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“Il tumore? Mi sono messo la tuta e sono andato in palestra. Non si dovrebbero fare figli solo perché la biologia ce lo consente”: così Pierdavide Carone

In occasione della pubblicazione della seconda parte di “Carone” il cantautore, a FqMagazine, ha approfondito la genesi del disco e raccontato di quando aveva scoperto il tumore

di Andrea Bressan
“Il tumore? Mi sono messo la tuta e sono andato in palestra. Non si dovrebbero fare figli solo perché la biologia ce lo consente”: così Pierdavide Carone

Il terzo posto conquistato ad “Amici”, il Festival di Sanremo in coppia con Lucio Dalla, il “no” di Claudio Baglioni al brano “Caramelle”, la scoperta del tumore (“Una battaglia che, nel mio caso, ho vinto”), la morte del padre e la vittoria del programma “Ora o mai più”. Alti e bassi, gioie e delusioni. Questi sono i lati, personali e professionali, di Pierdavide Carone, cantautore che, lo scorso 7 novembre, è uscito col suo nuovo disco, “Carone”. L’album è diviso in prima e seconda parte. “L’idea era quella di far uscire un disco che, rispetto alla prima parte, fosse solare. Quando esci con la prima metà sai che uscirai anche con la seconda ma, avendo un anno per programmarlo, non sai bene come potrà essere. È stata una serie di eventi a stabilire che potesse essere in contrasto con il primo, che è quasi del tutto in solitudine sia nella scrittura che nella realizzazione. La seconda parte è completamente corale” e, infatti, è stata realizzata in collaborazione con Alex Britti, il Coro Lirico Siciliano, Gigliola Cinquetti, Martina Attili, Paolo Vallesi e Sacchini.

Il progetto discografico verrà presentato in due appuntamenti live. Mercoledì 12 novembre al Santeria Toscana 31, a Milano e, venerdì 28 novembre, all’Auditorium Parco della Musica, a Roma. In occasione della pubblicazione della seconda parte di “Carone” il cantautore, a FqMagazine, ha approfondito la genesi del disco e raccontato di quando aveva scoperto il tumore.

In “Hey” canti: “Tanti bei discorsi sull’emancipazione e soddisfazione, da me non ne avrai”. È una critica a un certo modo di intendere il progresso oggi?
Il progresso ci ha reso più consapevoli e quindi anche più liberi per certi aspetti. Ma il rischio è che ci renda anche più cinici ed aridi. Cerco di sconsacrare il concetto di ‘aridità’ che aleggia su di noi, oggi. Quando scrivo queste canzoni non lo faccio per giudicare qualcuno e, magari, lo sto dicendo anche a me stesso.

“Ho fatto questa canzone poco moderna che parla di te. Perché i cantanti di oggi parlano solo di guerra”, dici in “Mi vuoi sposare”. L’amore nella musica è un tema fuori moda?
Lo è in generale, fuori e dentro la musica. Siamo talmente iper-stimolati e con così tante possibilità di scelta, anche umane, che alla fine non scegliamo mai niente. Prediligiamo delle vie di fuga quando, invece, la sfida vera è legarsi a qualcuno, considerando il concetto di legame come unione e non come incatenamento.

Quando hai maturato un sincero “Ti ho perdonato, non ce l’ho con te” nei confronti di tuo papà?
Questa canzone (“Non ce l’ho con te”, ndr) è particolare perché inizialmente mi rivolgevo a tutta la famiglia. Ma, prima che la pubblicassi, è morto mio padre e quindi è ovvio che ora sembri più per lui. A mio padre ho delle cose da perdonare, spero di averlo fatto e di essermi fatto perdonare anche io. Con mia madre e mia sorella c’è ancora tempo però non bisogna dare i giorni per scontati.

