Giovanni Paolo I diventa beato. La celebrazione eucaristica, presieduta da Papa Francesco in una piovosa piazza San Pietro, ha chiuso il lungo iter della causa di beatificazione di Luciani che fu vescovo di Roma per soli 33 giorni, dal 26 agosto al 28 settembre 1978. Il miracolo che ha portato il “Papa del sorriso”, come è stato soprannominato, agli onori degli altari riguarda la guarigione di Candela, una bambina per la quale era stata prospettata la morte imminente a causa di una grave forma di epilessia refrattaria e shock settico. Evento avvenuto nel 2011 a Buenos Aires, arcidiocesi allora guidata dal cardinale Bergoglio. Con la sua beatificazione, Giovanni Paolo I viene associato agli altri papi del Novecento già canonizzati: san Giovanni XXIII, san Paolo VI e san Giovanni Paolo II. Alla celebrazione la delegazione italiana è stata rappresentata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha salutato il Pontefice a margine della liturgia. Tra i concelebranti anche il cardinale Angelo Becciu.

“Il nuovo beato – ha affermato Francesco – ha vissuto così: nella gioia del Vangelo, senza compromessi, amando fino alla fine. Egli ha incarnato la povertà del discepolo, che non è solo distaccarsi dai beni materiali, ma soprattutto vincere la tentazione di mettere il proprio io al centro e cercare la propria gloria. Al contrario, seguendo l’esempio di Gesù, è stato pastore mite e umile. Considerava se stesso come la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere. Perciò diceva: ‘Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili’. Con il sorriso Papa Luciani è riuscito a trasmettere la bontà del Signore. È bella una Chiesa con il volto lieto, sereno e sorridente, che non chiude mai le porte, che non inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata e insofferente, non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato. Preghiamo questo nostro padre e fratello, chiediamo che ci ottenga ‘il sorriso dell’anima’; chiediamo, con le sue parole, quello che lui stesso era solito domandare: ‘Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri’”.

Nell’omelia, il Papa si è domandato: “Cosa farebbe un astuto leader nel vedere che le sue parole e il suo carisma attirano le folle e aumentano il suo consenso? Capita anche oggi: specialmente nei momenti di crisi personale e sociale, quando siamo più esposti a sentimenti di rabbia o siamo impauriti da qualcosa che minaccia il nostro futuro, diventiamo più vulnerabili; e, così, sull’onda dell’emozione, ci affidiamo a chi con destrezza e furbizia sa cavalcare questa situazione, approfittando delle paure della società e promettendoci di essere il ‘salvatore’ che risolverà i problemi, mentre in realtà vuole accrescere il proprio gradimento e il proprio potere. Il Vangelo ci dice che Gesù non fa così. Lo stile di Dio è diverso, perché egli non strumentalizza i nostri bisogni, non usa mai le nostre debolezze per accrescere sé stesso. A lui, che non vuole sedurci con l’inganno e non vuole distribuire gioie a buon mercato, non interessano le folle oceaniche. Non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra del successo personale. Al contrario, sembra preoccuparsi quando la gente lo segue con euforia e facili entusiasmi. Così, invece di lasciarsi attrarre dal fascino della popolarità, chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le conseguenze che ciò comporta”.

Francesco ha spiegato che “tanti di quella folla, infatti, forse seguivano Gesù perché speravano sarebbe stato un capo che li avrebbe liberati dai nemici, uno che avrebbe conquistato il potere e lo avrebbe spartito con loro; oppure uno che, facendo miracoli, avrebbe risolto i problemi della fame e delle malattie. Si può andare dietro al Signore, infatti, per varie ragioni e alcune, dobbiamo riconoscerlo, sono mondane: dietro una perfetta apparenza religiosa si può nascondere la mera soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca del prestigio personale, il desiderio di avere un ruolo, di tenere le cose sotto controllo, la brama di occupare spazi e di ottenere privilegi, l’aspirazione a ricevere riconoscimenti e altro ancora. Si può arrivare a strumentalizzare Dio per tutto questo. Ma non è lo stile di Gesù. E non può essere lo stile del discepolo e della Chiesa. Il Signore chiede un altro atteggiamento. Seguirlo non significa entrare in una corte o partecipare a un corteo trionfale, e nemmeno ricevere un’assicurazione sulla vita. Al contrario, significa anche ‘portare la croce’: come lui, farsi carico dei pesi propri e degli altri, fare della vita un dono, spenderla imitando l’amore generoso e misericordioso che egli ha per noi. Si tratta di scelte che impegnano la totalità dell’esistenza; per questo Gesù desidera che il discepolo non anteponga nulla a questo amore, neanche gli affetti più cari e i beni più grandi”.

