“Una resistenza comunitaria che oggi sembra fantascienza”. Dario Zonta, produttore creativo de La scelta, il documentario sull’oramai trentennale lotta No Tav in Val di Susa, passato all’ultimo Torino Film Festival, ha mirabilmente riassunto il senso e la profondità politica di questo lavoro in sette parole. Diretto da Carlo A. Bachschmidt, fotografato e scritto da Stefano Barabino e Michele Ruvioli, La scelta è una sorta di riemersione del frammenti visivi di una resistenza popolare che pare fuori dal tempo e l’affermazione carsica di una identità locale anticapitalista che nulla ha a che vedere con sterili isolazionismi culturali.

Il grido qui peraltro estremamente sommesso che arriva da quella valle che si è messa per traverso rispetto ad un’ “opera strategica” – tra parentesi: tale da decenni quindi così strategica non pare nemmeno più – è qualcosa di più composito, articolato, profondo, di una rabbia da un piccolo corteo della domenica mattina. Bachschmidt ha raccolto testimonianze per dieci anni, a partire dall’apertura del cantiere di Chiomonte nel 2011, e ha rimesso in un possibile ordine questa storia antisistema precipitata da una specie di 1870. “Vivere significa scegliere”, spiega Nicoletta Dosio, la 76enne valligiana che proprio in queste ore è stata nuovamente condannata (per evasione dai domiciliari), dopo aver scontato un anno di prigione. Ne La scelta, Nicoletta è un apostrofo rosso carminio in mezzo al cemento, alla polvere, al ferro che ha sventrato la Val di Susa aprendo la gola nerissima del tunnel con cui, come dichiarava sorridente Berlusconi premier (e altri dopo di lui non proprio di destra), si collegherà “Lisbona a Kiev” in un anacronismo storico sconcertante. I fili più robusti del racconto si formano spostando di qualche minutaggio in più i mezzi busti della Dosio, Luca Abbà e Davide Grasso, mentre attorno a loro scorre la vita di un’altra mezza dozzina di valsusini noti e meno noti (tra questi Alberto Perino).

Bachschmidt osserva e contempla in campo lungo l’agire dello stato e dei resistenti. L’autostrada che continua – spesso e volentieri così vuota di mezzi che raddoppiarla fa quasi ridere – a funzionare lassù in alto sul viadotto, e sotto le tante formichine in divisa e quelle più sparute ma costanti dei manifestanti. Atti di sabotaggio come tagliare le reti dei cantieri, blocchi stradali, ogni genere di possibile rallentamento o stop dei lavori per non far arrivare mai in fondo l’ “opera strategica”. Ma è proprio qui che La scelta supera un qualsiasi reportage di cronaca. Perché non è che bloccare la Tav esaurisca del tutto l’attivismo dei protagonisti. Nulla pare fermarli. La Dosio con quella chiara impossibile pericolosità per le istituzioni statali; Abbà dal giorno in cui cadde fulminato dal traliccio dell’alta tensione passando dal carcere e dalla separazione dalla propria compagna; Grasso nel suo doppio e parallelo agire come combattente nel Rojava. La macchina da presa di Bachschmidt fende i rami, le foglie, le barriere Jersey, le reti metalliche e intanto la traiettoria di lotta dei singoli si spinge oltre l’individualità alla ricerca di una dignità collettiva che sembra un anelito nascosto dietro la sequenza successiva che verrà montata. La scelta sembra così un documentario in divenire sul concetto di resistenza impari, una lotta continua e inesausta, Davide contro Golia, ordine antico contro disordine nuovo, che pare disegnata oltre quel tunnel, oltre i tir che da Kiev andranno a Lisbona, oltre i tradimenti politici temporanei (l’intemerata di Perino verso i Cinque Stelle è esplicita), oltre l’istante in cui il sistema ingiusto sembra aver schiacciato l’atto del resistervi.

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