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“E’ in atto un’espulsione di massa coronale”: una tempesta geomagnetica di classe G2 è in arrivo sulla Terra il 16 aprile, quali sono i rischi

Ecco quali sono i rischi (limitati) per gli apparati tecnologici e cosa sono esattamente questi fenomeni legati all'attività del Sole

di Redazione FqMagazine
“E’ in atto un’espulsione di massa coronale”: una tempesta geomagnetica di classe G2 è in arrivo sulla Terra il 16 aprile, quali sono i rischi

Le turbolenze del Sole tornano a farsi sentire sul nostro pianeta. Tra giovedì 16 e venerdì 17 aprile 2026, la Terra dovrebbe essere investita da una tempesta geomagnetica classificata come G2 (ovvero di intensità moderata). A darne l’annuncio è lo Space Weather Prediction Center (SWPC) della NOAA, l’agenzia governativa statunitense specializzata in meteorologia e monitoraggio ambientale. La causa scatenante di questo evento è un’imponente espulsione di massa coronale (CME, acronimo di Coronal Mass Ejection) sprigionatasi dalla superficie del Sole nelle scorse ore. Questo fenomeno astronomico, per quanto suggestivo e fonte di preoccupazione ricorrente nell’opinione pubblica, rientra nella normale attività del nostro astro e produrrà, secondo gli esperti, effetti tecnologici gestibili senza particolari criticità.

Che cos’è un’espulsione di massa coronale (CME)

Per comprendere l’impatto di una tempesta geomagnetica, è necessario partire dal suo innesco. Le espulsioni di massa coronale consistono in ciclopici rilasci di plasma e campo magnetico dalla corona solare, lo strato più esterno dell’atmosfera del Sole. Durante una CME, la stella può espellere nello spazio miliardi di tonnellate di materiale coronale. Questo plasma porta con sé un campo magnetico “congelato” al suo interno, spesso più intenso del vento solare di fondo che attraversa costantemente il sistema interplanetario. La velocità con cui queste immense ondate viaggiano verso lo spazio profondo varia drasticamente: dalle CME più “lente”, che viaggiano a meno di 250 km al secondo e impiegano diversi giorni per coprire i 150 milioni di chilometri che ci separano dal Sole, a quelle velocissime (fino a 3.000 km/s) in grado di raggiungere l’orbita terrestre in appena 15-18 ore. Durante il lungo viaggio, queste bolle di plasma si espandono a dismisura. Al momento dell’impatto con il nostro pianeta, le più grandi possono occupare uno spazio pari a un quarto dell’intera distanza tra la Terra e il Sole.

Gli effetti sulla tecnologia e il ruolo dei “buchi coronali”

Quando l’onda d’urto di plasma e particelle cariche investe la magnetosfera (lo scudo magnetico naturale della Terra), si innesca la tempesta geomagnetica. L’evento atteso per le prossime ore, classificato come G2 (su una scala che arriva fino a G5), produrrà disturbi modesti. La NOAA segnala la possibilità di leggere fluttuazioni di tensione nelle reti elettriche terrestri di alta latitudine, una possibile diminuzione della qualità nelle comunicazioni radio ad alta frequenza e anomalie minori negli strumenti di navigazione satellitare. Anche alcune specie animali in fase migratoria, che si affidano al campo magnetico terrestre per orientarsi tramite la magnetoricezione, potrebbero subire lievi interferenze.

Oltre alle CME generate dai violenti brillamenti (flare solari), i venti solari in arrivo in questo periodo sono alimentati anche da un altro affascinante fenomeno: la comparsa di immensi “buchi coronali”. Le recenti immagini catturate dal telescopio spaziale Solar Dynamic Observatory (SDO) della NASA hanno immortalato un colossale buco oscuro, esteso per centinaia di migliaia di chilometri (talmente ampio da poter inglobare decine di pianeti Terra), apertosi nella parte alta a sinistra del disco solare e in fase di allineamento con la Terra.

Queste strutture non sono fori fisici, bensì vaste aree in cui il campo magnetico del Sole si “apre” verso lo spazio anziché richiudersi a cappio verso la superficie. Come spiega la dottoressa Valentina Penza dell’Università di Tor Vergata, il plasma in queste zone è meno denso e leggermente più freddo, motivo per cui i telescopi a raggi ultravioletti o a raggi X li inquadrano come macchie scure. Da questi campi aperti sgorga un vento solare molto veloce, in grado di innescare tempeste di classe G1 o G2. Eventi certamente degni di nota per gli scienziati e i gestori delle infrastrutture satellitari, ma assolutamente innocui per l’incolumità umana e lontani dai devastanti scenari catastrofici associati alle rare super-tempeste solari di classe estrema.

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