Nel 2006 Gustavo Alfaro seguiva il Mondiale tedesco come analista per un’emittente colombiana. All’epoca allenatore di modesto successo, fresco di licenziamento dal San Lorenzo, una volta sbarcato sul suolo tedesco decise di fare una promessa a sé stesso: un giorno sarebbe andato al Mondiale da allenatore, non da commentatore. Poco importava se la sua carriera da tecnico, iniziata oramai 14 anni prima, non era decollata, rimanendo in linea con la sua esperienza da calciatore, spesa in buona parte nella seconda serie argentina. Una promessa è sempre una promessa.

Questo può sembrare l’incipit di una zuccherosa storia da fiction del sabato sera, nella quale un personaggio senza apparenti qualità raggiunge il successo grazie alla fede incrollabile nei propri sogni. Anche il titolo sarebbe già pronto: Cacciatori di un’Utopia Impossibile. Quest’opera però esiste davvero, ed è un libro che Gustavo Alfaro ha scritto di proprio pugno, senza affidarsi a un ghostwriter o chiedere aiuto per la stesura a un giornalista sportivo, per raccontare la sua storia e quella dell’Ecuador, entrambi riemersi da una condizione di mediocrità latente grazie alla qualificazione diretta al Mondiale in Qatar. Un libro che già necessiterebbe di un aggiornamento, visto il brillante esordio della Tricolor contro i padroni di casa, che ha lasciato intuire come la storia – l’Utopia Impossibile – non sia ancora finita.

All’inizio del 2020 l’Ecuador era una nazionale ai minimi storici quando fu affidato a Gustavo Alfaro, reduce dal mancato rinnovo del contratto con il Boca Juniors dopo due stagioni anonime (una Supecopa Argentina vinta nel 2018 e niente più). Dopo l’eliminazione al primo turno al Mondiale 2014, la nazionale aveva mancato l’appuntamento con Russia 2018 e, per tre edizioni consecutive, era stata umiliata in Copa America. Un 4-0 contro l’Uruguay era costato il posto a Hernán Darío Gómez, ma in quel momento nessuno in Federazione pensava a Alfaro. Lo sguardo era rivolto all’estero, alla ricerca di un profilo in grado di ricostruire la nazionale inserendo gradualmente i giovani prospetti emersi dal Mondiale under-20 del 2019, chiuso dall’Ecuador al terzo posto dopo aver battuto l’Italia ai rigori nella finale di consolazione. Il primo candidato alla panchina fu Jürgen Klinsmann, ma i colloqui con la Federazione andarono male. Poi vennero individuati lo spagnolo Antonio Cordón e l’olandese figlio d’arte Jordi Cruijff, ma il primo se ne tornò in patria allo scoppio della pandemia, mentre Cruijff jr. rimase in carica sei mesi, rescindendo il contratto in estate dopo zero partite. A quel punto la Federazione contattò Alfaro.

Nel libro Alfaro ricorda il primo impatto con i giocatori. “Si erano arresi, non avevano più voglia di giocare per la nazionale. Il sogno più grande di qualsiasi bambino che iniziava a giocare a calcio, ovvero rappresentare il proprio paese, per loro era finito”. L’intuizione di Alfaro per far ritrovare le motivazioni al gruppo è arrivata guardando al passato. Il c.t. ha chiamato giocatori e allenatori delle squadre dell’Ecuador che si erano qualificate ai Mondiali del 2002, del 2006 e del 2014, e li ha invitati a unirsi agli allenamenti. Ex giocatori quali Agustín Delgado, Iván Kaviedes, Iván Hurtado, Patricio Urrutia, Augusto Porozo, Ulises de la Cruz (lo spauracchio del Trap ai Mondiali nippocoreani) e Néicer Reascos sono andati in ritiro con la squadra. “Solo chi ha donato a questa maglia un grande valore”, ha detto Alfaro, “può aiutare a comprendere cosa significhi indossarla”. Il risultato ottenuto è stato una squadra ricostruita nell’animo, sulla quale Alfaro ha poi lavorato curando tutte gli aspetti tecnici, tattici e organizzativi che le hanno permesso di ritrovare quella competitività che sembrava irrimediabilmente perduta. “Alfaro ha avuto una grande influenza sulla squadra”, ha dichiarato il difensore del Bayer Leverkusen Piero Hincapie, “perché si è rivelato essere nello stesso tempo un maestro, un motivatore, un leader ma anche un amico”.

Alfaro ha accelerato il processo di ringiovanimento della rosa lanciando talenti quali il citato Hincapie, Moises Caicedo e Gonzalo Plata. “Per me l’intelligenza è più importante dell’esperienza”, ha detto il c.t., “e ai ragazzi dico sempre che non bisogna avere trent’anni per essere bravi”. Il tecnico però ha anche recuperato alla causa alcuni elementi storici della Tricolor quali Enner Valencia Lastra, l’autore della doppietta contro il Qatar. Un anno fa la stampa ecuadoregna ne chiedeva a gran voce l’esclusione, dopo che nelle prime sette partite di qualificazione ai Mondiali l’attaccante del Fenerbahçe era rimasto a secco. Alfaro lo ha pubblicamente difeso in conferenza stampa. “Dovevo farlo”, ha scritto nel suo libro, “anche per mandare un messaggio a tutti i giocatori: se vi attaccano, ci penso io a difendervi”. Dopo un rigore sbagliato in amichevole contro il Giappone e una serie di partite senza gol, le critiche sono tornate. La risposta di Alfaro è stata assegnare a Valencia la maglia da titolare lo scorso 20 novembre.

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