Molti mi chiedono: “Cosa direbbe Franca Rame oggi?”.

Rispondo che non lo so e giudico che mettere in bocca parole a chi non c’è più è crimine. Ma in questo momento di grande amarezza e delusione per il popolo progressista, forse è utile parlare di quello che lei e mio padre han fatto, proponendo per anni quel cambio di paradigma di cui oggi tanto si parla tra chi è stufo di vedere le forze progressiste in Parlamento sprecare grandi occasioni di cambiamento dando così alla destra la possibilità di riprendersi la maggioranza dei voti.

Un giorno mia madre era dal parrucchiere a Cervia e sentì due donne che parlavano del fatto che i mezzi agricoli utilizzati per la manutenzione di un parco non spandevano più gas di scarico puzzolente ma profumo di popcorn. Incuriosita volle saperne di più. Tornò a casa entusiasta spiegando a me e a mio padre che si potevano far funzionare trattori e automobili con il biodiesel. Fu così che iniziò la grande campagna per adottare questo carburante molto meno inquinante. L’Italia buttava letteralmente nel cesso più di 100mila tonnellate di olio fritto che poteva diventare carburante. Così mio padre iniziò a girare per i comuni romagnoli convincendo alcuni sindaci ad adottarlo risparmiando denaro pubblico e diminuendo l’inquinamento. Ad Alcatraz aprimmo il primo distributore di biodiesel.

Mi chiedo come mai si è dovuto aspettare che un’attrice scoprisse il biodiesel dal parrucchiere perché si iniziasse a occuparsi di biocarburanti. I verdi non lo sapevano? Sì che lo sapevano e qualcuno stava dandosi da fare per diffondere questa idea, ma i vertici erano in altro affaccendati. Cercammo anche un incontro con loro ma non ci fu niente da fare. Poi venne Berlusconi e vietò il commercio del biodiesel. Successivamente i governi progressisti non abrogarono questa legge assurda. E oggi la vendita al pubblico del biodiesel è ancora vietata.

Nello stesso periodo conoscemmo Maurizio Fauri, docente di ingegneria a Trento, che stava cercando di diffondere la sostituzione delle lampadine a incandescenza con lampadine molto più efficienti. Insieme a lui riuscii a convincere il sindaco di Padova Zanonato del Pd a sostituire le lampade di tutta l’illuminazione stradale della città e anche i sistemi di riscaldamento dei locali comunali con un risparmio di un milione e mezzo di euro all’anno. Entusiasta iniziai a contattare altri sindaci progressisti di grandi città. Siccome nessuno mi dava retta, mio padre e mia madre iniziarono a sospettare che non fossi abbastanza convincente. Così vollero venire loro a parlare al sindaco di Bologna Cofferati e poi incontrammo anche il sindaco di Milano Pisapia. Non ci fu verso di convincerli. Così le grandi città italiane amministrate arrivarono ad adottare lampadine più efficienti, capaci di tagliare i consumi del 90% solo a partire da 8 anni dopo di Padova. Centinaia di milioni di euro continuarono a essere buttati nel cesso.

Quando mia madre era al Senato, nel 2006, insieme a Marco Marchetti, avvocato a Perugia, e a Roberta Lombardi – oggi dirigente del M5S – elaborammo una proposta semplice per smuovere la situazione superando la contrapposizione ideologica che da tempo paralizza l’Italia. Individuammo dieci leggi che giacevano da tempo in Parlamento e che avevano il pregio di essere condivisibili anche da persone di centro e di destra. Dieci leggi che quindi avevano la possibilità di essere rapidamente approvate. Tra queste proposte di legge c’era ad esempio quella sulla class action, certamente non un obiettivo di sinistra, visto che anche negli Usa si possono fare cause collettive.

Nonostante l’appoggio di parlamentari influenti e stimati come Felice Casson e Gerardo D’Ambrosio il governo Prodi non appoggiò l’idea. E la legge sulle cause collettive che successivamente fu approvata è un ruttino rispetto alla legge in vigore negli Stati Uniti.

I miei genitori seguirono questo approccio che va diritto all’obiettivo in diversi ambiti. Nel 1969 nel giro di pochi mesi riuscirono a creare un circuito teatrale basato sulle case del popolo ed altri spazi non convenzionali. Un successo clamoroso di pubblico e una grande macchina per diffondere cultura e iniziative. Mi ricordo, ad esempio, quando mia madre alla fine di ogni spettacolo invitava gli spettatori a comprare 5 bicchieri. Ne vendette 20mila in poche settimane riuscendo così a dare lo stipendio agli operai di una fabbrica di bicchieri in occupazione da mesi. Ma il circuito teatrale dei miei non incontrò le simpatie dei leader del Pci e nel giro di pochi anni venne strangolato, con lentezza e in silenzio.

La stressa sorte la subirono le più di 20 reti televisive locali in mano al Pci all’inizio degli anni ‘80… Pensa che cosa assurda: il Pci aveva più televisioni di Berlusconi! Poi le ‘suicidarono’.

E che dire della consociazione dei consumi? Era stato il cavallo di battaglia dei progressisti nel dopoguerra, per molti aveva fatto la differenza tra poter o non poter comprare le scarpe nuove ai figli. Erano cresciute esponenzialmente le Coop, l’Unipol, le Banche di Credito Cooperativo. Poi lo spirito di rivolta di queste realtà era stato via via annacquato… Quando Carlo Petrini, molto prima di sognare lo Slow Food, aveva aperto un supermercato autogestito a Bra, a casa mia c’era stato entusiasmo e i miei avevano finanziato un’iniziativa simile nel Fabbricone occupato di Milano. Ma imprese simili potevano sopravvivere solo trovando un ampio sostegno da parte delle organizzazioni progressiste… Sostegno che non ci fu.

Negli anni ‘80 ci riprovò un gruppo di sognatori dentro l’Arci che lanciò un sistema di consociazione degli acquisti distribuendo a più di un milione di soci un catalogo di prodotti a prezzi scontati, dalle calze alle automobili. Lo appoggiamo con entusiasmo. Ma la direzione della grande associazione culturale stroncò l’iniziativa con i guanti di velluto: bastò mettere a gestire il sistema solo due funzionari. Il sistema si ingorgò nel giro di una settimana e dopo un paio di mesi era già morto. Oggi un sistema analogo funziona in Germania per i lavoratori Volkswagen, che ottengono così un aumento del potere d’acquisto del loro stipendio del 15% almeno. Ditemi: quale lotta sindacale può dare un risultato simile?

Tante volte mi sono interrogato sul perché sia così raro vedere leader progressisti dotati di quel senso pratico che porta a cercare azioni capaci di incidere rapidamente e concretamente nel benessere della gente e in quello delle casse pubbliche. Forse questo accade perché la maggioranza del popolo progressista adora le belle parole più delle belle azioni? E così si seleziona una classe dirigente bla bla… E chi è più bravo a parlare male di Berlusconi o della Meloni vince. E questi parolai hanno paura di chi è un valente artigiano capace di costruire pezzi del mondo migliore che sogniamo.

Nel prossimo post racconterò il dramma della ministra Giulia Grillo, in forza al M5S, che voleva tagliare miliardi di sprechi della sanità. Invece Di Maio ha tagliato lei.

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