Mentre Satnam Singh lavorava nei campi e ancora osava sperare in un futuro migliore in un paese di persone buone, mi avviavo alla fine della lettura di un grande romanzo, Chi siamo quando nessuno ci vede, scritto da Alberto Gaino per DiFelice Edizioni. L’avvio della storia è il ritrovamento in un fosso del cadavere di Ahmed, egiziano, travolto da un’auto pirata. Lui, scopriremo, in realtà è morto in un cantiere edile alla periferia di Torino, dove lavorava in nero; il suo corpo l’hanno spostato a molti chilometri di distanza dal luogo dell’incidente gli sgherri dell’impresario. Gaino è stato per tutta la vita giornalista a La Stampa, le storie che racconta nel suo romanzo sono l’eco di quelle di cui si è occupato per tutta la vita. Non è fiction, Singh ha riportato Ahmed fuori dalle pagine del libro, sul ciglio della strada.

Mi sono ricordato che in passato qui al Nord i decessi dei lavoratori, anche quando erano incidenti sul lavoro, raramente venivano raccontati come tali. “Deceduti durante il trasporto in ospedale”, come se le ambulanze, invece che mezzi di soccorso, fossero strumenti di morte per chi ci entrava. Perché il morto sul lavoro profanava la sacralità della fabbrica, del campo, del capitale. Non bisognava dire che era successo lì, perfino quando il lavoratore godeva di contratto e tutele.

Il protagonista del libro di Gaino è un legale che otterrà un buon risarcimento per la famiglia di Ahmed. Sono certo che la moglie e i parenti di Singh hanno già trovato un avvocato bravo come il Giovanni Beltramini del romanzo. Quasi certamente non otterrà la giusta sanzione per la disumanità del padrone di Latina espressa con dichiarazioni che, nel tentativo di scagionar il figlio colpevole della morte di Singh, hanno rappresentato in modo netto il manifesto politico di una parte dell’imprenditoria italiana. Le dichiarazioni delle autorità pubbliche hanno fatto da contraltare allo sgomento di fronte alla sequenza di morti quotidiane sul lavoro. Cordoglio, indignazione, pene più severe perché questo non accada più: la solita Italia che smette per un attimo di essere gioiosa per poi rituffarsi nella noncuranza e nella smemoratezza. Come se chi deve non trovasse mai nessuno a chiedere conto della corrispondenza fra le parole che dice e gli atti che promuove e adotta.

Le sincere espressioni di cordoglio e partecipazione dei cittadini, delle persone normali, rendono ancora più imbarazzanti quelle della Presidente del Consiglio, della Ministra del Lavoro, dei Presidenti delle Giunte e gli Assessori Regionali, quelle delle associazioni di categoria, Coldiretti, CIA, Confindustrie varie, associazioni imprenditoriali grandi e piccole, Associazioni di Costruttori Edili, nazionali e locali. Tutta gente che ha le mani in pasta, fa e detta le regole, dovrebbe verificarne l’applicazione. Gestisce il territorio e distribuisce ogni anno montagne di sussidi e contributi agli agricoltori e agli imprenditori di tutti i settori economici. Come danno seguito ai cori dei lamenti?

Le associazioni di categoria, quando è ora di battere cassa pretendendo dallo Stato nuove e più succulente prebende per i loro aderenti, non cessano mai di ricordare il ruolo sociale delle loro imprese. Evocano famiglie sfamate, persone semplici finalmente capaci di provvedere a se stesse e ai propri cari con uno stipendio che loro, benevolmente, versano per ogni periodo di lavoro prestato. Si ritrovano nel modello di rapporto di lavoro – poi di Pronto Soccorso e poi ancora di riparazione del danno – operato dalla famiglia Lovato di Latina e di chissà quanti altri a cui è solo andata meglio? Hanno mai denunciato o, quantomeno, richiamato un loro associato per il ricorso al caporalato, al lavoro nero, per le violazioni delle norme di sicurezza, per i mancati versamenti dei contributi sociali o per non aver pagato le tasse dovute?

Per sapere di cosa si tratta e quanto siano diffusi i rapporti di lavoro schiavistici nelle campagne non serve essere dei fini investigatori, basta andare nei bar dei luoghi dove vengono raccolti i prodotti che poi venduti con prezzi maggiorati perché Igp o con i marchi Doc. Basta ascoltare o girare per le campagne, ad esempio nelle belle Langhe dove si producono splendidi vini Doc, le cui bottiglie costano care, come nel caso del Barolo. Lì, come in molti altri posti, gli immigrati vengono fatti lavorare 10-12 ore al giorno nelle vigne a 3,50 € l’ora, magari ricorrendo a finte cooperative. Con questi soldi devono pagare il caporale che li porta con il furgone sul posto di lavoro (70 € al mese), la branda (100 € al mese), in una stanza condivisa con altri tre o quattro, immigrati anch’essi. Poi, devono perfino mangiare. Non è un’eccezione, è la regola. Andate in giro e ascoltate, non vale solo per l’uva, anche le nocciole – tonde e gentili – fanno parte del sistema.

In Italia c’è chi liquida la strage infinita dei morti come prodotto di “troppo capitalismo”, semplicismi neanche buoni a giustificare cattive coscienze. Negli altri paesi europei vicini ce n’è di meno di capitalismo? Non credo proprio, così come non credo che ci sia un problema di regole che mancano. Funziona come per le tasse. Senza controlli e con sistematici condoni, violare le leggi è più conveniente che rispettarle. Quando poi ci scappa il morto, i moti dell’anima si risolvono con due preghiere e una deplorazione pubblica. L’indomani si ricomincia a non vedere.

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