“Se tornassi indietro straccerei il contratto con il teatro dell’Opera di Vienna e andrei ad aspettare la mia compagna al confine fra Ucraina e Polonia”. Vittorio Grigolo, il tenore internazionale che ha incantato il pubblico dei più celebri teatri del mondo, sentimentalmente legato all’attrice ucraina Stefania Seimur, mamma di sua figlia Bianca Maria, oggi fa questa riflessione. La scelta di non seguire Stefania a Kiev il marzo scorso per portare la madre in Italia, mentre era scritturato per “Carmen” nel tempio della lirica viennese, lo ha devastato. Tanto che ha scelto di mancare dalle scene per qualche mese e prendersi il suo tempo. Solo da qualche settimana ha ripreso appieno la sua attività.

“E (pur) lucean le stelle” è il titolo del concerto che lo ha visto in scena ieri sera 13 agosto, sul palco di “Armonie d’Arte Festival – Nuove rotte mediterranee” a Borgia. Un luogo incastonato fra le rovine della Magna Grecia nel Parco archeologico nazionale di Scolacium, vicino a Catanzaro. Con lui il pianista Marco Boemi e la soprano Silvia Colombini. Per interpretare arie d’opera da Puccini, Verdi, Donizetti, e canzoni napoletane. Un concerto raffinato, ma in direzione della grande apertura che il tenore auspica da tempo: “La musica è tutta. Il rock, il folk, il pop, la lirica. Allargare, aprire gli orizzonti fa scoprire alle nuove generazioni la bellezza dell’opera”. Ieri sera sotto le stelle di “Armonie d’arte” c’era questa sensazione di unione fra culture e generi musicali. Il Mediterraneo come luogo di transito di popoli è il mare simbolo dell’incontro fra differenze.

Vittorio Grigolo, sono stati mesi duri per lei a causa della guerra?
Mi sono preso un momento di riflessione. Ho rifiutato persino una tournée in Giappone. Sto riprendendo a volare adesso. La guerra in Ucraina è stata un trauma forte per tutti. Ma la mia compagna, Stefania Seimur, viene proprio da lì. Abbiamo vissuto davvero una grande sofferenza, che continua anche adesso e cesserà solo quando si troverà una soluzione a livello internazionale.

La sua compagna ad un certo punto è partita per Kiev per portare in Italia la madre: come ha vissuto tutto questo?
Ero impotente. Debuttavo in Carmen all’Opera di Vienna quando lei è partita. Avrei potuto mollare tutto e andare almeno ad aspettarla in Polonia al confine con l’Ucraina. Lo avrebbe apprezzato. Invece ha prevalso la professionalità. La preoccupazione per l’attendibilità del mio ruolo. Che è quella che serve anche portare a casa il pane da parte mia ma non basta. Ero molto operativo, in contatto con l’ambasciata e con tutte le fonti possibili di informazione. Col pensiero ero sempre con lei. Ma quando si ama bisogna prendere dei rischi. Questa è la mia conclusione a posteriori.

Se dovesse tornare indietro cosa farebbe?
Partirei. Senza ombra di dubbio.

Ora come sta andando fra voi?
Abbiamo ritrovato insieme stabilità e solidità. Non solo fra noi ma con tutta la famiglia. Anche con le bambine, Lucy di 8 anni e Bianca di 2 anni. Ma non è stato facile.

Come ha raccontato la guerra alle bambine?
Mia figlia Bianca non sa nulla della guerra. Mentre l’altra figlia, Lucy, purtroppo sa. E’ un trauma che ha vissuto. Per lei la guerra è avere lontane le persone care e forse non vederle più. Alla più piccola per ora non intendo spiegare. Da grande farà lei le sue domande e allora risponderemo.

C’è un’opera che per lei traduce quella sensazione di vivere in una dimensione affine a quella che prova immaginando la vita in Ucraina?
Forse il Trovatore di Verdi. L’opera del mio futuro debutto a ottobre a Barcellona. Interpretare un personaggio che vive e agisce in una situazione belligerante mi porta a sensazioni che devo ancora interiorizzare. Ma penso che non ci sia bisogno di un’opera che parli di guerra per descrivere il momento della perdita o quello del conflitto. Oppure per descrivere quel pianto che arriva anche a chi la guerra la fa.

Come l’arte può intervenire su qualcosa di così grande come la guerra?
Può fare moltissimo. Far capire che la musica è super partes. Che vola a un altro livello. Con Stefania stiamo lavorando con un associazione ucraina per un evento di beneficenza. Saremo a Villa Nobel a Sanremo nel corso dell’anno per raccogliere fondi e aiutare i bimbi ricoverati negli ospedali ucraini. Per dare una mano offrendo cure e trovando loro sistemazioni. Ecco un altro esempio di cosa può fare l’arte.

Cosa pensa delle reazioni dei teatri occidentali sulla presenza degli artisti russi nel corso di questa stagione?
Sono contento che ora tutto si sia risolto. Ho lavorato con tanti colleghi russi senza alcun problema. Questo significa che la musica va oltre. Che serve a capire che ci deve essere una pace. Che unisce le persone fra loro.

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