Cultura

Templi, fontane, sepolcri: i tesori di Roma antica invisibili agli occhi dei turisti. Zero pannelli informativi (nonostante le promesse di 10 anni fa)

di Manlio Lilli

Colosseo, Foro Romano, Pantheon, Terme di Caracalla. Protagonisti indiscussi dell’archeologia, a Roma. Con le file per entrare, spesso lunghissime, l’estate più che mai. Luoghi della cultura di straordinaria rilevanza, indubitabilmente. Monumenti ed aree archeologiche note e infatti segnalate con una pannellistica adeguata che informa ed accompagna nella scoperta, anche i più distratti: li guida alla conoscenza, imprescindibile per capire e apprezzare pienamente. Pensare che sia ovunque così costringerebbe ad una delusione. In realtà a Roma non sono pochi i monumenti e le aree archeologiche sostanzialmente “mute”. Con una casistica ricca: dalla mancanza totale di informazioni a indicazioni ormai illeggibili. Situazioni che restano in alcune circostanze da decenni, sotto la responsabilità di diverse soprintendenze e direzioni.

Lo sguardo della moltitudine dei turisti è al Colosseo. Oppure all’ingresso del Foro sulla via Sacra. Sono in molti a sedersi sulla bassa recinzione metallica che delimita un’area rettangolare, con il prato inglese ed un paio di olivi, su un lato della piazza. Quasi nessuno si accorge della presenza all’interno di edifici antichi. Chi lo fa, non è messo nelle condizione di riferirli ai resti della cosiddetta Meta Sudans, la più grande fontana a pianta centrale di Roma imperiale, costituita da una vasca rettangolare e da un saliente cilindro-conico centrale alto oltre 16 metri, che le indagini archeologiche intraprese dall’Università di Roma “La Sapienza” hanno rilevato dal 1986 al 2003. D’altra parte come potrebbe? In corrispondenza degli angoli ci sono 4 cartelli metallici, di ridotte dimensioni, sui quali compare un generico “area archeologica”. Niente altro. Se non bottigliette di plastica e cartacce. “Uno dei più rilevanti ritrovamenti degli ultimi anni, fatto questo che, nel cuore del polo turistico più frequentato al mondo, ne renderebbe auspicabile valorizzazione e visibilità anche ai non addetti ai lavori”, scriveva nel 2007 Sabina Zeggio, coordinatrice delle indagini archeologiche. Il suo auspicio, irrealizzato.

Mariarosaria Barbera, all’epoca soprintendente per i Beni Archeologici di Roma, nel settembre 2013 annunciava: “Per l’area monumentale del Colosseo, ivi compreso l’Arco di Costantino, la Meta Sudans, i resti della Domus Aurea, la pannellistica didattica e la segnaletica di servizio sono già in corso di predisposizione; l’installazione è prevista per il prossimo Natale, in continuità con le installazioni del Foro Romano-Palatino e Colosseo, per un totale di circa 300 elementi”. Sicuramente si deve essere verificato qualche contrattempo perché ad oggi cartelli specifici non se ne vedono. Non solo in corrispondenza della Meta Sudans, ma anche dell’arco di Costantino. Entrambi da gennaio 2017 “appartengono” al Parco archeologico del Colosseo.

L’arco si può osservare dall’esterno della cancellata che lo circonda, da anni. Il soprintendente archeologo di Roma, Francesco Prosperetti, a dicembre 2015, la definiva “molto invasiva proprio per l’immagine del monumento, che forse si potrebbe cercare di rimuovere”. C’è una “gabbia”, quindi, ma nessun pannello. Per trovare qualche informazione bisogna raggiungere il retro del Colosseo, all’altezza di via Celio Vibenna, e quindi allontanarsi dal monumento, il più grande arco onorario conservato, eretto per a celebrare il trionfo dell’imperatore Costantino su Massenzio, nella celebre battaglia di Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312 d.C. (quella dell’In hoc signo vinces). Da lontano come se ne possono rilevare le caratteristiche? Come si può osservare la decorazione in lastre marmoree provenienti da altri monumenti, dell’età di Traiano, di Adriano, di Marco Aurelio e anche di Costantino? Come si possono notare i volti degli imperatori che appaiono nei rilievi rimodellati a somiglianza di Costantino?

