Perché Trump non è un’anomalia improvvisa, ma un fenomeno che nasce dalle profondità Usa
di Nicolantonio Agostini
L’ascesa di Donald Trump non è un’anomalia improvvisa, ma il risultato di una lunga stratificazione di fattori storici, culturali e psicologici che hanno prodotto una miscela esplosiva.
Per capirla bisogna partire da una domanda: perché alcuni Stati americani votano stabilmente repubblicano e altri democratico? Nel suo articolo Why are States so red and blue?, lo psicologo Steven Pinker mostra come la frattura tra “Stati rossi” e “Stati blu” affondi le radici in differenze profonde. Il Sud e l’Ovest, segnati da territori difficili e meno urbanizzati, tendono verso valori conservatori: centralità della religione, diritto alle armi, economia laissez-faire. Il Nord-Est e le coste urbane si riconoscono invece in valori progressisti, come la laicità e l’uguaglianza economica.
Questa divisione è anche storica. Come ricorda lo storico David Hackett Fischer, i contadini inglesi del Nord portarono una cultura cooperativa, mentre i pastori scozzesi-irlandesi del Sud svilupparono una “cultura dell’onore”, fondata su autodifesa e reputazione. In questi contesti, osservano il sociopsicologo Richard Nisbett e il neurobiologo Robert Sapolsky, prevalgono individualismo, diffidenza verso l’autorità centrale e una maggiore propensione al conflitto.
A ciò si aggiunge l’eredità della frontiera, che ha attratto individui più inclini al rischio e all’esplorazione. Alcuni studi di genetica comportamentale hanno messo in relazione la diffusione di varianti del recettore della dopamina, come l’allele 7R del gene DRD4, con tratti quali ricerca di novità, impulsività e orientamento alla ricompensa. Senza alcun determinismo biologico, è però significativo che queste caratteristiche, adattive in contesti di espansione, riecheggino in una cultura che premia competizione, velocità e disponibilità al rischio.
Su questo terreno già polarizzato si innesta un fattore decisivo: il ruolo delle chiese evangeliche. Negli Stati del Sud, esse non sono soltanto istituzioni religiose, ma veri e propri centri di aggregazione sociale, identitaria e politica. La loro capacità di mobilitare milioni di elettori su temi come famiglia, aborto, educazione e identità nazionale ha trasformato la religione in una potente infrastruttura elettorale. In questo contesto, la politica smette di essere mediazione e diventa appartenenza, fedeltà, talvolta scontro culturale frontale.
Infine, sorprende meno il sostegno di parte delle minoranze etniche a Trump in alcuni Stati chiave. Un voto che sfugge alle categorie tradizionali e che riflette dinamiche locali, aspirazioni economiche e una crescente distanza da élite percepite come lontane.
È dall’intreccio di questi elementi, storia, cultura, psicologia, religione e trasformazioni sociali, che nasce la “tempesta perfetta” che ha reso possibile Trump. Non un’anomalia, dunque. Ma il prodotto coerente di una lunga traiettoria americana. E forse proprio per questo più difficile da contenere: perché non nasce contro il sistema, ma dalle sue profondità più radicate.