Libri e Arte

Messner: “Le Dolomiti sono uno scempio, non sappiamo fare turismo. A un certo punto ho pensato di lasciare il Sudtirolo e andare a fare il pastore in Patagonia”

L'alpinista presenta il suo nuovo libro, critica il turismo di massa e rivela: "Ho pensato di trasferirmi in Patagonia"

di Davide Turrini e Ilaria Mauri
Messner: “Le Dolomiti sono uno scempio, non sappiamo fare turismo. A un certo punto ho pensato di lasciare il Sudtirolo e andare a fare il pastore in Patagonia”

Prova a vedere se ti fila, ho giusto limato l’attacco e tolto un paio di ripetizioni, dimmi se ti fila e qual è il pezzo da integrare che lo aggiungo: “Sto dalla parte del Sudtirolo e sono convinto che sia soprattutto il carattere provinciale – se riusciremo a preservarlo – a caratterizzarci in un mondo globalizzato e a permetterci di resistere”. Reinhold Messner torna a parlare della sua Heimat. Non è solo “casa”, né semplicemente “terra natale”. È qualcosa di più stratificato, identitario, quasi irriducibile a una traduzione. “Il mio Sudtirolo” (Raetia) è un libro che è insieme racconto personale e presa di posizione politica. Un atto di amore e fierezza per le proprie radici culturali, quel “tipo di luce, di paesaggio che mi è proprio, che è locale, che è nostro”. Un libro che allo stesso tempo è anche un manifesto politico cristallino e severo, proteso tra fratture sociali, diversità linguistico-culturali e atti terroristici che hanno attraversato i decenni dal dopoguerra a oggi. “È la traduzione di un libro scritto dieci anni fa per un pubblico tedesco, ma può andare bene anche per chi arriva da Roma e Napoli”, spiega l’81enne alpinista di Bressanone a FQMagazine mentre è in viaggio in Germania. “Su richiesta di una casa editrice scrissi queste pagine per capire il dietrofront che c’era nella causa storica e sociale del Sudtirolo. Sui libri di turismo veniva da sempre e solo descritta la bellezza del nostro paesino, ma ci sono molti fatti dietro le quinte per capire meglio questo paese”. Così, a 82 anni, torna a interrogarsi sul suo Sudtirolo e lo fa con il tono asciutto e diretto che lo contraddistingue, senza concessioni alla retorica. Difende le radici, critica i sistemi di potere locali, riflette sull’Europa e mette in guardia dal turismo che sta consumando le Dolomiti. Lei scrive nel libro che la soluzione per la questione sudtirolese è quella di una “autonomia condivisa”, fatta da misura, tolleranza e convivenza tra le tre parti che la compongono (lingua tedesca, italiana e ladina ndr).

“Mi batto da tempo per questa convivenza, per questa fortuna di vivere in un piccolo paese autonomo che non costringe i cittadini ad essere legati a una nazionalità. Lo dico da decenni: a livello di cultura e lingua non sono tedesco, non sono austriaco e non sono italiano. Io sono cittadino italiano con la consapevolezza di essere suditrolese e come tale per sentirmi coinvolto in una società più larga mi definisco europeo. Se tutti gli europei avessero questa consapevolezza non avremmo tutti questi problemi che leggiamo in giro”.

Usa comunque parole toste contro Bruxelles (e Roma). Citoiamo: “Siamo un po’ ufficiali pagatori e gregge elettorale”.
Vero, ma rispetto agli ultimi 60 anni che ho descritto nel libro la situazione anche solo a livello di mass media è cambiata. Quando non c’era ancora internet o lo smartphone, la casa editrice Athesia (che pubblica il più letto quotidiano dell’Alto Adige, Dolomiten ndr) aveva in mano il potere mediatico. Tra Sudtiroler Volkspartei e gruppo editoriale decidevano tutto loro.

Figuriamoci lei che si definisce un pensatore libero…
Esatto. Io sono uno dei pochi fuori dagli schemi. Io sono contro tutti i nazionalismi e per non inciampare nel nazionalismo ho avuto la grande fortuna di essere sudtirolese. Il Sudtirolo non è una nazione, come non lo è l’Europa, che è una somma di nazioni. Insomma, mettendo la mia voce e la mia credibilità ho fatto troppo rumore.

Lei ama il Sudtirolo, ma nel Sudtirolo alcuni non le vogliono bene…
Sì, tempo fa ho pure pensato di andare via da qui. La mia tensione con il Sudtirolo è iniziata nel 1978, dopo la scalata sull’Everest, poi non sapete quello che mi hanno fatto per l’investimento del mio Castel Firmiano. Una lite incredibile durata cinque anni. È un miracolo che quel rudere ci sia ancora e nessun l’avrebbe curato come ho fatto io. Eppure mi hanno messo tutti i freni possibili, hanno tentato di tutto per farmi fuori. E il gruppo italiano non si è neanche accorto di quello che succedeva.

Fosse scappato dal Sudtirolo dove si sarebbe trasferito?
In Patagonia. C’è stata per un attimo la possibilità di fare il pastore.

