologiche e corporali, dove la cura si è trasformata in una forma malsana di controllo. Di Fiore indaga la debolezza umana con un pudore feroce, raccontando la solitudine e il disincanto di chi deve imparare la pazienza di restare dove la vita lo ha scaraventato. Un romanzo sincero che illumina il taciuto e ci ricorda che, a volte, la rinascita non è un grido di battaglia, ma il gesto minimo di chi accetta di abitare le proprie macerie.

Il cielo è nero la terra blu, di Rossella Sorbara (Neo Edizioni, secondo classificato al Premio Nazionale di Narrativa) è un tracciato di geografia del dolore che scaraventa il lettore in quel perimetro di polvere e silenzi dove crescere non è un’evoluzione, ma una guerriglia. La protagonista, Nico, ha tredici anni e una certezza granitica: la donna con cui vive non è sua madre. O meglio, lo è stata, ma poi qualcosa si è rotto. È diventata “quella lì”, un’estranea che elargisce cattiveria invece che cure. Sorbara scrive con una lingua scarnificata, priva di fronzoli, capace di restituire il senso di claustrofobia di un’adolescenza trascorsa a piangere nei cessi, l’unico luogo dove la dignità resta al riparo dagli sguardi altrui. Nico vede una donna tra le roulotte e decide che è lei quella vera. Quella che le è stata sottratta. È un meccanismo di difesa, certo, ma in mano alla Sorbara diventa un noir dell’anima, una ricerca della verità che è prima di tutto fuga da una realtà che toglie il respiro. Attorno a Nico si muovono figure cariche di una malinconia densa. C’è Cosimo, l’amico per cui sacrificare un braccio, l’ancora di salvezza in un mare di fango. E c’è Angelina, che porta con sé il profumo di una Torino lontana, fatta di esami di filosofia, dischi dei Velvet Underground e la voce rauca di Leonard Cohen. Sono sprazzi di una vita possibile, ma terribilmente distante, come le luci di una città viste dal finestrino di un treno che non ferma mai nella tua stazione. Rossella Sorbara evita con cura le trappole del sentimentalismo da coming-of-age banale. La sua è una scrittura elettrica, che vibra di un’ostinazione feroce. Ci racconta che la libertà ha un prezzo altissimo e che spesso, per trovarla, bisogna avere il coraggio di ribaltare il mondo: dipingere il cielo di nero e la terra di blu, proprio come suggerisce il titolo, per vedere se, cambiando i colori della realtà, si riesce finalmente a respirare. Il cielo è nero la terra blu è un esordio che colpisce allo stomaco. È la storia di chi non si arrende all’evidenza, di chi cerca la propria identità tra le ombre di un tendone da circo perché la vita “normale”, quella dei grandi, è diventata un luogo troppo spaventoso per essere abitato. Una lettura necessaria per chiunque abbia ancora voglia di farsi graffiare dalla letteratura vera.

Il sangue degli architetti, di Diego Lama (Mondadori) ci riporta nei vicoli di una Napoli che non ha pace, insieme a un commissario Veneruso che ha le tasche piene della vita ancor prima che della morte. È un lunedì maledetto quando qualcuno decide di eliminare l’architetto Lester Young, schiacciandolo sotto il peso di un busto di marmo nel Palazzo delle Belle Arti. Il movente puzza di potere e cemento: c’è in ballo l’appalto per un progetto che cambierà il volto della città, e la vittima era il vincitore annunciato. Lama costruisce un giallo serrato, fatto di assassinii pirotecnici, faccendieri torbidi e donne che portano con sé segreti troppo pesanti. Ma dietro la trama investigativa pulsa un’angoscia più profonda: la consapevolezza che una Napoli intera sta per scomparire, travolta da una trasformazione che promette di annullare quartieri e memorie. Veneruso, costituzionalmente allergico al cambiamento, osserva questo terremoto urbano come se fosse la fine del suo mondo. Tra amori infranti e sogni di futuri impossibili, il vero protagonista resta il Tempo, il “Grande Nemico” che gira implacabile e che, questa volta, sembra intenzionato a presentare il conto definitivo. Un noir dolente e tenace, che usa il sangue per raccontare la ferita aperta di una metropoli che sacrifica la propria anima sull’altare del progresso.

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