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Bisteccheria d’Italia, Delmastro: “Mi sento vittima, non sapevo chi fosse Caroccia. Bastava guardare su Google, imperdonabile leggerezza politica”

L'ex sottosegretario di fronte alla Commissione Antimafia sul ristorante aperto con i prestanome del clan Senese: "Nessuno mi ha mai adombrato neanche solo un dubbio. Il suo locale mi sembrava ben frequentato"
Bisteccheria d’Italia, Delmastro: “Mi sento vittima, non sapevo chi fosse Caroccia. Bastava guardare su Google, imperdonabile leggerezza politica”
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Non sapevo chi fosse Mauro Caroccia. Se l’avessi saputo, non solo non ci avrei fatto una società, ma non sarei nemmeno andato a mangiare nel suo locale. Poi ho visto che bastava digitare su Google, è stata un’imperdonabile leggerezza politica“. È questa, in sintesi, l’autodifesa di Andrea Delmastro di fronte alla Commissione parlamentare Antimafia, dove l’ex sottosegretario alla Giustizia è stato ascoltato in audizione sullo scandalo della “Bisteccheria d’Italia” sollevato dal Fatto, che lo ha costretto alle dimissioni. Ai numerosi parlamentari che gli hanno chiesto come sia stato possibile, per un esponente di governo, aprire un ristorante con la figlia del prestanome del clan Senese, l’esponente di Fratelli d’Italia risponde scaricando la responsabilità su altre figure: “Nessuno mi ha mai adombrato neanche solo un dubbio. Per quanto riguarda l’antiriciclaggio, notaio e commercialista non mi hanno dato alcun alert, se me l’avessero dato mi sarei ovviamente fermato. Non so come sia possibile che nessuno degli apparati ne abbia avuto contezza. Sotto questo profilo mi sento, tra virgolette, vittima anch’io di un meccanismo che invece si doveva e si dovrà mettere in campo, me lo auguro per chiunque”. E quando Elisabetta Piccolotti, di Avs, gli fa notare che sarebbe bastata una ricerca su internet, Delmastro alza le mani: “Effettivamente è stata un’imperdonabile leggerezza politica. Se avessi googlato non avrei fatto la società, non avrei perso dei soldi, non mi sarei dimesso”, ammette.

Di fronte alla commissione, l’ormai semplice deputato sceglie di non esordire con un discorso, ma di rispondere direttamente alle domande dei colleghi. La prima è su come abbia iniziato a frequentare il locale di Caroccia a Roma, “Da Baffo” sulla Tuscolana, dove è stata scattata la foto che li ritrae insieme: “Volevo andare a mangiare in un locale lì vicino, che si chiama “Carnivori”, ma era pieno. Non mi ricordo se sono finito lì guardando su The Fork (un’app per la prenotazione di ristoranti, ndr) o se qualcuno me l’ha detto. Ma anche quello era pieno. Dopodiché quel locale aveva una struttura simpatica, e dopo qualche mese abbiamo detto: “Perché non andiamo là?”. Ovviamente se avessi saputo non ci sarei andato mai più immediatamente”, dice. L’ex sottosegretario aggiunge come, proprio “Da Baffo”, gli fosse capitato di incontrare appartenenti alle forze dell’ordine che gli avevano chiesto delle foto: “Questo può aver contribuito ad abbattere i sospetti sul locale, che mi sembrava ben frequentato“, afferma. Il politico, poi, spiega così la scelta di entrare in società con la figlia 18enne del ristoratore poi condannato, anziché direttamente con lui: “Caroccia disse che voleva avviare sua figlia a questa attività in un contesto più piccolo, che quel locale”, da Baffo, “era troppo grande. Per me fu normale”.

Delmastro sostiene “aver avuto contezza” di chi fosse Caroccia solo dopo la sua condanna definitiva per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, risalente al 18 febbraio 2026: “Il 27 ero fuori dalla società. Non appena ho avuto notizia vi è stata una precipitosa fuga mia e di tutti i soci da quel contesto societario, disinteressati al fatto che questo comportava perdere ogni investimento. L’importante era fuggire in ogni modo da un contesto distante anni luce dalla mia formazione, non voglio dire etica, ma culturale”. Per dimostrare la sua buona fede, Delmastro insiste sul fatto di essere entrato nella società col suo nome: “Se avessi voluto perseguire un diabolico disegno criminale, credo che avrei fatto di tutto per non tenere la carta d’identità sul tavolo. Potevo trovare mille modi per non mettere la mia faccia in prima persona. Chi entrerebbe in società con la mafia mettendoci la faccia, mentre è sottosegretario?”.

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