Parliamo di Dolomiti. Montagne splendide sempre più prese d’assalto da tutto il mondo. I turisti arrivano in questo angolo di paradiso non proprio sempre attrezzati a dovere. Ci troviamo di fronte a persone che non rispettano la montagna?
Prima di tutto dobbiamo essere felici che tutto il mondo viene a visitare le Dolomiti. Però c’è un problema: il traffico. Sarebbe importante che le tre province confinanti – Sudtirolo, Belluno e Trento – si organizzassero a livello logistico. Negli Stati Uniti, allo Yosemite Park, sono stati capaci di organizzarlo, noi no. L’esempio forse più negativo riguarda le Tre Cime di Lavaredo, che stanno tra il comune di Auronzo e il Sudtirolo, quello che succede laggiù è uno scempio. Tutti i clienti di alta qualità ci mettono il naso e dicono: mai più. Insomma, vengono sfruttate in modo totalmente sbagliato.

Poi c’è l’eterna questione se si deve pagare per accedere in certi luoghi o attraversare certi passi…
Chiedere soldi a chi entra o no è una discussione secondaria. Noi abbiamo tre valori da vendere: silenzio, tranquillità, unicità. Al momento però li stiamo distruggendo. Non sappiamo cosa è il turismo sostenibile. Per questo dico che per le Dolomiti è cruciale un vero storytelling. È importante quanto la presenza di uno skilift o la possibilità di camminare per un sentiero. Certo un cinese o un giapponese che nel bosco si perde e non sopravvive è una disgrazia, ma io in quel posto ci sono passato a cinque anni e non sono morto. Dobbiamo imparare a dire a questi ospiti che le montagne sotto un fulmine o vicino a una valanga possono essere pericolose. Io ho 82 anni, ho fatto tutto quello che potevo nel narrare le Dolomiti anche grazie alla mia vasta struttura museale. Ho già dato, anche con questo libretto”.

Di recente il Lago di Braies ghiacciato si è sciolto a causa delle alte temperature mentre un centinaio di turisti ci passeggiavano sopra e diversi di loro sono finiti all’ospedale: bisogna lavorare anche sulla cultura delle persone?

Guardate, con lo storytelling l’imprenditore turistico o la signora che porta la colazione racconteranno dei dintorni. Così la gente sente che sul ghiaccio in primavera non si va o che in quella valletta può scendere una valanga. Nel mio libretto racconto il Sudtirolo, ma ho raccontato anche le Dolomiti. Fuori dalla mia Heimat, nel bellunese, tra la Val di Zoldo e il Cadore, sul Monte Ritte. Il Pelmo e il Civetta hanno storie incredibili. Le ascese al Civetta sono avventure che superano quelle sull’Himalaya. Ma loro soffrono non hanno un turismo come il nostro.

Per far dialogare le tre province unite le tocca chiamare il neo Ministro del turismo italiano…
Intanto ci vorrebbe un brainstorming di due-tre anni e poi si crea una task force di una mezza dozzina di tecnici, non di politici. Si chiude un passo, si lega una vallata ad un’altra, ecc… si crea un turismo che sia esempio per gli altri.

Nel suo libro racconta la storia di diversi presidenti della provincia di Bolzano che noi italiani conosciamo poco. Alcuni li elogia, altri meno: che ne pensa invece della presidente del consiglio Giorgia Meloni?
“Non ero felice quando è stata votata. Ma nel frattempo devo dire che dimostra di essere capace. È un momento difficile per lei e per i problemi che abbiamo. Non ho nessun legame con lei e con il suo partito. E non mi piace il nome Fratelli d’Italia (ride ndr), ma devo dire che ho cambiato emozioni su di lei, oggi sono positivamente preso. L’Italia ha sempre sofferto del fatto che ogni cinque mesi, un anno, si cambiasse presidente del consiglio. Il presidente nuovo lavorava per un piccolo periodo e non si andava avanti. Poi sia chiaro, ora sono in Germania per una conferenza e anche qui hanno problemi seri, più seri che in Italia. La Germania odierna non è più quel mito di una volta.

Allora lanciamo ufficialmente un invito alla Meloni in uno dei suoi musei per avviare lavoro tra provincie…
Lei capirebbe subito le mie possibilità di intervenire nel mio “paesino”.

Un’ultima domanda: la visibilità del territorio dolomitico per le recenti Olimpiadi invernali porterà ad un afflusso maggiore di turisti?
No. Cortina avrà qualcosa in più, ma oggi se vuoi fare turismo a lungo termine devi offrire altri valori. A breve quando la ricchezza andrà dall’ Europa in Asia e la Cina tra 10 anni avrà leadership del mondo, per cinesi, giapponesi, indiani la possibilità di girare l’Italia sarà una specie di esperienza museale vasta. Poi certo, magari a chi piace il Rinascimento piace meno la montagna. Chissà. Però se noi facciamo bene dalle nostre parti e non affolliamo troppo la montagna, distribuendo ospiti in tutte le zone dolomitiche, si potrà lentamente far crescere la nuova clientela”.

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