In quell’interminabile gioco dell’oca che è diventata la vendita di Alitalia prima e di Ita Airways adesso, si rischia di tornare, di nuovo, alla casella di partenza. Nel frattempo la compagnia si è via via rimpicciolita, oggi ha una mini flotta di una cinquantina di aerei (meno di un quinto di Air France), ed è costata ai cittadini italiani 13 miliardi di euro. Cifra che oggi consentirebbe di comprare Lufthansa e Air France messe insieme. “Dal 25 settembre in poi tutto potrà cambiare e al rilancio della nostra compagnia aerea di bandiera penserà chi governerà. Ora che abbiamo affrontato sacrifici indicibili per comprimerne i costi, occorre valutare con attenzione la presenza dello Stato nella compagnia e la partecipazione azionaria di altri partner”, ha dichiarato oggi la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni che ha concrete possibilità di entrare a palazzo Chigi dopo le elezioni. Meloni ha aggiunto di augurarsi che “Il presidente Draghi smentisca l’ipotesi di un’accelerazione del processo di vendita di Ita a Lufthansa. È un argomento del quale si sta parlando molto sui media e che ci fa letteralmente sobbalzare visto che il governo è dimissionario e può occuparsi solo di affari correnti. Questo non lo sarebbe affatto. Saremmo tutti molto più sereni se arrivasse dal presidente Draghi una sua smentita”. Parole che hanno fatto rumore anche in Germania: “Se Meloni dovesse effettivamente diventare capo del governo, Lufthansa dovrebbe probabilmente accantonare il suo progetto di ingresso in Ita”, scrive Handelsblatt, in un articolo firmato da Jens Koenen e Christian Wermke. Il maggiore quotidiano economico tedesco sottolinea che l’offerta di acquisizione di Lufthansa stava andando a buon fine, ma che un’eventuale vittoria di Fratelli d’Italia alle urne diventerebbe un ostacolo. Lufthansa non fa commenti, si legge, ma segue con “massima attenzione” gli sviluppi.

Ita Airways, sorta dalle ceneri di Alitalia, è controllata al 100% del ministero del Tesoro. Esito terminale di una crisi che dura da oltre vent’anni. Nel 2007 la vicenda sembrava essere vicina ad una svolta risolutiva. Il governo Prodi era infatti ad un passo da un accordo con Air France – Klm per la cessione della compagnia, operazione che sarebbe avvenuta a ben altre condizioni di favore per il vettore italiano rispetto a quelle attuali e che avrebbe portato nelle casse del Tesoro 1,7 miliardi. Silvio Berlusconi, in procinto di ridiventare presidente del Consiglio, però bloccò tutto per “salvaguardare l’italianità”. Partì quindi la poco fortunata avventura dei “capitani coraggiosi”, guidati da Roberto Colaninno a cui si unirono anche i Benetton, Tronchetti Provera, i Riva dell’Ilva ed Emma Marcegaglia. Prima però la compagnia venne divisa in due e la parte con debiti per un miliardo (la “bad company”) accollata allo Stato che dovette anche sobbarcarsi la cassa integrazione per i 7mila esuberi. Andò comunque male con la compagnia arrivata a perdere 1,5 milioni al giorno. Così, nel 2013, la “crème” dell’imprenditoria italiana gettò la spugna.

Con la stampella di Poste Italiane, che entra nell’azionariato, il governo Letta strappa nel 2015 un accordo con la compagnia di Abu Dhabi Ethiad. Nuovi tagli (sempre a carico dello Stato) e nuova avventura. Andrà male pure questa. Dal 2017 la compagnia finisce in amministrazione straordinaria. Nel 2018 il governo stacca un assegno da 900 milioni di euro per tenere a galla la compagnia. Seguono anni di trattative e improbabili ipotesi di cordate che coinvolgono a vario titolo Atlantia dei Benetton, Ferrovie dello Stato, Easyjet, Delta, Lufthansa e altri. Non se ne farà nulla. Intanto però lo Stato continua a versare centinaia di milioni nelle casse della compagnia. Lo scorso ottobre decolla Ita Airways, in teoria una nuova compagnia senza legami con Alitalia per soddisfare le richieste di Bruxelles. In realtà un vettore che opera in piena continuità con il precedente. I tagli di personale e di flotta però sono significativi. La nuova compagnia parte con circa 3mila dipendenti, quasi 10 mila in meno dell’ex Alitalia. Negli organici troveranno però posto gran parte degli storici sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil di Alitalia.

L’esordio tra pandemia e ambiguità degli obiettivi è oggettivamente complicato. In poco tempo anche Ita inizia a imbarcare perdite fino a circa 2 milioni di euro al giorno. Nel frattempo, vettori low cost come Easyjet e soprattutto Ryanair, hanno riempito i vuoti lasciati dal progressivo ridimensionamento della compagnia di bandiera. Ad onor del vero Ita avrebbe messo a segno il primo piccolo utile nel mese di giugno. Lo ha annunciato il presidente Alfredo Altavilla che si è peraltro lamentato per lo stipendio da 400mila euro fissi e altri 400mila variabili giudicandolo troppo modesto e “lesivo della sua storia”.

Come lasciato intendere dagli stessi vertici, Ita è nata per essere venduta e la cessione avrebbe dovuto assumere una qualche concretezza già da un po’. “Entro fine giugno”, avevano annunciato presidente e amministratore delegato. In lizza due cordate: quella di Air France, Delta e fondo Certares e quella del gruppo navale Msc di Gianluigi Aponte affiancato da Lufthansa. Quest’ultima sembrerebbe aver prevalso, il governo Draghi vorrebbe chiudere entro l’estate, a meno che le vicende politiche non azzerino tutto. Intanto Ita ha chiesto al ministero del Tesoro di versare altri 400 milioni di euro per continuare a volare. La somma si aggiunge ai 720 milioni già spesi per la compagnia.

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