Messico nel caos dopo l’uccisione del capo dei narcos: più del 70% delle armi nelle mani del cartello di Jalisco proviene dagli Usa
“Siamo tutta gente del signor Mencho“, rivendicano i combattenti del Cartel de Jalisco “Nueva generación”, disposti in fila, in un video diffuso pochi minuti dopo l’eliminazione del loro capo, Nemesio Oseguera Cervantes, ucciso dall’esercito messicano in collaborazione con gli Usa. I combattenti di Cjng hanno il volto coperto. Indossano tenute militari, con giubbotti antiproiettile. Imbracciano fucili di alto calibro, di quelli che si vedono in teatri di guerra. Sono un esercito vero e proprio, pronto all’assalto, con una fila chilometrica di vetture blindate. Le località di Jalisco, Michoacán e dintorni non erano preparate per la loro avanzata: quasi trenta morti, secondo le stime ufficiali, strade bloccate e coprifuoco in diverse zone del Paese.
“Ciò che abbiamo visto oggi è solo una dimostrazione delle modalità con cui operano e dove possono fare più danni”, dice ad Afp David Mora, esperto del Centro studi Crisis Group in riferimento agli episodi del 22 febbraio a Jalisco e dintorni. È stata una prova di forza, quella del Cartel, eseguita con armi e munizioni prevalentemente targate Usa, con quantità residuali trafficate dai Balcani e da altre zone del mondo. Sono almeno 15 milioni di armi da fuoco che circolano in Messico e quasi tutte provengono dagli Stati Uniti, secondo le rilevazioni dell’Istituto di alti studi internazionali della Svizzera e altri enti. Il 75% di quelle armi proviene dal territorio federale. come si evince dai dati dell’Aft – Bureau of alcohol, tobacco, firearms and explosives del Dipartimento di Stato Usa. Altre fonti sostengono che il flusso Usa raggiunga persino il 90% sul totale. Il picco di ingressi, riporta Diario Red, era stato raggiunto durante il governo conservatore di Felipe Calderón (2006-2012), con una media di 730mila armi che ogni anno entravano in Messico.
Fonti ufficiali assicurano che l’ingresso di armi nel Paese è diminuito a 240mila unità ogni anno, ma Pablo Arrocha Olabuenaga, consulente giuridico presso il ministero messicano degli Esteri parla di un “un fiume di ferro che ogni anno pompa mezzo milione di armi, o più”, nel Paese. Le conseguenze sono devastanti: quasi mezzo milione di vittime (486mila) dal 2006, cioè negli ultimi venti anni. “Non tutte le armi che attraversano il confine rientrano nel giro di contrabbando e traffico illegale”, spiega l’analista Mitchel A. Sobieski, che sottolinea l’esistenza di “zone grigie nell’ordinamento giuridico degli Usa, che permettono l’acquisto di armi” da parte di “privati o prestanomi” che eludono i controlli dell’Aft, che appare “sottodimensionata” di fronte al fenomeno. La maggior parte della merce proviene da piccole armerie indipendenti. Una volta acquistata, la traccia svanisce a metà cammino e la stragrande maggioranza passa attraverso l’Arizona e il Texas.
Di recente il New York Times ha denunciato che i cartelli utilizzano munizioni di origine statunitense contro le Forze dell’ordine messicane. Armi Calibro.50 sono state ritrovate in diverse località, tra cui Villa Unión, con iniziali “L.C.”, che riportano alla Lake City Army Ammunition Plant, situata nei pressi di Kansas City, tra i principali fornitori del governo messicano. “Stiamo facendo una verifica e ne parleremo con il governo degli Stati Uniti. Occorre capire perché queste armi, che sono a uso esclusivo dell’esercito Usa entrano in Messico”, ha detto la presidente Claudia Sheinbaum, lo scorso 9 febbraio, interpellata dai media locali sul fenomeno. La leader umanista ha aggiunto che, per la prima volta, Washington riconosce la necessità di “controllare il traffico delle armi che giungono in Messico“.
A sua volta il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, riconosceva l’urgenza di “fermare il flusso di armi” che va dagli Stati Uniti al Messico, sottolineando che il problema si espande anche nei Caraibi, colpendo Paesi come Haiti e Trinidad & Tobago. Un primo passo è stato compiuto in passato, il 29 settembre 2025, con la sottoscrizione dell’accordo bilaterale “Firewall“. L’accordo, che prevede “ispezioni congiunte” Usa-Messico e “scambio di informazioni in tempo reale”. Al momento l’accordo ha portato al sequestro di circa 4.359 armi e circa 650mila munizioni dirette verso il Messico nel 2025. Appena il 3% (circa) sul totale. Del resto il cammino è ancora lungo e talvolta riscontra l’opposizione diretta della lobby delle armi e della stessa Corte suprema degli Stati Uniti che, mesi prima dell’accordo, aveva rigettato una denuncia da 10 miliardi, presentata dal governo messicano contro le armerie Usa. Allora il Messico sosteneva che i fabbricanti Usa sono “consapevoli degli effetti negativi del commercio di armi e munizioni” che arrivano in Messico, ma c’è una legge – Protection of Lawful Commerce in Arms Act, approvata nel 2005 sotto l’amministrazione di George W. Bush – che protegge questi ultimi dalle “responsabilità civili” per “l’utilizzo indebito, criminale o illegale” dei loro prodotti. Il caso tocca un nervo scoperto degli stessi Usa, dove – si legge sul portale dell’organizzazione Giffords – “vent’anni di immunità industriale hanno solo peggiorato l’entità dei reati con armi da fuoco”.