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Dimartino: “La rabbia di Trump è come quella di un orso polare selvaggio. Il nostro ministro della cultura spara a zero e toglie finanziamenti. Sono preoccupato”

Il cantautore a FqMagazine con "L’improbabile piena dell’Oreto"

di Andrea Conti
Dimartino: “La rabbia di Trump è come quella di un orso polare selvaggio. Il nostro ministro della cultura spara a zero e toglie finanziamenti. Sono preoccupato”

Dopo gli ‘arrivederci’ artistici, ma non umani perché l’amicizia è solida, con Colpasce, Dimartino dopo sette anni torna al percorso da solista con “L’improbabile piena dell’Oreto”, il suo quinto album di studio. Un racconto sonoro, nato tra Milano e Palermo, che racconta della vita, del senso di appartenenza al mondo, pone tanti interrogativi. Insomma un disco che va ascoltato con attenzione, senza la fretta a cui ormai ci ha abituati lo streaming. L’eco di Franco Battiato si sente, ma del resto viste anche le origini sicule del cantautore è inevitabile. Il fiume rappresenta la vita, il cielo è l’enigma che ci aspetta giorno dopo giorno, fino a quando poi si cessa di vivere. Ma cosa dobbiamo aspettarci del dopo?

“Mi premeva fare una domanda all’ascoltatore. – ci racconta Dimartino- Dopo avere raggiunto i nostri obiettivi, accumulato soldi, costruito case, fatto figli, alla fine la domanda che ci accomuna tutti come esseri umani è: cosa c’è dopo questa vita no? Non voglio fare discorsi filosofici, però con la canzone ‘Contemplare il cielo attraverso le dita’ volevo porre l’ascoltatore nella condizione di chi si interroga su un dubbio esistenzialista legittimo perché è questo il nostro ruolo all’interno di questo mondo”.

Qual è la direzione che stiamo prendendo?

Il luogo verso dove stiamo andando, non è un luogo piacevole. Il mondo sta prendendo una piega orribile, i fascismi che credevamo sepolti stanno ritornando in maniera neanche subdola, ma in maniera molto evidente. Vedere un presidente degli Stati Uniti come come Trump che fa tutto quello che fa con il suo operato come in questi ultimi 34 mesi, credo non avrei mai potuto immaginarlo nella mia vita. Mi viene in mente il film “Idiocracy” del 2006 di Mike Judge dove c’è il presidente degli Stati Uniti, che è un ragazzino stupido con che indossa un gilet e dice cazzate continuo. Sta accadendo realmente. Non è un mondo che auguro a mia figlia, per questo sono molto spaventato.

Di cosa?
Nessuno avrebbe mai potuto immaginare di sentire le parole dette da Trump contro il Papa, ma anche un ministro della cultura che spara a zero, toglie finanziamenti, tutte queste cose non sono certamente ottime premesse per lasciare un mondo che sia in pace.

La soluzione è nel riallacciarsi al nostro “io” infantile?
L’idea di tornare ai bambini potrebbe essere una risposta ai problemi alla società. Sicuramente i bambini hanno una visione meno meno agguerrita nei confronti degli altri esseri viventi. C’era chi diceva che ‘stronzi non si nasce, ma ci si diventa’ e quindi col tempo col tempo le vicissitudini alla vita ti fanno diventare stronzo, in qualche modo. Quest’idea di tornare a ricongiungerci con la parte infantile abbiamo abbandonato nel tempo potrebbe essere una soluzione.

Cosa ci sarà dopo questa vita?
Non mi sento un materialista, credo che diventeremo qualcos’altro, che qualcosa accadrà, non credo che finirà tutto qua. Non so se è un’idea alla quale mi sono imposto di credere, però in realtà ho una visione abbastanza spirituale della vita come della morte. Apparteniamo a un mondo che non è questo, quindi oltre questo corpo, secondo me qualcosa c’è. Non ho una visione cristiana della vita dopo la morte perché limitare tutto alla vita terrena, al nostro corpo, alle nostre cellule, alla nostra carne? Secondo me è un limite mentale che forse ci vogliono imporre, ma che in realtà, secondo me, dovremmo superare.

