La commissaria Ue agli Affari interni Ylva Johansson ha presentato oggi il piano della Commissione per fronteggiare l’immigrazione illegale nel Mediterraneo Occidentale e l’area atlantica, in vista del prossimo Consiglio europeo previsto per fine mese, e del prossimo Consiglio Giustizia e Affari interni dell’8 e 9 giugno dove, ha spiegato la commissaria, sul Patto Migrazione e Asilo “c’è una grande possibilità che si possa fare un passo avanti molto importante già giovedì a Lussemburgo perché – ha detto – nei negoziati gli Stati membri sono ora molto vicini”. Dopo otto anni di confronti inconcludenti, dunque, forse ci siamo. Ma di cosa stiano trattando davvero i Paesi Ue è già chiaro e lo stesso piano per il Mediterraneo occidentale presentato oggi conferma un’impostazione basata sull’esternalizzazione delle frontiere, sull’implementazione di rimpatri finora esigui, e su un principio di solidarietà tra Stati membri che però non è obbligatorio tanto che gli Stati che non vogliono i migranti potranno semplicemente pagare o “dare supporto operativo” perché continuino ad occuparsene i Paesi di primo ingresso. Il governo Meloni? Nonostante gli attacchi all’Europa che “deve fare la sua parte”, sembra avere già rinunciato alla possibilità di una redistribuzione per quote delle persone giunte nel nostro Paese. Ieri, dopo un colloquio telefonico con il ministro per la Migrazione svedese, Maria Malmer Steenergard, in vista della possibile conclusione sul negoziato per il Patto su immigrazione e asilo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che “il nostro Paese continua a non puntare sullo strumento della relocation perché non si è rivelato un meccanismo solidale così come concepito”. Piuttosto, ha spiegato come l’Italia si aspetti un cambio di passo da parte dell’Europa soprattutto nell’ambito della dimensione esterna, “unica vera soluzione strutturale al problema delle migrazioni dall’Africa”.

Il piano annunciato oggi amplia i lavori rilanciati nel Consiglio straordinario dello scorso novembre, dove gli Stati membri si erano impegnati ad attuare i piani Ue per il Mediterraneo centrale e quello per i Balcani occidentali e ad approvarne di nuovi per le altre rotte che puntano all’Europa. Il piano d’azione su Mediterraneo occidentale e area atlantica presenta 18 misure strutturate su due pilastri. “L’obiettivo è sostenere gli Stati membri a rafforzare la gestione della migrazione lungo questa rotta – scrive la Commissione – prevenendo le partenze irregolari e salvando vite umane, lavorando a stretto contatto con i principali Paesi partner”. Il primo pilastro è appunto quello che riguarda il rafforzamento dell’impegno con i Paesi partner, che per la rotta occidentale e l’area atlantica sono in particolare Marocco, Senegal, Mauritania e Gambia, per i quali il piano prevede specifiche partnership. “L’attenzione si concentra sulla prevenzione della migrazione irregolare, combattendo il traffico di migranti e la tratta di esseri umani e rafforzando la gestione delle frontiere”, scrive la Commissione che prevede interventi sull’intera rotta migratoria, “promuovendo una maggiore cooperazione bilaterale con Frontex“, l’Agenzia europea più volte coinvolta in operazioni di respingimento, anche verso la Libia. Se un tempo si parlava di “ingressi irregolari”, nell’era dell’esternalizzazione delle sue frontiere l’Ue preferisce parlare di “partenze irregolari”, delegando ai Paesi di transito di definire la regolarità di chi si mette in viaggio, anche quando si tratta di Paesi che non garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali. L’obiettivo è dunque quello di impedire il transito e bloccare le rotte, limitando il più possibile l’accesso alla procedura d’asilo in Europa.

