Sono passati trent’anni dal 17 maggio 1973, quando alla questura di Milano, in occasione della commemorazione per il primo anniversario della morte del commissario Luigi Calabresi, scoppiò una bomba che provocò quattro morti e oltre 40 feriti. Vero obiettivo dell’attentato era però il ministro dell’Interno Dc ed ex presidente del Consiglio, Mariano Rumor, che si salvò.
A ricostruire quella stagione segnata da spinte golpiste, che vide alleati nel segno dell’anticomunismo destra eversiva e neofascisti, servizi segreti, massoneria, è la giornalista Stefania Limiti, nel volume (edito da Chiare Lettere) “L’estate del golpe“, che ripercorre gli anni tra la strage di piazza Fontana (1969) e il ritorno di Aldo Moro al governo del Paese (1974), con la Democrazia cristiana in crisi.
Quell’attentato fu subito “relegato nella penombra”, dimenticato, ricorda Limiti nel corso della presentazione del libro a Roma, insieme al fondatore de Il Fatto Quotidiano Antonio Padellaro, al senatore M5s ed ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e Piera Amendola, documentarista della Camera dei deputati e, dal 1981 al 1988, responsabile dell’archivio della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2.
L’esecutore materiale di quell’attentato del ’73 fu il finto anarchico Gianfranco Bertoli, che in realtà frequentava ambienti neofascisti. La strage faceva parte di quella “strategia della tensione” finalizzata alla destabilizzazione dell’ordine pubblico e al tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale: “Torna il terrore tra la folla. Con un Movimento sociale italiano (Msi) aggressivo, del quale oggi si vuole riscrivere la biografia, ma che era, ed è sempre stato, l’ombrello del terrorismo“, spiega Limiti.”L’Msi nel ’72 toccò punte del 13%, significa che una parte non irrilevante votava per un partito radicato fortemente nel fascismo, con legami dicibili e indicibili con lo stragismo di destra“, continua Padellaro.
“La strage alla Questura di Milano si può descrivere come un piccolo modellino della destabilizzazione”, aggiunge Limiti. Mentre Scarpinato, che a lungo ha indagato sul ruolo dell’eversione nera nella stagione stragista, attacca: “Il potere non soltanto non si fa processare o non si fa condannare, ma non vuole farsi raccontare. Così la retorica che si fa della storia della mafia è quella riduzionistica, banalizzante, una storia che si descrive come felicemente conclusa con gli arresti, mentre i colletti bianchi sono considerati pecore nere in un gregge immacolato di pecore bianche”. Ma la realtà e pure i processi passati in giudicato raccontano altro: “Da Piazza Fontana a Brescia, fino alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, c’è sempre un comune denominatore: i depistaggi, posti in essere da apparati dello Stato. E perché si depista? Perché non si vuole che il livello delle indagini coinvolga i mandanti e complici eccellenti”, continua l’ex procuratore.
Scarpinato afferma come le componenti più reazionarie si siano “alleate per sabotare” o “stravolgere la Costituzione, creando una repubblica presidenziale di stampa autoritario”. Un unico sistema criminale, composto da “reduci del fascismo, in parte riciclati in gangli attivi dello Stato, come forze di polizia, forze armate, servizi segreti”, e in parte fondatori di formazioni neofasciste, da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, a Ordine nero fino a Terza Posizione, fucine di formazione e reclutamento di tanti soggetti che poi hanno eseguito le stragi“. Ma non solo: le altre componenti, spiega il senatore M5s, furono “massoneria e borghesia mafiosa“.
Così ricorda come nelle stragi del ’92-’93 si ritrovino gli stessi protagonisti delle stragi neofasciste. A partire da Paolo Bellini, esponente di Avanguardia nazionale, che la Corte di Bologna ha di recente condannato, e che “nel 1992 era in contatto con gli esecutori della strage di Capaci, suggerendo la strategia di colpire i beni artistici, come fatto nel 1974 da Massimiliano Fachini, leader di Ordine Nuovo, a cui apparteneva Pietro Rampulla, artificiere di Capaci”.
“Questa è una storia che è ancora tra di noi, non riusciamo a portarla alla luce perché sono stati fatti sparire documenti come l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Quelli che sanno non parlano perché temono per la vita”, continua Scarpinato. Per poi attaccare Giorgia Meloni, ricordando il suo discorso d’esordio come senatore a Palazzo Madama, nel giorno della fiducia al governo della presidente di Fratelli d’Italia. “Le chiesi come fa a conciliare il giuramento alla Costituzione con quello a Pino Rauti, fondatore di Ordine nuovo, dal quale sono usciti esecutori delle stragi. Che la Meloni non mi abbia risposto non mi ha meravigliato, ma mi ha fatto riflettere il processo di rimozione in corso. Si è tornati a parlare di fascismo, come lontano e concluso, come se non fosse mai esistito il neofascismo, realtà che invece ha attraversato tutta la storia italiana”.
Infine, Scarpinato è tornato sull’elezione della fedelissima di Meloni, Chiara Colosimo, alla guida dell’Antimafia: “Una linea di coerenza politica quella di Meloni. Abbiamo l’ex Nar Luigi Ciavardini, esecutore della strage di Bologna, tirato fuori grazie all’intervento di un sottosegretario di Stato, Claudio Barbaro. Ciavardini ha rapporti con Colosimo, sulla quale ha insistito Meloni al di là delle richieste (inascoltate) dei familiari delle vittime delle stragi. E Meloni stessa è figlia di una cultura politica che ha avversato la Costituzione, ora la vuole svuotare. Già nella prassi il governo si è mangiato il Parlamento. Ora si vuole pure sottoporre la magistratura al controllo del potere esecutivo”, attacca. Per poi denunciare: “Non mi pare che ci sia al contrario una forte livello di consapevolezza critica contro questo progetto”. Parole condivise pure da Padellaro: “Se oggi possono attentare quella Costituzione che non hanno mai riconosciuto è perché la debolezza delle opposizioni è manifesta se non sotto certi aspetti colpevole”.
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