“Ma – ha proseguito Bergoglio – per fare ciò bisogna guardare a lui più che a noi stessi, imparare l’amore, attingerlo dal Crocifisso. Lì vediamo quell’amore che si dona fino alla fine, senza misura e senza confini. Noi stessi, disse Papa Luciani, ‘siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile’. Intramontabile: non si eclissa mai dalla nostra vita, risplende sempre su di noi e illumina anche le notti più oscure. E allora, guardando al Crocifisso, siamo chiamati all’altezza di quell’amore: a purificarci dalle nostre idee distorte su Dio e dalle nostre chiusure, ad amare lui e gli altri, nella Chiesa e nella società, anche coloro che non la pensano come noi, persino i nemici. Amare: anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati. Perché, diceva ancora Giovanni Paolo I, se vuoi baciare Gesù crocifisso, ‘non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore’. L’amore fino in fondo, con tutte le sue spine: non le cose fatte a metà, gli accomodamenti o il quieto vivere. Se non puntiamo in alto, se non rischiamo, se ci accontentiamo di una fede all’acqua di rose, siamo, dice Gesù, come chi vuole costruire una torre ma non calcola bene i mezzi per farlo; costui, ‘getta le fondamenta’ e poi ‘non è in grado di finire il lavoro’. Se, per paura di perderci, rinunciamo a donarci, lasciamo le cose incompiute: le relazioni, il lavoro, le responsabilità che ci sono affidate, i sogni, e anche la fede. E allora finiamo per vivere a metà: senza fare mai il passo decisivo, senza decollare, senza rischiare per il bene, senza impegnarci davvero per gli altri. Gesù – ha concluso il Papa – ci chiede questo: vivi il Vangelo e vivrai la vita, non a metà ma fino in fondo. Senza compromessi”.

Molto interessante è la testimonianza dell’arcivescovo Rino Fisichella nel volume La semplicità stile di vita (San Paolo): “Se devo essere sincero fino in fondo, non avevo accolto con molto entusiasmo l’invito a essere ponente della causa. Non conoscevo molto della vita di Papa Luciani e la causa mi sembrava una forzatura determinata dal fatto che negli ultimi tempi i pontefici sono tutti da canonizzare. Tra l’altro, Luciani lo avevo incontrato per la prima volta al Sinodo sull’evangelizzazione che san Paolo VI aveva voluto a dieci anni di distanza dalla conclusione del Concilio Vaticano II. In quell’occasione ero stato chiamato a prendere appunti per aiutare nella sintesi finale del circolo minore dove tra l’altro era presente il patriarca di Venezia”. E ha aggiunto: “Con mia grande meraviglia, la lettura attenta delle migliaia di pagine della positio, così viene chiamata tecnicamente la causa di beatificazione, mi fece scoprire un uomo che non conoscevo. La ricerca storica condotta con precisione e scientificità dalla postulazione mi portò progressivamente a scoprire un vero santo che nella quotidianità della sua esistenza aveva fatto del Vangelo il suo stile di vita. Albino Luciani emergeva pagina dopo pagina come un uomo di Dio che, nella semplicità del suo porsi, manifestava una profondità spirituale non comune, soprattutto per il periodo storico che viveva. Il convincimento della sua santità si radicò sempre di più dentro di me”.

Nel suo celebre libro intitolato Illustrissimi, Luciani scrisse che “la santità cessa di essere privilegio dei conventi e diventa potere e dovere di tutti! Non diventa impresa facile (è la via della croce!), ma ordinaria: qualcuno la realizza con atti o voti eroici alla maniera delle aquile, che planano nei cieli alti; moltissimi la realizzano con l’eseguire i doveri comuni di ogni giorno in modo però non comune, alla maniera delle colombe che volano da un tetto all’altro. Perché desiderare i voli d’aquila, i deserti, i chiostri severi, se non si è chiamati? Non facciamo come le malate nevrotiche che vogliono ciliegie d’autunno e uva in primavera! Applichiamoci a ciò che Dio ci chiede secondo lo stato in cui siamo”.

Twitter: @FrancescoGrana

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