Trump vuol trascinare la Nato in guerra: “Ci supporti nello Stretto di Hormuz”. Il no di Meloni e dell’Ue: “Sarebbe un passo verso il conflitto”
Donald Trump vuole mettere insieme una coalizione militare più ampia possibile per riaprire lo Stretto di Hormuz. O forse no. Sicuramente, la sua proposta, poi in parte sminuita, non ha trovato una calda accoglienza da parte dei Paesi della Nato. Nella nottata italiana ha fatto recapitare il messaggio al suo rappresentante permanente alle Nazioni Unite, Mike Waltz, che ha chiarito: “Esigiamo supporto militare”. Poi, ignorato da tutti gli alleati, si è esposto in prima persona arrivando a minacciare la Nato di “un futuro molto negativo” se non contribuirà alla difesa dei cargo in transito per le acque di fronte alle coste iraniane. Una mossa che, però, potrebbe trascinare gli Alleati in guerra. Come ha sottolineato anche Giorgia Meloni lunedì sera: una chiusura netta, quella della presidente del Consiglio. Dal Consiglio Affari Esteri dell’Ue, anche diversi altri leader escludono un’iniziativa del Patto Atlantico: “Possiamo potenziare le missioni Aspides e Atalanta, ma questa guerra non ci compete”, hanno detto. A esporsi è stato anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz chiarendo che quello in Iran “non è un conflitto che compete la Nato”, escludendo una partecipazione della Germania. Ma nel pomeriggio il tycoon è arrivato a sostenere di aver chiesto supporto solo per testare le reazioni degli altri Stati, non per una reale necessità.
Gli annunci di buon mattino
“Chiedo con insistenza di intervenire e proteggere il proprio territorio perché è il loro territorio, è da lì che traggono la loro energia e dovrebbero aiutarci a proteggerlo”, aveva detto il presidente americano dall’Air Force One minimizzando lo sforzo militare considerato “un’impresa di modesta entità” perché le capacità missilistiche e dei droni iraniani sono state “decimate”. Gli alleati, però, sanno che non è così, tanto che tutti hanno preso tempo, altri hanno già specificato che non hanno intenzione partecipare ad alcuna coalizione militare, mentre l’Unione europea si riunirà per decidere una linea comune. Il presidente ha affermato di aver contattato “circa sette Paesi”, ma che era troppo presto per dire chi si sarebbe fatto avanti, rifiutandosi inoltre di rivelare per quale posizione propendesse la Cina. “Abbiamo ricevuto alcune risposte positive, ma anche alcune persone che preferirebbero non essere coinvolte”, ha aggiunto.
“Chiesto per vedere la reazione, non ne ho bisogno”
Un epilogo al quale il tycoon non ha alcuna intenzione di cedere. Così ha cercato gli alleati che più hanno da perdere, da un punto di vista di sostegno militare, da una rottura con Washington, tornando a minacciarli: “È assolutamente opportuno che coloro che traggono beneficio dallo Stretto contribuiscano a garantire che lì non accada nulla di male. Se non ci sarà alcuna risposta, o se la risposta sarà negativa, credo che ciò sarà molto dannoso per il futuro della Nato. Abbiamo un’organizzazione chiamata Nato. Siamo stati molto generosi. Non eravamo tenuti ad aiutarli per la questione dell’Ucraina. L’Ucraina dista migliaia di chilometri da noi, eppure li abbiamo aiutati. Ora vedremo se saranno loro ad aiutare noi. Perché sostengo da tempo che noi ci saremo per loro, ma loro non ci saranno per noi. E non sono affatto sicuro che, alla prova dei fatti, ci saranno”. Concetti ribaditi in una conferenza nel pomeriggio, quando è arrivato a dire di aver chiesto l’aiuto “non perché abbiamo bisogno di loro, ma perché voglio vedere come reagiscono”.
I timori di Trump
I timori del presidente Usa, che sull’aereo presidenziale ha ostentato sicurezza sostenendo che gli Stati uniti hanno abbastanza petrolio per coprire le proprie esigenze, sono tutti per i prezzi del greggio che rischiano di salire vertiginosamente. A lanciare l’avvertimento e a mettere sotto pressione l’amministrazione americana sono state le compagnie petrolifere nazionali che prevedono un peggioramento della crisi energetica attuale. In una serie di riunioni tenutesi mercoledì alla Casa Bianca e in recenti colloqui con i segretari all’Energia, Chris Wright, e agli Interni, Doug Burgum, gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips hanno avvertito, secondo il Wall Street Journal, che le interruzioni ai flussi energetici in uscita dallo Stretto di Hormuz avrebbero continuato a generare volatilità nei mercati energetici globali. Il timore, ha spiegato il numero uno di Exxon, Darren Woods, è che i prezzi potrebbero salire ancora spinti anche dagli speculatori. Per questo la Casa Bianca ha attuato, o sta valutando di farlo, diverse misure allo scopo di far scendere i prezzi del petrolio, come ad esempio un ulteriore allentamento delle sanzioni sul petrolio russo, in disaccordo con l’Ue, il massiccio rilascio delle riserve energetiche di emergenza e la possibile sospensione di una normativa che limita i flussi di greggio tra i porti degli Stati Uniti. I funzionari dell’amministrazione americana hanno anche comunicato l’intenzione di voler incrementare gli scambi tra il Venezuela e gli Stati Uniti.
