Torture, sparizioni, furto di bambini: la dittatura di Videla, nata 50 anni fa, fu terrorismo di Stato
Cinquant’anni dopo la notte più buia, l’Argentina continua a fare i conti col proprio passato
Ci sono date che non appartengono soltanto al calendario. Date che, anche dopo mezzo secolo, continuano ad attraversare la storia di un Paese come una frattura aperta. Il 24 marzo 1976 è una di queste. Quella notte, quando le Forze Armate rovesciarono il governo costituzionale di Isabel Perón, iniziò quella che molti argentini ricordano come la notte più lunga della loro storia. Non una notte fatta di ore, ma di anni: anni di terrore, sparizioni forzate, silenzi imposti e ferite che ancora oggi non si sono completamente rimarginate.
Il golpe non fu un fulmine a ciel sereno ma piuttosto il punto di convergenza di processi più profondi che vedevano da un lato una crisi economica globale che stava ridefinendo i rapporti di forza nel capitalismo mondiale, dall’altro l’intensificarsi della conflittualità sociale in Argentina, dove il movimento operaio, studentesco e popolare aveva raggiunto livelli di mobilitazione senza precedenti. In quella fase storica, la possibilità che i settori subalterni potessero avanzare verso forme di autonomia sociale e di indipendenza politica non appariva un’ipotesi astratta. Per le élite economiche e politiche, quel ciclo doveva essere interrotto. Trovarono nelle Forze Armate lo strumento, mentre in parte della gerarchia ecclesiastica e settori civili il linguaggio morale necessario a legittimare l’operazione. L’obiettivo dichiarato era ristabilire l’ordine, ma quello reale era ristrutturare la società argentina e imporre un nuovo modello economico.
La chiusura delle istituzioni democratiche non fu dunque un effetto collaterale, ma la condizione necessaria per avviare una trasformazione strutturale. La dittatura guidata da Jorge Rafael Videla inaugurò un ciclo che avrebbe segnato a lungo l’economia del Paese: apertura finanziaria, indebitamento esterno, deregolazione e progressivo smantellamento delle conquiste sociali del movimento operaio. Un modello che, in forme diverse, avrebbe continuato a influenzare l’Argentina anche negli anni successivi, dal menemismo degli anni Novanta fino alle politiche economiche più recenti.
Ma la dimensione economica non può essere separata dalla natura del regime che rese possibile quella trasformazione. La dittatura argentina instaurò ciò che oggi è riconosciuto come terrorismo di Stato. La repressione operò attraverso una doppia struttura: una facciata istituzionale, che manteneva una parvenza di legalità autoritaria, e una macchina clandestina di violenza sistematica. In tutto il Paese furono attivati oltre 800 centri clandestini di detenzione, nei quali migliaia di persone furono sequestrate, torturate e fatte sparire. Il metodo era preciso e ripetuto: identificazione della vittima tramite attività di intelligence, sequestro, detenzione illegale, tortura. Da lì, alcune persone venivano rilasciate o “legalizzate” nelle carceri ufficiali, mentre molte altre venivano assassinate e fatte sparire. A questa sequenza si aggiunsero anche il furto sistematico dei bambini nati da madri detenute, l’appropriazione dei beni delle vittime e la negazione di qualsiasi informazione alle famiglie.
Il linguaggio ufficiale parlava di “guerra contro la sovversione”, ma quell’ambiguità deliberata servì a estendere la repressione ben oltre le organizzazioni armate. Sindacalisti, studenti, giornalisti, docenti, militanti sociali e cittadini comuni furono colpiti da una strategia che mirava a distruggere i legami di solidarietà e di organizzazione collettiva. L’obiettivo era smantellare il tessuto sociale che aveva sostenuto le lotte per i diritti e sostituirlo con una società disciplinata dal timore.
La dittatura terminò formalmente nel 1983, dopo la disastrosa avventura militare delle Malvinas, che accelerò il crollo del regime. La transizione democratica guidata da Raúl Alfonsín aprì una fase storica nuova e il processo alle giunte militari rappresentò un evento senza precedenti in America Latina, segnando l’inizio di un lungo percorso di memoria, verità e giustizia. Il potere economico che aveva sostenuto il golpe però rimase in gran parte intatto e le decadi successive furono segnate da un’alternanza tra momenti di espansione dei diritti e nuove ondate di ristrutturazione economica. I governi kirchneristi hanno rilanciato con forza le politiche di memoria e giustizia e hanno promosso una redistribuzione parziale della ricchezza, ma senza modificare radicalmente la posizione del Paese nel mercato globale.
Oggi, a cinquant’anni dal golpe, il dibattito sulla memoria è tornato al centro della scena politica con il presidente Javier Milei e la vicepresidente Victoria Villarruel che promuovono una narrativa revisionista che mette in discussione alcuni dei pilastri del consenso democratico costruito dopo il 1983. La cifra dei 30.000 desaparecidos è stata contestata, e l’interpretazione degli anni della dittatura viene sempre più spesso descritta come una “guerra” tra due parti in cui lo Stato avrebbe commesso semplici “eccessi”.
Non si tratta però soltanto di una disputa semantica ma di una battaglia sul significato stesso della democrazia argentina. Perché la memoria non è un rituale commemorativo, bensì un dispositivo politico e morale che permette a una società di riconoscere le proprie fratture e di costruire un’identità condivisa. A ricordarcelo la voce costante delle Madres e delle Abuelas de Plaza de Mayo che, con una perseveranza che ha attraversato generazioni, hanno trasformato il dolore in azione politica e hanno reso l’Argentina uno dei pochi Paesi al mondo in cui i crimini di una dittatura sono stati perseguiti sistematicamente dalla giustizia.
Cinquanta anni dopo quella notte, l’Argentina continua a fare i conti con il proprio passato perché se qualcosa insegna quel 24 marzo è che la democrazia non è mai un punto di arrivo definitivo, ma un equilibrio fragile che deve essere difeso ogni giorno.