La premier Giorgia Meloni non ha finora avuto molte soddisfazioni dall’economia, segnata da un’elevatissima inflazione e da una crescita economica quasi nulla che sembrava preludere a un’iniziale recessione. Eppure in una recente comparsa su Facebook ha mostrato un invidiabile ottimismo economico, rivendicando anche alcuni meriti del suo primo trimestre di premierato: i famosi 100 giorni all’americana. Meloni si è attribuita tre punti importanti. Un caso di straordinario successo che riguarderebbe l’andamento dello spread, della borsa e della crescita economica. Vera gloria oppure il tradizionale fumo negli occhi per il popolo della rete? Fake news economiche? Vediamo.

1. Lo spread è sceso in cento giorni da 263 a 175 punti base (100 punti base corrispondono all’1% del tasso di interesse). Corretto. Lo spread racconta la differenza del tasso di interesse tra i titoli di stato tedeschi a dieci anni e quelli italiani con la stessa scadenza ed è una misura della credibilità delle nostre finanze pubbliche. Quando lo spread si riduce significa che siamo diventati virtuosi finanziariamente e viceversa. Anche qui, però, Meloni deve inseguire il premier precedente che ha fatto molto meglio. Per esempio: a gennaio 2022 lo spread era di 130 punti e dunque un valore molto più basso. Ma non è questo il punto. Lo spread misura una differenza, ma è la base di calcolo che dovrebbe preoccupare la premier.

Il tasso di interesse a 10 anni ora supera abbondantemente il 4%, solo il 2% in Germania ed era l’1,2% anche in Italia a gennaio 2022. Quindi in un anno il costo del debito pubblico è più che triplicato e la tendenza sembra al rialzo a causa della perdurante inflazione. Quando Silvio Berlusconi nella tempesta della crisi dei debiti sovrani fu costretto nel 2011 alle dimissioni, il tasso di interesse era salito oltre il 6% e veniva allora giudicato insostenibile per le finanze pubbliche, anche se il debito pubblico era molto più basso, al 120% del Pil. Oggi ci stiamo avvicinando pericolosamente a quella soglia, ma con una situazione molto più difficile. Il debito pubblico è salito oltre il 140% del Pil e l’inflazione viaggia su valori molto elevati. A questo punto lo spread come indicatore è irrilevante per la sostenibilità delle finanze pubbliche, perché quello che conta è il tasso di interesse, cioè il costo del debito, e non se siamo bravi come la Germania o la Spagna. L’ottimismo della premier sembra decisamente fuori luogo.

2. Il recente balzo della borsa del 20% Meloni lo rivendica come suo risultato. Anche qui c’è poco da stare allegri. Il 2022 è stato un anno veramente complicato per le borse internazionali e anche per la borsa italiana. Al primo gennaio 2022 l’indice Mib della borsa italiana quotava a 27.350 punti e poi ha cominciato una discesa a rotta di collo che lo ha portato a 20.730 punti a ottobre, con una perdita del 27%. Poi è cominciata la consueta risalita del ciclo borsistico e ora le quotazioni stanno a 26.217. Possiamo dire che le perdite della prima metà dell’anno sono colpa di Mario Draghi e la ripresa, da ottobre in poi, merito del governo Meloni? Difficile crederlo e comunque l’indice di borsa è ancora inferiore, anche se di poco, rispetto ai valori dell’anno scorso. Possiamo solo dire che per ora la borsa italiana ha semplicemente ignorato la politica economica domestica sulla scia dei trend internazionali. Qui la melonieconomics c’entra molto poco.

3. L’orgoglio economico di Meloni riguarda la ripresa economica che sarebbe in atto. Anche qui possiamo fare un paio di osservazioni. La prima è che la finanziaria 2023 non conteneva quasi nulla a favore della crescita, come hanno lamentato pur sommessamente anche gli industriali. La famosa politica industriale 4.0 che avrebbe dovuto trasformare la struttura dell’economia italiana in una entità tecnologica e digitale è stata completamente accantonata dalla finanziaria di Meloni e si è tornati alle tradizionali politiche marcatamente redistributive e clientelari. In effetti la premier, commentando la sua finanziaria, non ha mai adoperato la parola crescita, che invece i suoi predecessori usavano abbondantemente. Anzi, la confusione creata sul superbonus fiscale ha di fatto spento uno dei motori della crescita economica italiana, come ampiamente documentato.

L’ottimismo per la crescita mostrato da Meloni e dai suoi collaboratori deriva forse dalla gioia dello scampato pericolo. Fino a pochi mesi fa gli enti macroeconomici previsionali ipotizzavano concordemente un 2023 con il segno meno e puntavano direttamente verso la recessione a causa del calo della domanda generato dalle tensioni belliche. Ora pare che la situazione sia meno allarmante e avremo solo una stagnazione, oppure una modestissima crescita. L’Istat ha stimato una crescita definitiva del 3,9% per il 2022 e solo dello 0,4% per il 2023, con un calo dunque del 1000%. Anche il Fondo Monetario Internazionale stima per l’Italia una modesta crescita dello 0,6% nel 2023, che è molto distante dalle ambizioni del governo. Certo, una piccolissima variazione con il segno più è sempre meglio di una variazione con il segno meno.

Ma che si tratti di una ripresa economica lo pensano solo la premier e i suoi fedelissimi. Sarebbe ingeneroso attribuire alla perizia economica di Draghi la robusta crescita dell’anno scorso e alle scelte economiche di Meloni la modestissima variazione per il 2023. L’economia ha i suoi cicli endogeni. Ma perché illudere il popolo di Facebook raccontando una realtà economica e finanziaria ampiamente inesistente? Una statista, invece che alimentare pericolose illusioni, dovrebbe cercare di convincere gli elettori passati e futuri a fare i conti con una difficile realtà economica caratterizzata da un conflitto bellico in corso, da un’inflazione rampante e una pandemia non ancora del tutto superata. L’ottimismo di maniera in campo economico, dove i fatti sono facilmente verificabili, se oggi può portare qualche granello di consenso si può trasformare velocemente nel suo opposto. Perché come dice il vecchio adagio: le bugie hanno le gambe corte. Soprattutto quelle economiche dei governi.

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