In “Ave Maria” parli con distacco della fede. Che rapporto hai con la religione?
Credo che ogni essere umano abbia una sua spiritualità. Uno cerca di collocarla in una fede e quindi in una religione. Poi non è sempre facile trovare quella giusta. Come quasi tutti gli occidentali vengo dal cattolicesimo, però non sono ancora sicuro sia la mia religione. Nel brano non c’è tanto il tema del ‘credo, non credo’, quanto l’essere consapevoli di quello in cui si sta credendo perché, a volte, proprio per questioni familiari, abbiamo già deciso in cosa credere. Ma è un credo superficiale. Mi sono ricordato di quanto spesso le preghiere vengano recitate a pappardella soltanto perché basta saperle a memoria per espiare i peccati. O almeno questo è quello che pensiamo. Scavare a fondo, pesando ogni parola, anche dentro una preghiera, sarebbe il miglior modo per esprimere la propria spiritualità.

Nel 2020 hai scoperto di avere un tumore mentre eri in tournée con i Dear Jack. Cosa ti torna in mente di quel periodo?
Ricordo il clima di grande unione con i Dear Jack. Ero in tournée con loro ma ero un po’ un elemento esterno, perché non facevo parte della band. Però mi son sentito parte di qualcosa. Di avere il cancro lo avevo detto solo un anno dopo dalla scoperta. E quindi da quando lo avevo già sconfitto perché eravamo in pieno Covid. Stavo per pubblicare una canzone che raccogliesse i fondi per la fondazione ricerche Humanitas e quindi dovevo “spiegare” il mio gesto col fatto che loro avevano curato una malattia. L’anno del tumore bisognava giustificare l’annullamento o lo spostamento delle date e, i Dear Jack, hanno fatto squadra, unendosi a me. Non l’hanno detto a nessuno e quello ha fortificato i nostri rapporti. Mi hanno protetto.

Hai detto che la tua prima reazione era stata quella di “metterti la tuta e andare in palestra”. Oggi faresti diversamente?
Rifarei la stessa cosa perché non bisogna subire le malattie. Già di per sé è il tuo corpo che le subisce. Se lasci che attacchi la tua mente lì vince. È una battaglia e, nel mio caso, l’ho vinta. Mio padre purtroppo no. Le malattie non sono tutte uguali però: il principio della battaglia è quello che conta, a prescindere dall’esito.

Diventare genitore spesso viene dato per scontato. Come hai interiorizzato la concreta difficoltà nel poter avere dei figli “tradizionali”?
Non si dovrebbero fare figli solo perché la biologia ce lo consente. Prima devi decidere chi vuoi essere e la persona con cui decidi di fare questa scelta. Vengo da una famiglia che ha genitori separati e, per carità, è lecito che se due non vanno più d’accordo prendano strade diverse. Quello che vorrei, e forse anche per quello che sono arrivato alla mia età senza aver ancora fatto questo tipo di scelta, è dare della stabilità. Perché poi ci sono traumi conseguenti alla separazione. Ti senti sempre un po’ abbandonato, concorrente in colpa di qualcosa che magari non hai neanche fatto. Per cui quella scelta vorrei fosse fatta in manera consapevole.

Nel 2019, con i Dear Jack, sei stato escluso da Sanremo con “Caramelle”, un brano che parla di pedofilia. Avevi detto: “Il nostro intento è denunciare un orrore”. Ti pesa ancora quell’esclusione?
No, anche perché sono contento di aver dimostrato tramite la musica che avevamo ragione noi. Quando una commissione ti boccia stai comunque mettendo in discussione un lavoro che hai fatto e non è detto che abbiano torto loro. Decidendo di pubblicare lo stesso quella canzone e vendendo il successo che ha avuto, siamo riusciti a dimostrare con la musica, e non con la polemica, che avevano torto.

Hai mai avuto modo di chiarirti con Claudio Baglioni dopo l’episodio?
Secondo me non c’è niente da chiarire. Baglioni è una leggenda vivente della musica. Sarà ben poca cosa della sua carriera straordinaria quella di aver escluso “Caramelle” da Sanremo.

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