La Bce legge i fondi del caffè, per indirizzare la politica monetaria dell’Unione europea? Quel che è certo, la decisione di oggi della Banca centrale europea di alzare i tassi dello 0,75% arriva tardi ed è troppo poco, rispetto alla fiammata di un’inflazione arrivata ai massimi di 40 anni (il tasso annuo nell’area euro era dell’8,9% a luglio rispetto all’8,6% di giugno; nel 2021, era del 2,2%). Vi sono molti personaggi, nel mondo finanziario, che pensano: “oh noooo… la Bce non può e non deve alzare i tassi di qualche decina di punti base dal livello 0 (zero) a cui erano: il rialzo schiaccerà l’economia“. La sconveniente verità, che va contro i desideri di avidi gestori di fondi, è che a distruggere l’economia, sul campo e soldi del Pnrr a parte, sono state non solo le decisioni sbagliate dei governi sull’energia negli ultimi anni – come ciascuno di noi vede da bollette di elettricità e gas stratosferiche – ma soprattutto un intero decennio di politica monetaria testardamente fuori dalla realtà, da Mario Draghi a Christine Lagarde.

Con il denaro a costo zero o sottozero la Bce ha distorto completamente l’allocazione del capitale, favorendo i privilegiati e ben connessi, arricchendo i già ricchi e creando disparità economiche immense tra la fascia alta e il resto della popolazione. L’economia dell’Ue è in crisi profonda ma il coro della messa cantata “salviamo i mercati” ha continuato a chiedere fino all’ultimo alla Lagarde di non rovinare il giocattolo, nonostante tutti sappiano che il capitale deve avere un costo. Le borse, in ogni caso, con buona pace di gran parte degli investitori istituzionali, in questo scenario sono destinate a scendere parecchio, in tandem con i bond.

Sul fronte americano, dove in teoria sono messi meglio di noi perché le conseguenze delle sanzioni contro la Russia volute da Washington e Bruxelles hanno effetti dirompenti sui prezzi dell’energia solo in Europa ma non in America, Goldman Sachs fornisce stime attendibili: le previsioni sul ritmo dei rialzi dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve sono state riviste al rialzo, per le riunioni invernali, in linea con le aspettative del mercato dei derivati.

La banca d’affari Usa prevede ora un aumento di 75 punti base nella riunione del 21 settembre e di 50 punti base a novembre, con un’ulteriore stretta dello 0,25% nell’ultimo meeting dell’anno a dicembre. Alcune grandi banche vedono il bond a 10 anni del tesoro americano tra il 3,8 e il 4,0% entro il 2023. Ecco gli effetti di una politica monetaria sbagliata, sia a Washington che a Francoforte. Anche se Jerome Powell è un gigante rispetto alla Lagarde, ambedue le strategie hanno fallito miseramente.

L’inflazione record, a lungo sottovalutata dalle due banche centrali (l’assurdo mantra di qualche mese fa: “è un fenomeno transitorio” pare oggi patetico) ora provoca un’onda lunga che sconvolge le economie. La solita Goldman Sachs prevede che nel Regno Unito l’inflazione potrebbe raggiungere l’incredibile livello del 22%. In molti modelli econometrici usati da Fed e Bce, il forte aumento dei prezzi delle materie prime è stato considerato uno “shock esterno” la cui influenza doveva gradualmente diminuire. Il che non rende giustizia alla realtà.

Altro fattore di squilibrio: in tempi di crisi internazionale, il dollaro Usa è considerato “ancora di salvezza”, il che ha fatto sì che l’euro sia sceso sotto la parità con il greenback per la prima volta in 20 anni. Quanto grave sia la situazione lo dimostrano le conseguenze economiche e sociali dei prezzi elevati, in un contesto economico che peggiora con l’aumento dei prezzi delle materie prime. Altrettanto gravi quanto le conseguenze immediate degli errori di politica monetaria sono le ripercussioni a lungo termine. Diciamolo, si è bruciata una risorsa fondamentale dell’architrave su cui poggia il capitalismo iper liberista imperante: la credibilità delle banche centrali.

Adesso, mentre si intravvedono le avvisaglie di una nuova grave crisi del debito sovrano in Europa (la descrivo nel mio pamphlet “Soros, Draghi e l’attacco all’Italia“) come risultato diretto della crisi energetica, della speculazione più bieca contro i bond dei paesi ultra indebitati come l’Italia e di decenni di distorsione dei prezzi del capitale, con l’aggiunta del forte rialzo dei tassi d’interesse che creerà ulteriori problemi alle pmi già prese dalla morsa dei costi dell’energia, è inevitabile che nei prossimi mesi molte aziende vadano gambe all’aria o siano costrette a licenziare.

Spiace essere nel campo degli apocalittici-distopici e non in quello degli integrati ma lo scenario geopolitico complicatissimo per il confronto Russia-Europa-Stati Uniti in Ucraina, più l’inflazione globale e l’economia cinese in crisi (la Cina, la seconda economia mondiale, è responsabile del 28% della produzione manifatturiera globale e rischia un completo collasso finanziario, anche per il crollo del mercato immobiliare) tutti questi elementi fanno sì che un “cigno nero” in uno di questi tre pilastri potrebbe portare a un effetto domino in grado di paralizzare l’economia globale e provocare ovunque recessione. Siamo in zona “tempesta perfetta” contro l’Occidente, quella di cui ha parlato Vladimir Putin quando ha deciso di interrompere le forniture di gas russo all’Ue fino alla revoca delle sanzioni (tra parentesi: che senso ha imporre da Bruxelles un price cap a un prodotto che non arriva più)?

Per ricapitolare: l’impatto più immediato della crisi energetica, acuita dal conflitto in Ucraina, è l’aumento vertiginoso dell’inflazione in tutta l’Ue, visto che petrolio e gas naturale costituiscono un’ampia fetta dell’indice dei prezzi al consumo nelle 27 nazioni europee.

Il governo socialdemocratico di Olaf Sholtz in Germania – che corre i maggiori rischi – ha stanziato 65 miliardi di euro per i sussidi a migliaia di aziende già duramente colpite dall’aumento delle bollette energetiche, il governo britannico guidato dalla neo premier conservatrice, la “falca” Liz Truss, allocherà 110 miliardi di sterline per affrontare il caro-vita dei cittadini inglesi (con la sterlina crollata ai minimi dal 1985), mentre in Italia il governo dimissionario di Mario Draghi si barcamena aspettando che la patata bollente passi dopo le elezioni a Giorgia Meloni.

In tutta l’Ue, non è chiaro però se proteste, scioperi e boicottaggi delle bollette di luce e gas cambieranno il sentiment politico nei confronti della Russia. Certo va messo in conto. In generale, la crisi globale sta portando a un aumento dell’inflazione praticamente ovunque, con il risultato che le famiglie devono pagare di più per beni e servizi.

Ciò si traduce in una minore disponibilità di denaro da spendere per beni diversi da quelli di prima necessità, con conseguente riduzione della produzione e della crescita a livello globale. Le prospettive economiche globali appaiono quindi attualmente desolanti, e in quasi tutte le principali economie si aggira un fantasma a lungo evitato: la recessione. Se ci va bene, con banche centrali così mal gestite, realisticamente è probabile che sia gli Stati Uniti che l’Unione europea registreranno nel prossimo semestre una crescita prossima allo zero. Ci troveremo quindi in un panorama economico, con una guerra combattuta sullo sfondo, di stagflazione (stagnazione + inflazione), cioè quanto di meno promettente possiamo aspettarci. E questo è lo scenario da ottimisti.

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