Tullio Solenghi, sul palco del Carcano di Milano dal 6 al 10 maggio con Colpi di timone, porta a compimento il suo personale viaggio nel teatro di Gilberto Govi, chiudendo una trilogia iniziata con I maneggi per maritare una figlia e proseguita con Pignasecca e Pignaverde.
Lo spettacolo, tratto dalla commedia che fece debuttare Govi al cinema nel 1942, rappresenta un ulteriore passo nella raffinata operazione di recupero e reinterpretazione del repertorio goviano: Solenghi, regista e protagonista, si cala ancora una volta nei suoi panni con un lavoro di trasformazione meticoloso, fatto di un lavoro impegnativo su voce e gestualità. Il suo Giovanni Bevilacqua – armatore genovese ironico ma disincantato – è convinto di avere pochi mesi di vita a causa di una diagnosi medica sbagliata: decide così di dire finalmente tutto ciò che pensa ai membri dell’alta società genovese che frequenta, smascherandone ipocrisie, interessi e piccole meschinità. Ne nasce una girandola di situazioni comiche ed equivoci, che portano lo spettatore a riflettere sul valore della verità e sulle conseguenze della sincerità assoluta.
A rendere ancora più efficace lo spettacolo è una compagnia affiatata e di alto livello. Accanto a Solenghi troviamo Barbara Moselli nel ruolo della segretaria Paola e Mauro Pirovano nei panni del fidato Pietro. Completano il cast Claudia Benzi (Teresa), Daniele Corsetti (Bonetti), Stefano Moretti (avv. Baratti), Roberto Alinghieri (prof. Brunelli), Aleph Viola (comm. Longoni), Stefania Pepe (Lola), Mirco Tosches (conte Terzani) e Lorenzo Scarpino (capitano Negri). Un ensemble corale che sostiene con precisione ritmica e sensibilità interpretativa l’impianto della commedia.
Dal punto di vista scenico, il contributo di Davide Livermore – che firma una scenografia in bianco e nero – conferisce eleganza e un tocco d’antan, mentre il lavoro su trucco e parrucco permette a Solenghi di completare una metamorfosi ormai iconica. Il risultato è uno spettacolo che riesce a parlare sia al pubblico contemporaneo sia agli estimatori del teatro tradizionale, mantenendo vivo lo spirito di Govi senza trasformarlo in esercizio nostalgico. In questo senso, la scelta di chiudere la trilogia con questo titolo appare coerente: se nei precedenti spettacoli dominava la maschera, qui emerge con maggiore forza l’uomo.
Con questa pièce Solenghi conferma l’importanza di un’operazione culturale che punta a rileggere un classico rendendolo vivo, attuale e sorprendentemente vicino alla sensibilità di oggi.