La campagna elettorale è già partita come un fulmine ma non credo sia passata inosservata, tra la popolazione, l’eroica autodifesa degli onorevoli poltronari, proseguita per quasi tutti i cinque anni della legislatura, a motivo di salvare il loro diritto previdenziale… che sarebbe svanito in un baleno qualora la Legislatura fosse terminata in meno di quattro anni e mezzo.

Ecco come funziona il “Pozzo di San Patrizio” per i nostri “onorevoli”: la legislatura dura cinque anni e gli “onorevoli” maturano la loro pensione in una sola legislatura con un criterio di calcolo basato sul sistema contributivo. E a quanto ammonterebbe la pensione che si sono regalati gli “onorevoli” dopo cotanta fatica?

Cercando sul web ho trovato qualcosa di utile nell’articolo di Mariolina Sesto, del Sole 24 Ore. Non ci sono riferimenti precisi ma applicando un metodo di calcolo “spannometrico” si può agevolmente stabilire che con una retribuzione media dei parlamentari tra i 15mila e 20mila euro al mese (considerando tutti gli extra per spese, trasferte, ecc.), e con una contribuzione mensile dai tre ai cinque mila euro, questa sarebbe pressappoco anche la pensione minima che verrebbe a loro erogata al compimento del 65esimo anno di età, anche in presenza di altri redditi.

Quindi con appena cinque anni di contribuzione i nostri privilegiati eroi, che in teoria dovrebbero lavorare per noi, potranno godersi una sostanziosa pensioncina che potranno sommare anche con altri redditi o pensioni non essendoci per loro vincoli di cumulo. Senza dimenticare che, al termine del mandato parlamentare, essi incasseranno anche una cospicua liquidazione di “fine rapporto”.

Vediamo adesso cosa è stato disposto dall’Inps in risposta ad una settantenne non “onorevole” che ha fatto domanda per avere la sua pensione dopo aver versato per vent’anni i contributi correlati al suo reddito, versati metà in Italia e metà negli Usa. Si chiama Mariarosa ed è sposata con una persona che ha già, di suo, una pensione Inps di circa 1.500 euro al mese. Ora vivono insieme in Italia.

Ha avviato la pratica con un patronato e ha atteso (due anni) la risposta che è finalmente arrivata il mese scorso. Ecco cosa stabilisce:

L’importo mensile è descritto in una tabella che varia di anno in anno e include un incremento minimale mensile di 88 euro. Lo sviluppo dei relativi calcoli conduce a una pensione mensile che sarà quindi, nel 2022, di circa € 115,39 al mese per 13 mensilità che fanno un totale annuo di € 1.499,55. Leggendo questa roba a qualcuno potrebbe venire subito una sincope che lo obbligherebbe a rinunciare anche a quel poco riconosciutogli dall’Inps.

“Ma no dai!”, le ho detto io, “non essere così pessimista, adesso c’è il Reddito di Cittadinanza, che già da quest’anno, potrebbe arrivare a mille euro al mese. Ah già, tu hai però il reddito del marito, quindi non puoi chiedere il RdC, però una pensione di 115 euro al mese è ridicola, quindi ti daranno la pensione minima”.

“Tu dici? – mi ha risposto lei – Leggi qua cosa c’è scritto nella lettera dell’Inps”. Leggo: “La sua pensione non è stata integrata al trattamento minimo in quanto dalla dichiarazione reddituale risulta superiore al limite previsto dalla legge”. In realtà lei non ha alcuna dichiarazione reddituale, quel reddito appartiene a suo marito che fa, per motivi fiscali, la dichiarazione congiunta. Ma cosa c’entra, dunque, la tassazione reddituale famigliare con i suoi versamenti previdenziali che sono individuali, non famigliari.

Beh, puoi sempre chiarire il tutto con l’Inps e chiedere di riconsiderare tutta la faccenda. Ma l’Inps non è per nulla elastica, ha delle procedure che devono essere rispettate se si vuole essere ascoltati. Quindi bisogna entrare nel sito e utilizzare il Sistema Pubblico di Identità Digitale (Spid). Chi non lo ha deve richiederlo (tempo di attesa per l’appuntamento: fino a tre mesi). Il documento dell’Inps si chiude con gli strumenti di tutela che sostanzialmente sono ancora lo Spid o un Patronato.

Una lavora 20 anni facendo lavoretti vari, pagati male ma pagandoci comunque le dovute tasse, provvedendo anche a costituirsi, con l’aiuto dello Stato, un piccolo conto previdenziale, ma quando arriva finalmente il giorno di riscuotere e si rivolge all’Inps… scatta automaticamente il “tritacarne burocratico” romano a ristabilire le distanze tra gli “onorevoli” e quelli che, nelle democrazie, si illudono di essere i padroni: senza contare che questo trattamento previdenziale “a pesci in faccia” (lavoro in nero sottopagato e senza accantonamento previdenziale) finora era una “prerogativa speciale” riservata quasi esclusivamente alle donne del lavoro autonomo. Il risultato lo vediamo in questo conteggio dell’Inps. Ma ora ci sono già tutte le condizioni affinché si allarghi per entrare nel destino anche di quasi tutti i salariati in generale, dipendenti di “società fantasma” create per perfezionare lo sfruttamento dei lavoratori e destinate a sparire prima di assolvere i loro doveri contributivi. Ormai sono in crescita ovunque persino nella “progressista” Europa.

Tridico, dove sei? Nessuno vi dice niente di cosa accade nel baraccone Inps? Nessuno ascolta la gente? Conte, Letta, davvero litigate tra di voi per rivendicare il vostro autentico essere di “sinistra”. Ve lo dico io: nessuno di voi due è veramente di “sinistra”. Potete davvero credere che la moltitudine di uomini e donne, come Mariarosa, dopo questo trattamento “previdenziale” verranno a votarvi? No, io non ci credo, anzi, sono convinto che se lei si mettesse davanti a una chiesa la domenica mattina con un cappello in mano, ogni mese potrebbe raccogliere cifre superiori a quei 115 euro senza doversi umiliare a obbedire agli ordini dispotici di una burocrazia che non e mai cambiata nella sostanza da quasi un secolo. Anzi, adesso ti obbliga persino a cambiare la tua persona da “umana” a “digitale”, così nessuno potrà più nemmeno piangere se ne ha voglia.

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