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Accordo sul petrolio tra Eni e Venezuela: “È il più promettente della storia”. Ma mette a rischio l’ecosistema della Fascia dell’Orinoco

La finalità è quella di “rilanciare la produzione di greggio pesante” nel giacimento Junin-V, che contiene 35 miliardi di barili di petrolio, dove il cane a sei zampe potrà riattivare le operazioni estrattive
Accordo sul petrolio tra Eni e Venezuela: “È il più promettente della storia”. Ma mette a rischio l’ecosistema della Fascia dell’Orinoco
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“Promettente”. Delcy Rodríguez presenta così l’accordo sottoscritto martedì da Eni, Petróleos de Venezuela (Pdvsa) e Ministero venezuelano degli Idrocarburi. Dal salone Sol del Perú, Palazzo di Miraflores, la presidente incaricata del Venezuela lo definisce “l’accordo petrolifero più importante” mai “sottoscritto nella storia” del Paese sudamericano con alcuna azienda. Presenti Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni, e Fabio Castiglioni, responsabile dell’ente per la regione America ed Eurasia. La finalità è quella di “rilanciare la produzione di greggio pesante” nel giacimento Junin-V, che contiene 35 miliardi di barili di petrolio, dove Eni potrà riattivare le operazioni estrattive. La gestione del giacimento, situato a est del Venezuela, nella Fascia dell’Orinoco, è divisa tra Eni (40%) e Pdvsa (60%). Eni opera anche nel campo di gas offshore “Perla”, uno dei più grandi della regione, e nel Golfo di Paría attraverso l’impresa mista Petrosucre.

Intervenuto sull’accordo, Descalzi ha parlato di “grandi proiezioni” tra Eni e Caracas, di “riunioni molto positive” con il governo Rodríguez e preannuncia “piani molto ambiziosi per il futuro”. L’accordo è stato anticipato da un’altra intesa per lo “sviluppo delle attività primarie nell’area Junin-V”, siglata qualche ora prima da Guido Brusco, direttore Eni di operazioni e risorse naturali in Venezuela, e dalla ministra degli Idrocarburi Paula Henao. La riattivazione delle operazioni sarà agevolata dal venir meno di alcune sanzioni Usa. Il tutto è motivato anche dalla recente riforma della legge sugli idrocarburi voluta dalla Casa Bianca che sbiadisce decenni di Lucha revolucionaria e di politiche nazionalistiche. “Lo Stato ha perso e le multinazionali hanno vinto”, dice l’intellettuale chavista Luis Britto García, sottolineando che la riforma Rodríguez “indebolisce il settore pubblico di fronte al capitale transnazionale” e “apre le porte alla privatizzazione del petrolio venezuelano”. Archiviata quindi l’era Chávez, almeno in materia economica, così come le tensioni Roma-Caracas.

“L’Eni non ha mai lasciato il Venezuela”, rilancia Rodríguez che ringrazia “la presidente Meloni e il popolo italiano per il passo che stiamo facendo insieme”. Crescono però i timori per le sorti dell’ecosistema della Fascia dell’Orinoco che – secondo l’osservatorio Sos Orinoco – subisce una “profonda trasformazione” a causa dell’attività estrattiva “mineraria” e “petrolifera” che negli ultimi due decenni ha provocato la perdita di 2,6 milioni di ettari arborei. Il professore Emiliano Teran Mantovani, Phd presso l’Icta-Uab, spiega a Ilfattoquotidiano.it che il Paese non conta su “adeguate tutele ambientali” e l’improvvisa apertura alle Big Oil, “priva di contrappesi”, voluta dalla riforma sugli Idrocarburi “non lascia tregua all’ambiente”. La Fascia, estesa 50mila chilometri quadrati, detiene una delle maggiori riserve di greggio, con almeno 380 miliardi di barili stimati. Pesano anche le caratteristiche del greggio pesante, ritenuto “sporco”, “viscoso” e “difficile da processare”. “Non scorre e richiede iniezioni di vapore” consumando “grandi quantità di energia”, spiega a Cnn Lorne Stockman, condirettore di Oil Change International. Tant’è che, secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia, le emissioni di gas metano provocate dalle operazioni estrattive sono sei volte più alte della media mondiale.

Dal 2016, la regione registra almeno 300 fuoriuscite di petrolio, sempre più ricorrenti a causa della scarsa manutenzione delle infrastrutture. Una delle più gravi si è verificata proprio nel blocco Junin e si è estesa per oltre 24 chilometri, raggiungendo il corso d’acqua di Río Claro che sfocia direttamente sul fiume Orinoco. Dopo numerose verifiche, a Ilfattoquotidiano.it non risultano interventi di Caracas volti a riparare i danni ambientali. “Prima occorrevano dei correttivi e miglioramenti infrastrutturali. Ora la questione viene praticamente autogestita dalle compagnie straniere”, spiega una fonte di Pdvsa a Ilfattoquotidiano.it.

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