Attaccare Cuba per far dimenticare l’Iran: “Trump pronto a colpire l’Avana come promesso”. Díaz-Canel: “Affronteremo l’aggressore”
“Preparativi militari Usa si intensificano nel silenzio”. Prima o poi Donald Trump potrebbe “dare l’ordine di intervenire” a Cuba. Lo affermano fonti consultate da Usa Today, in anonimato, perché non autorizzate a parlare con la stampa. Lo stesso Pentagono, pur provando a minimizzare, si dice “pronto” a eseguire “gli ordini del presidente”. La minaccia non spaventa il capo dello Stato cubano, Miguel Díaz-Canel, che dice: “I tempi attuali sono difficili e ci chiedono di essere pronti ad affrontare serie minacce, tra cui l’aggressione militare“. Parlando alla cerimonia per il 65esimo anniversario della tentata incursione Usa alla Baia dei Porci, Díaz-Canel ha aggiunto: “Non la vogliamo (la guerra, ndr) ed è nostro dovere prepararci per evitarla e, se fosse inevitabile, vincerla”. Sempre Díaz-Canel, interpellato da Newsweek, assicura: “Lotteremo, difenderemo noi stessi. E morire per la Patria è vivere, se dovessimo cadere in battaglia”. Una risposta diretta, la sua, all’ennesima minaccia Usa. “Cuba è una nazione al collasso“, ha detto lunedì lo stesso Trump, assicurando una “possibile tappa” nell’Isola, “una volta finito” il conflitto in Iran. Il passaggio da Teheran all’Avana non è casuale. Non è andata come voleva in Medio Oriente e ora ritenta la fortuna su Cuba, cercando di spostare i riflettori sull’isola. Secondo i Dem Usa, Trump vorrebbe “rivendicare una vittoria, almeno simbolica, dopo la disfatta iraniana”. Anche solo per calcolo elettorale. “Contiamo su molti e straordinari cubano-statunitensi. Praticamente tutti hanno votato per me e sono stati trattati in maniera terribile”, ha osservato Trump definendo il governo cubano “un regime molto oppressivo”. E non è un caso che proprio i cubani statunitensi siano protagonisti di un recente sondaggio del Miami Herald, secondo cui il 79% di loro “sostiene un intervento militare” Usa nell’Isola e il 70% ritiene che “i negoziati con l’Avana non porteranno da nessuna parte”.
Non è la prima volta che Trump si avvale dell’Avana per spostare l’attenzione dall’Iran. “Cuba è la prossima”, aveva detto un paio di settimane fa. E ancora: “Fate finta che non l’ho detto, ma è la prossima”. Il dossier cubano è stato anche riportato al Congresso, durante un’udienza tenutasi giovedì, presso il sottocomitato per l’Emisfero occidentale. “L’Avana è l’epicentro del male nella regione”, ha esclamato la repubblicana María Elvira Salazar che ha presieduto i lavori. Per lei “il vento di libertà” soffia nel continente, grazie alla “nuova dottrina Monroe”, volta a “contrastare l’influenza cinese” sui vicini. Salazar suggerisce a Washington di “disconnettere” il regime, per “farlo cadere”.
Ma c’è chi dice no. “Cercate solo una vittoria rapida, dopo le difficoltà riscontrate in Iran”, ha replicato il dem Joaquín Castro, denunciando l’assenza di una “roadmap chiara” e il rischio di una “catastrofe” a livello regionale. Nel frattempo, Raúl Guillermo Rodríguez, nipote di Raúl Castro, prova a mantenere in piedi le trattative con gli Usa. Tra i tentativi più recenti, secondo il Wall Street Journal: una lettera destinata a Trump, attraverso l’imprenditore Roberto Carlos Chamizo, che però è stato fermato dall’Ice nell’aeroporto di Miami. “I cubani vorrebbero aggirare Rubio e rivolgersi direttamente a Trump”, assicura l’analista Peter Kornbluh. L’Avana ritiene Rubio un ostacolo ai negoziati: “Non si fidano di lui e non lo reputano un interlocutore imparziale”.
Il blocco petrolifero – che ha subito solo qualche piccola deroga, come l’arrivo della nave russa Anatoly Kolodkin – ha acuito la crisi umanitaria nell’isola: nove cubani su dieci vivono in povertà estrema e la produzione energetica è al di sotto del 40% del fabbisogno. “È inaccettabile che alla gente sia negato il minimo indispensabile per sopravvivere”, ha denunciato il sacerdote francescano Luis Pernas che due volte a settimana eroga beni di prima necessità ai cubani in fila nella parrocchia Santa Cruz de Jerusalén (Avana). Tuttavia Washington non cede. La strategia – negoziati o meno – è quella dell’isolamento, già testata a Caracas. Anche lì, però, il governo si è ricompattato e, al di là degli affari, Washington – che in meno di cento giorni ha sostituito l’incaricato di Affari, da Laura Dogu a John Barrett – non sembra avere l’ultima parola.