Gli alleati si tirano indietro
Nonostante la nonchalance ostentata dal presidente americano, gli alleati conoscono bene i rischi di un intervento militare nello Stretto che potrebbe coinvolgerli direttamente nel conflitto con la Repubblica Islamica. “L’argomento principale sarà come mantenere aperto lo Stretto di Hormuz durante il fine settimana, ho anche parlato con la Sicurezza delle Nazioni Unite, intendo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ho parlato con Antonio Guterres sulla possibilità di avere anche un tipo di iniziativa simile a quella che abbiamo avuto per il Mar Nero, per far uscire il grano dall’Ucraina, perché la chiusura dello Stretto di Hormuz è davvero pericolosa per le forniture di petrolio, le forniture energetiche all’Asia”, ha dichiarato l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, al suo arrivo al Consiglio Affari esteri. “L’85% del petrolio e del gas che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz è destinato ai Paesi asiatici. Ma è problematico anche per i fertilizzanti. E se quest’anno ci sarà una carenza di fertilizzanti, ci sarà anche carenza di cibo l’anno prossimo. Quindi abbiamo discusso con Guterres su come fare in modo che ciò non accada”.
Meloni: “Sarebbe un passo avanti verso la guerra”
La linea della presidente del Consiglio è netta: “Quello che noi possiamo fare adesso è rafforzare la missione Aspides, quindi parliamo del Mar Rosso. Sullo Stretto di Hormuz, chiaramente è più impegnativo”. I termini della sua posizione sono chiari: “Vorrebbe dire fare un passo avanti verso il coinvolgimento”. La premier ha ricordato che se “da una parte per noi è fondamentale la libertà di navigazione, che è oggetto anche oggi di uno statement che è stato fatto con i nostri partner”, dall’altra “intervenire significa oggettivamente fare un passo in avanti nel coinvolgimento”.
Le reazioni dell’Europa
Come prevedibile, più o meno da tutti i Paesi Ue arriva solo un rafforzamento delle operazioni Aspides e Atalanta che hanno però una connotazione esclusivamente difensiva o con focus sull’anti-pirateria. Una soluzione che non accontenterà Trump, che chiedeva un maggiore coinvolgimento, motivata però da diversi governi Ue, compreso quello tedesco: “Questa non è una guerra della Nato e non ha nulla a che fare con la Nato”, ha detto il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius. Anche Tajani, con toni meno netti, si allinea a Berlino: “Continueremo a lavorare in quella direzione, siamo disposti anche a rinforzare la missione Aspides e la missione Atalanta. Però non mi pare che siano missioni che si possono allargare allo Stretto di Hormuz, anche perché sono missioni che hanno il compito uno di anti-pirateria e l’altra difensivo”. Lo stesso hanno affermato altri leader europei, tra cui la Gran Bretagna irritando nuovamente la Casa Bianca (“Non sono contento, ma credo che interverrà, deve intervenire”). E lo stesso concetto lo ha esplicitato anche Kallas: “Siamo stati in contatto con la Nato in precedenza, ma questo è davvero al di fuori dell’area d’azione della Nato. Ecco perché abbiamo l’operazione Aspides, e ci sono Stati membri che sono anche disposti a contribuire, sia nella coalizione dei volenterosi che nell’operazione stessa. Ma è al di fuori dei territori della Nato. Non ci sono Paesi Nato nello Stretto di Hormuz”.
La posizione di Cina, Giappone e Australia
Trump ha chiesto aiuto persino alla Cina. Ma Pechino, sempre contraria a qualsiasi tipo di uso della forza militare e, tra l’altro, d’accordo con Teheran per il passaggio delle proprie navi, difficilmente fornirà supporto: “Credo che anche la Cina dovrebbe dare una mano, dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto”, ha detto il tycoon, secondo cui aspettare fino al suo incontro con Xi Jinping, a fine mese, “sarebbe troppo tardi”. “Vorremmo una risposta prima di allora. È un periodo di tempo piuttosto lungo”. Anche il Giappone, che ieri era possibilista, frena: “Nell’attuale situazione iraniana l’esecutivo non sta considerando di ordinare operazioni di sicurezza marittima”, ha precisato il ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi. Lo stesso ha fatto l’Australia precisando che non invierà “navi nello Stretto di Hormuz. Sappiamo quanto sia incredibilmente importante. Non ci è stato chiesto di farlo e non è un nostro contributo”.