“Secondo pilastro: rafforzare le misure operative di ricerca e salvataggio, le procedure di rimpatrio e una solidarietà volontaria più agevole e rapida”, si legge nel comunicato. Che prevede “rafforzamento della cooperazione tra gli Stati membri dell’UE in materia di rimpatrio nei Paesi partner, consulenza per il rimpatrio, supporto per l’identificazione e il rilascio dei documenti di viaggio, coordinamento dei voli di rimpatrio, ecc.”. Intenzioni espresse anche nei piani riguardanti le altre rotte, comprese quelle che interessano più direttamente l’Italia. Che raggiungano i loro obiettivi sarà tutto da dimostrare, visti i numeri esigui sia sul fronte di corridoi umanitari e reinsediamento in Paesi Ue di persone a rischio, sia su quello dei rimpatri: in Italia ogni anno non si va oltre le 6mila persone rimpatriate e questo perché, nonostante gli annunci, gli accordi con i Paesi d’origine sono sempre gli stessi e per lo più i rimpatri sono rientri in Tunisia, dove la premier Giorgia Meloni si è recata oggi per rinforzare gli accordi con un Paese in forte crisi economica, mentre nei confronti di stranieri e minoranze è in atto una severa repressione tanto da spingere molte organizzazioni umanitarie a ribadire che non può considerarsi Paese sicuro.

Da ultimo, il secondo pilastro del piano promette di “realizzare reazioni più efficienti e rapide nell’ambito del Meccanismo volontario di solidarietà, con il sostegno della Commissione e dell’Agenzia dell’Ue per l’asilo. Poiché il meccanismo continuerà ad essere attuato, gli Stati che vi si impegnano sono anche incoraggiati ad essere flessibili per alleviare la pressione sul sistema di accoglienza negli Stati membri di primo ingresso”. Un meccanismo virtuoso ma debole nei numeri e nella lentezza delle procedure, che fin dalla sua adozione, nel giugno 2022, non ha previsto che poche migliaia di ricollocazioni e senza alcun obbligo. Anzi, con la possibilità di sostenere economicamente i Paesi di primo ingresso per le operazioni di rimpatrio delle persone cui è stato negato il permesso di soggiorno. E’ su questa linea che si concluderà, forse già giovedì prossimo, il negoziato sul Patto per l’immigrazione e l’asilo, che proprio nei giorni scorsi ha visto nascere e morire l’ipotesi di una “multa” da 22.000 euro per ogni migrante la cui ricollocazione viene negata da un Paese Ue. Tutti d’accordo sul rafforzamento di Frontex, sull’aumento dei controlli alle frontiere e sulla loro esternalizzazione attraverso le danarose partnership coi Paesi terzi. E fino alla costruzione di muri fuori e dentro l’Europa. Quanto alla solidarietà tra Stati membri e in particolare verso i Paesi del Sud Europa come l’Italia, la parola d’ordine rimane “nessun obbligo”.

Il governo svedese, presidente di turno dell’Unione e quindi responsabile del negoziato sulla bozza per il Patto europeo lo aveva messo in chiaro: “Il ricollocamento obbligatorio non era, non è e non sarà nella proposta“, aveva scritto la ministra per la Migrazione Stenergard in un tweet, immediatamente rilanciato dalla commissaria europea Johansson. Che oggi ha dichiarato: “Se concordiamo un approccio comune sulla migrazione saremo tutti vincitori, compresi i migranti, perché nessun Paese può fare da solo, i dibattiti nazionali cercano invece di dipingere uno scenario da vincitori e perdenti”. Quanto alla bozza di testo sulla quale i Paesi si confronteranno giovedì, “è bilanciata anche se ci sono ancora cose da limare”. Cosa dirà il governo Meloni sul “bilanciamento” di un Patto che una volta per tutte esclude il tanto agognato superamento del regolamento di Dublino e l’equa spartizione degli oneri di accoglienza? Opporsi al Patto significherebbe innanzitutto litigare apertamente con i paesi del blocco di Visegrad dove governano i partiti sovranisti dei leader amici come l’ungherese Viktor Orbán. In alternativa si potrà spiegare agli italiani, come già tenta il ministro Piantedosi quando dice che l’Italia non punta sulla redistribuzione, che in cambio di un sostegno economico tutto da precisare dovranno accettare che in Italia ci sia un maggior numero di rifugiati perché i partner europei semplicemente non ne vogliono sapere. Con buona pace di tutti coloro che fino ad oggi hanno gridato all’emergenza, al sistema di accoglienza al collasso.

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