Volano stracci tra il e il M5s e il Pd, in Sicilia: “Il Partito democratico siciliano somiglia sempre di più a quello nazionale, così non va”, tuona Nuccio Di Paola, referente regionale del Movimento. Il motivo dello scontro è il simbolo dei dem, depositato oggi a Palermo per le prossime regionali del 25 settembre. Lo scorso mercoledì, in una infuocata riunione, il M5s laveva chiesto in sostanza che Chinnici fosse candidata super partes, e aveva anche avanzato la richiesta che il Pd non sfoggiasse il nome della candidata nel simbolo. Una richiesta eccessiva secondo i dem che avevano subito risposto con un secco no.

E così è stato, sul simbolo del Partito democratico depositato oggi c’è il nome di Chinnici, non c’è invece in quello depositato dal M5s. Un motivo in più per scontrarsi alla vigilia della presentazione delle liste: c’è ancora tempo fino al 26 agosto. Entro quella data i due partiti dovranno decidere se restare ancora in coalizione o meno, nonostante la rottura romana, e dopo avere sottoscritto assieme le regole per le primarie alle quali hanno votato entrambi gli schieramenti. Intanto Di Paola alza il tiro: “Sono certo che Chinnici a breve risponderà al nostro documento di 9 punti, il problema è il Pd: sta sottovalutando la situazione”.

Nella coalizione opposta, invece, si ricompattano le posizioni sulla candidatura di Renato Schifani, ma non senza mal di pancia. Il nome dell’ex presidente del Senato è stato deciso tra Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Tutto fatto lasciando allo scuro il plenipotenziario di Fi in Sicilia, il presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché. E alla fine la mossa è riuscita: Giorgia Meloni ha scelto tra una rosa di candidati, stando ad alcune ricostruzioni, non confermate. Dopo l’annuncio di Fdi venerdì è calato il gelo in Fi, salvo poi uscirne con una nuova proposta, quella di Barbara Cittadini, avanzata da Micciché e subito rifiutata. Il forzista è stato infine costretto a soccombere e sabato mattina ha lanciato un comunicato in cui ha ufficializzato la candidatura di Schifani, nel frattempo rimasto in silenzio.

Questa l’esegesi che, dopo lotte intestine e veti, ha portato il centrodestra a ritrovare la quadra. Ma è una sintesi che lascia molti sconfitti sul campo, e che molti definiscono “assurda”, non manca, addirittura, tra le file del centrodestra, chi scommette che se “Schifani dovesse vincere non finirà la legislatura, viste le inchieste in cui è rimasto coinvolto e il processo in corso a Caltanissetta”. Intanto, quest’esito sancisce la sconfitta di Nello Musumeci, il presidente uscente, che dopo una strenua resistenza agli attacchi di Micciché (“Contro di lui vincerebbe anche un gatto”, aveva detto l’azzurro), ha ceduto il passo lasciando lo scranno più ambito nell’isola, senza la riconferma. Ma la scelta di Schifani sferra un colpo pure a Micciché, non solo perché frutto di un accordo a sua insaputa, ma anche perché l’ex presidente del Senato è parte di quell’ala di Forza Italia a lui meno vicina e che era favorevole alla riconferma di Musumeci, tanto da avere abbozzato un ammutinamento lo scorso marzo, quando gli animi nel centrodestra erano caldissimi. Schifani è dunque risultato il nome buono per non darla del tutto vinta al presidente dell’Ars, che è stato alla fine stretto in un angolo, ingoiando il boccone amaro servitogli da Meloni.

Intanto è arrivata l’ufficialità sul candidato scelto da Italia viva e Azione per correre da governatore: si tratta di Gaetano Armao, attuale vicepresidente della Regione Siciliana e assessore all’Economia. Lo annunciano in una nota congiunta i renziani e il partito di Carlo Calenda. “Siamo molto grati a Gaetano di aver accettato la candidatura – prosegue la nota dei due partiti -. La sua è una figura di alto profilo e rappresenta un’offerta di competenza e concretezza per i siciliani mentre sia il centrodestra e il centrosinistra sono alle prese con teatrini, divisoni e veti incrociati. La Sicilia e i suoi cittadini meritano molto di più”. In passato Armao è stato vicino a Forza Italia, mentre prima di far parte della giunta di Nello Musumeci era stato assessore anche con Raffaele Lombardo.

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