Ancora la soprintendente Barbera aveva annunciato che per il Foro della Pace era stata “concordata con la Sovraintendenza Capitolina apposita pannellistica nell’ambito di un più ampio progetto di didascalizzazione dell’intero contesto dei Fori Imperiali” aveva spiegato. Due pannelli sono stati posti in coincidenza del belvedere affacciato sull’angolo sud-est del templum Pacis, a destra di Largo Gugliemo Gatti. In compenso nessuna indicazione per il settore sul lato opposto del Largo, con i resti delle lunghe vasche che adornavano l’area visibili con difficoltà a causa della vegetazione spontanea. Sulla recinzione lungo via dei Fori imperiali in direzione della Basilica di Massenzio ci sono tre cartelli. A parte il terzo, conservato integralmente, che descrive i resti della strada che raggiungeva il quartiere delle Carine, i primi due sono relativi allo scavo dell’Aula di culto del Foro della Pace. Il primo testo si legge con difficoltà, soprattutto la parte in inglese, mentre il secondo è spaccato e quindi quasi incomprensibile. Insomma, complessivamente non è andata benissimo a distanza di dieci anni dalle promesse della soprintendenza.

Inutile proseguire verso il Colosseo, cercando sulla recinzione del cantiere della metro C, qualche riferimento al monumento contraffortato quasi integralmente. Sulla Basilica di Massenzio nessun cenno per i tanti che camminano su via dei Fori Imperiali. Cartelli? Zero.

Lo stesso accade per l’area archeologica di via delle Botteghe Oscure con i resti – identificati fortuitamente nel 1938 – di una fontana e di parte del lastricato della piazza e, soprattutto, quelli del colonnato meridionale di un tempio, con una prima fase di età repubblicana e un successivo rifacimento di età domizianea. “Temporaneamente chiuso. Visibile solo dall’esterno”, è specificato nella scheda del monumento sul portale della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Da anni è inaccessibile. In condizioni di conservazioni evidentemente precarie. Senza alcun pannello: è presente solo un supporto (vuoto).

Il pannello esplicativo c’è invece sulla cancellata che circonda il tempio rotondo dedicato ad Ercole, impiantato nella seconda metà del II secolo a. C., in Piazza Bocca della Verità. Sfortunatamente risulta completamente illeggibile, da tempo. Così non sono moltissimi quelli che si fermano ad osservare il più antico edificio quasi interamente in marmo che si conservi a Roma, mentre schiere di turisti si mettono in fila sull’altro lato della strada per inserire una mano nella grande bocca dell’antico mascherone in marmo, murato nella parete del pronao della chiesa di Santa Maria in Cosmedin. In quanto alla possibilità di una visita anche all’interno, meglio soprassedere.

C’è, ma di ridotte dimensioni, un pannello che si trova all’ingresso dell’area sacra di Sant’Omobono, lungo via Petroselli, all’altezza del vico Jugario, realizzato dall’Università della Calabria, insieme all’University of Michigan, che hanno condotto ricerche nell’area oltre quindici anni fa. Anche in questo caso ciò che è scritto sul cartello è visibile a fatica e il testo risulta privo di qualsiasi riferimento alle singole strutture. Così per sapere che sulla platea di blocchi di tufo che si vedono dall’esterno ci sono i resti del tempio di Fortuna, realizzato alla fine del VI secolo a.C., e che negli strati inferiori le indagini hanno rivelato la presenza di un più antico tempio etrusco-italico, è necessario andare sul portale della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Meglio di niente.

Non finisce qui e questo giro rischia di essere inevitabilmente più che parziale. Nessuna pannellistica per il sepolcro di Gaio Publicio Bibulo, in piazza Venezia, vicino all’Altare della Patria e neppure per la gran parte dei resti antichi sul Campidoglio. Niente per quelli del tempio di Giove, Giunone e Minerva in via del tempio di Giove, ai cui lati rimangono parti di un edificio di età imperiale. E neppure per quelli riferiti al tempio di Giunone Moneta e all’Auguraculum nel giardinetto ai piedi di Santa Maria in Aracoeli. Non va diversamente a piazza di Monte Savello, con le strutture riferite al Ghettarello, il secondo ghetto di Roma. Se in centro va così ci si può forse meravigliare che al tempio di Iside, a due passi da via Labicana, il pannello informativo sia illeggibile da tempo? Oppure che a Porta Maggiore, dove oltre all’ingresso delle mura aureliane rimangono parti di diversi acquedotti romani non ci sia alcun pannello, ma molto degrado? Che si tratti di un problema di risorse insufficienti oppure di metodo, poco importa. In questo modo il grande patrimonio archeologico di Roma è per pochi. Sostanzialmente invisibile. Altro che capitale del turismo archeologico.

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