In “Gusci vuoti” parli di “professori prestano i libri solo agli allievi che vanno bene”. Parli per esperienza personale?
Il mio primo disco del 2010 si chiamava ‘Cara maestra abbiamo perso’. La mia idea, in generale, del sistema scolastico è sempre rimasto uguale per me. I professori universitari sono dei miti da demolire.

Perché?
C’è una separazione troppo netta tra chi sta su una cattedra e chi sta su un banco di scuola che ti fa ti annullare totalmente quello che è il concetto di insegnamento. Questo nasce dalla suggestione che l’allievo ha nei confronti del professore. Questo danneggia tanto il modo di imparare che hanno gli alunni a scuola. Questo accadeva anche ai miei tempi negli Anni 90, poi ho fatto le scuole dei preti che erano abbastanza severi. Ne ho visti di professori un po’ crudeli, ma anche all’università.

Cos’è accaduto?
Una volta un professore di Antropologia Culturale mi ha chiesto di parlare dell’autore del libro che stavo usando per l’esame ed era lui! Hanno delle manie di onnipotenza. La canzone parla di ex compagni che si ritrovano dopo 20 anni e che hanno visto cambiare la loro direzione. Facciamo dei progetti all’adolescenza che puntualmente vengono sabotati dal corso di questo fiume che sta scorrendo che è la nostra vita.

Qual era il tuo progetto dell’adolescenza?
Io avevo tanti progetti e devo dire che effettivamente sono stato molto coerente con me stesso sin da quando ho formato la mia prima band a 14 anni. Poi certo negli anni sono successe tante cose, per un periodo ho fatto il professore a scuola anch’io, il supplente di musica. Però sono stato fortunato.

In “Meravigliosa incoscienza” parli di “far pace col mostro”. Cosa rappresenta?
Ogni tanto noi pensiamo che i mostri vivono fuori da noi, ma ogni tanto siamo noi quelli di cui dobbiamo spaventarci. La canzone si è ispirata anche a un animale leggendario di cui mi parlava mio nonno che si chiamava ‘sugghiu’ che era questo animale con la testa antropomorfa in un corpo di lucertola lungo 2 metri. Nonno era un contadino che trasportava la legna dal mio paese, Misilmeri, fino a posti come Corleone, nelle zone della provincia di Palermo. Mi aveva raccontato che vicino a un corso d’acqua aveva visto questo questo ‘sugghiu’ e mi aveva molto fatto molta. Da qui quest’idea che il fiume, in qualche modo, nasconda anche un qualcosa di spaventoso come un mostro mi ha mi ha sempre lasciato un senso di inquietudine.

In “Storia della mia rabbia” denunci che “per anni è stata mia nerissima nemica”. In che modo?

Non sono una persona rabbiosa però ho imparato a non non lasciare verare la rabbia. Ho immaginato la rabbia come una specie di cane che ognuno di noi ha accanto e che può essere addomesticato, invece di vagare ed essere selvaggio. Dovrebbero insegnarci a gestire la rabbia, va addomesticata. Secondo me, tante cose della società potrebbero essere risolte in questo modo. Gestire la nostra la nostra parte oscura ci consente di migliorare il nostro rapporto con gli altri. La rabbia di Trump io me la immagino come una specie di orso polare, che se da piccolo fosse stato addomesticato avremmo avuto meno problemi in questo momento storico.

Chi può fornirci gli strumenti per addomesticare la rabbia?
Chi nella società si deve occupare di questo: i maestri, il welfare, la società deve dotarsi di mezzi per gestire la rabbia le persone. Soprattutto dopo la pandemia sui social la gente è molto arrabbiata È la rabbia che ci ha portato ai fascismo.

Come va col signor Colapesce?
Abbiamo un bellissimo rapporto, che curiamo perché siamo amici, a prescindere dal lavoro. Abbiamo sempre detto che il nostro rapporto artistico non si sarebbe mai trasformato in una ditta. 
Era la cosa fondamentale per mantenere sempre la nostra individualità, perché comunque noi nasciamo come cantautori separati. Io avevo fatto quattro dischi quando l’ho incontrato. Se un giorno riprenderemo a fare musica insieme sarà perché ognuno avrà fatto delle cose, ci saremmo arricchiti di esperienze… Faremo qualcosa insieme probabilmente, non un’altra ditta, magari una Srl (ride, ndr).

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