Crans-Montana, cartelle cliniche negate ma arrivano le fatture che non dovranno essere pagate. Le famiglie dei feriti: “La misura è colma”
Prima le richieste rimaste senza risposta, poi le fatture di cui però non viene richiesto il pagamento. È su questo doppio binario che è cresciuta la rabbia delle famiglie dei giovani italiani feriti nella strage di Crans-Montana. Nel rogo del Constellation bar la notte di Capodanno un devastante incendio provocò 41 morti – tra cui sei italiani – e oltre 100 feriti. Alcuni gravissimi e con un percorso di cura ancora molto lungo. Da mesi, raccontano i genitori a La Repubblica, chiedono di ottenere le cartelle cliniche dei figli, molti dei quali ancora ricoverati o in fase di riabilitazione dopo ustioni gravissime e danni polmonari. Documenti fondamentali per comprendere nel dettaglio le cure ricevute nelle ore immediatamente successive all’incendio. Ma quelle carte, denunciano, non sono mai arrivate.
L’indignazione
In compenso, nelle ultime settimane, qualcosa è arrivato eccome: le fatture degli ospedali svizzeri. Conti dettagliati, inviati via mail, relativi alle prime ore di ricovero in strutture come quella di Sion, dove i ragazzi furono soccorsi prima del trasferimento in Italia. Cifre che lasciano senza parole: da 17 mila fino a quasi 67 mila euro per meno di 15 ore di degenza, prima del trasferimento in elicottero verso il Ospedale Niguarda. Sui documenti è chiaramente indicato che quelle somme non devono essere pagate dalle famiglie. Eppure, l’effetto è devastante. “Oltre il danno, la beffa”, dice Umberto Marcucci, padre di uno dei ragazzi coinvolti. L’arrivo improvviso di quelle mail, senza spiegazioni, viene vissuto come un colpo ulteriore dopo mesi già segnati da dolore e incertezza. “Sembrano più tariffe orarie che altro”, aggiunge, sottolineando lo sconcerto per cifre così elevate associate a poche ore di assistenza.
La rassicurazione formale, però, non basta. I genitori chiedono chiarezza e soprattutto garanzie: vogliono la certezza che i costi saranno interamente coperti dal Cantone Vallese e che lo Stato italiano non debba intervenire. Ma soprattutto tornano a sottolineare quella che considerano una mancanza grave: “Le cartelle cliniche le chiediamo da mesi, senza risposta. I conti invece arrivano”. Il caso è ora sul tavolo delle istituzioni. L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, ha in programma una serie di incontri con le autorità elvetiche, tra Berna e il Vallese, proprio per chiarire questo punto. L’obiettivo è ottenere conferme ufficiali: le spese non dovranno ricadere né sulle famiglie né sull’Italia, come già indicato nei mesi scorsi.
Cornado prova a ridimensionare l’accaduto, spiegando che l’invio delle fatture rientra nelle procedure standard svizzere, anche in casi in cui i costi non sono a carico dei destinatari. Ma ammette implicitamente la delicatezza della situazione: ricevere documenti di questo tipo, dopo una tragedia simile, rischia di riaprire ferite ancora vive. Sul fronte legale, il malumore è ancora più netto. L’avvocato Domenico Radice parla apertamente di gestione inadeguata: al di là di chi dovrà pagare, sostiene, l’invio delle fatture in un contesto del genere è “abbastanza scandaloso” e avrebbe richiesto maggiore attenzione. Per le famiglie, aggiunge, “la misura è colma”.
Le indagini
Intanto nei giorni scorsi l’inchiesta svizzera ha segnato un ulteriore passo con l’iscrizione nel registro degli indagati di altre quattro persone. Iniziativa della procura di Sion che aggrava le responsabilità istituzionali. La procura del Cantone del Vallese sta infatti allargando il cerchio delle indagini, coinvolgendo sempre più pesantemente non solo il Comune di Crans-Montana ma anche i vertici politici della vecchia amministrazione di Chermignon, in carica fino al 2017, prima della fusione tra le due comunità. Gli inquirenti sentiranno, dall’11 maggio al 3 giugno, Patrick Clivaz, braccio destro del sindaco Nicolas Féraud, attuale consigliere di Crans-Montana con la delega al servizio di sicurezza, Jean-Claude Savoy e Jérémie Rey, rispettivamente ultimo sindaco ed ex consigliere comunale con delega all’edilizia di Chermignon. Ai loro nomi si aggiunge quello del funzionario Benjamin Charpiot, attuale vice responsabile della sicurezza.
Le condizioni dei feriti
I feriti ricoverati al Niguarda di Milano “in questo momento sono cinque, ne abbiamo quattro che sono ancora ricoverati al Centro ustioni, un altro sta facendo la riabilitazione respiratoria. Sono tutti in fase di miglioramento, quindi devo dire che da questo punto di vista siamo soddisfatti del lavoro che hanno fatto i nostri medici, il nostro personale sanitario e anche della grande collaborazione dei genitori che sono sempre stati molto vicini” ha spiegato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, alla presentazione della nuova Terapia Intensiva Pediatrica al Niguarda. Due di questi cinque pazienti “devono rimanere qui ancora diversi mesi. Un altro paio probabilmente, a cavallo con la festa del lavoro, potrebbe andare a casa – ha aggiunto -, ma poi dovranno tornare molto spesso per fare le medicazioni. Questi sono percorsi molto lunghi, complicati e delicati. E anche a casa i ragazzi dovranno fare tutta un’attività di riabilitazione che paradossalmente è ancora più complicata e difficile di quello che stanno facendo in ospedale”.
Per quanto riguarda il percorso riabilitativo dei ragazzi già dimessi, “noi siamo in contatto con tutti e con tutti i genitori – ha proseguito Bertolaso -, anche purtroppo con i genitori dei ragazzi che non ci sono più. Con il presidente Fontana stiamo seguendo i ragazzi, li assistiamo e interveniamo per risolvere qualsiasi problema che dovessero avere. Tra quelli che sono a casa e stanno facendo riabilitazione, ce n’è qualcuno un pò svogliato, che stiamo anche redarguendo, e qualcuno che invece è molto più attivo”.