Il ritratto-intervista di Vogue alla first lady ucraina Olena Zelenska scatena le polemiche. Le immagini sono quelle di un servizio fotografico patinato. Lei appare con i capelli biondi vaporosi. Ora è in un sotterraneo: dietro di lei un uomo armato fa la guardia e dappertutto ci sono i sacchi che si usano per le barricate. Poi è con il marito, il premier Volodymyr Zelensky. Si abbracciano all’interno della loro dimora. Infine lo scatto la cattura in piedi in cappotto blu, davanti a mezzi militari accartocciati, circondata da soldatesse in mimetica. L’intervista alla first lady dell’Ucraina ha le fotografie di Annie Leibovitz, la grande ritrattista americana. Quella che ha seguito i tour dei Rolling Stones, quella che ha immortalato John Lennon nudo in posa fetale aggrappato a Yoko Ono vestita di nero. Ma ora c’è la guerra. Non siamo a un concerto rock e nemmeno a qualche evento di alta moda. Su Twitter i commenti si fanno pesanti di ora in ora. “C’è una guerra con tanti morti e questi si mettono a fare un set fotografico per una famosa rivista – tuona un commentatore – sensibilità zero, mancanza di rispetto per tutti i morti, per tutte le persone che stanno combattendo per loro. Vergogna”.

Ma non è l’unico: “Quando il gioco si fa duro, è il momento del servizio fotografico di Vogue”, gli fa eco un altro. Ma c’è anche chi pensa che sia un modo come un altro per ottenere aiuti economici: “Io non mi scandalizzo se i coniugi Zelensky si fanno fotografare da Vogue – interviene una donna – Vogue paga bene, perché no? Certo non è piacevole per chi sta fra sangue e merda. Forse questi soldi andranno a qualche onlus, non lo so. Lo spero”. Una straniera scrive: “La gente sta soffrendo ma lui e sua moglie fanno shooting per Vogue. Incontrano celebrità e hanno miliardi di dollari dagli Stati Uniti, senza alcuna supervisione. L’intero governo è corrotto”.

Il servizio di Vogue numero di luglio si aggiunge a quello di aprile scorso sul ‘leggendario ucraino” e le sue pubblicazioni. Stiamo parlando del leader del movimento nazionalista ucraino Stepan Bandera, autore di un genocidio di ebrei nel suo Paese. E a innescare nuove reazioni invelenite sono anche in questo caso dei post su Twitter, dopo che il magazine Vogue ha pubblicato il servizio sui suoi libri. “Quindi, a quanto pare Vogue ora fa anche la tifosa per il ‘leggendario’ Bandera che ha partecipato all’Olocausto?, commenta Levi Godman oggi. E siamo già a 5 mila commenti solo sul suo post. “Bandera è un eroe dell’Ucraina ma si è reso responsabile del genocidio di 200 mila civili polacchi. L’Ucraina continua a non ammetterlo”, specifica una commentatrice.

Ecco un’altra voce: “Forse l’industria del turismo di guerra sta rallentando e possiamo aspettarci che lui (il premier, ndr) riceverà un Nobel per la pace abbastanza presto?”. La figura di Bandera continua a far discutere. All’epoca del servizio c’era chi aveva un’altra opinione su Bandera: lo scrittore Stephen King, che lo ha lodato definendolo un “grande uomo”. L’autore di best-seller come “Shining” e “Carrie” era caduto vittima di uno scherzo. Lo ha spiegato così: ha ricevuto una chiamata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ma in realtà era impersonato da due noti “pranksters” russi conosciuti con i soprannomi Vovan e Lexus. Gli hanno chiesto di andare in Ucraina per combattere e si sono presi gioco di lui. Descrivendo così le gesta di Bandera: “Combatté contro l’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, commise qualche crimine ma nulla di grave. Si tratta certamente di qualche crimine contro gli ebrei, ma è importante distinguerlo da Putin”. King ha confessato di non aver mai sentito parlare di Bandera prima, pensando fosse uno dei generali o dei consiglieri di Zelensky, come ha spiegato alla stampa.

Ma torniamo alla moglie di Zelensky e al fotoservizio. La consorte del presidente dell’Ucraina è stata una scrittrice di commedie per molti anni e ha sempre preferito rimanere dietro le quinte, mentre suo marito, un comico diventato politico la cui presidenza potrebbe determinare il destino del mondo libero, brillava sul palco”. Lo spiega la giornalista di Vogue nell’articolo. E prosegue: “Quando l’ho incontrata non molto tempo fa in un pomeriggio piovoso a Kiev, con i caffè affollati anche sotto il suono delle frequenti sirene dei raid aerei, il suo viso luminoso e gli occhi verde-marrone sembrano catturare l’intera gamma di emozioni che attualmente attraversano l’Ucraina: una profonda tristezza, lampi di umorismo nero, ricordi di un passato più sicuro e felice e un nucleo d’acciaio di orgoglio nazionale”. Nelle due conversazioni che hanno avuto a Kiev – dice ancora la giornalista – è stata schietta, dignitosa ed elegante, vestita con discrezione da stilisti ucraini. Il primo giorno con una camicetta bianca con un fiocco di velluto nero e una gonna nera, il secondo giorno in jeans a gamba larga e sneakers bianche con dettagli gialli e blu. Evocazione della bandiera ucraina che il marchio The Coat ha inserito nel suo progetto di solidarietà.
“Sembra strano parlare di sterminio del popolo ucraino e della moda ucraina nella stessa conversazione – ammette la giornalista – eppure questa è la dissonanza cognitiva che governa l’Ucraina oggi, in cui designer e professionisti di ogni tipo si mobilitano, dentro e fuori i loro confini, per sostenere il Paese. Quella schizofrenia è particolarmente vera a Kiev, dove puoi prendere un matcha in un bar e poi guidare per un’ora da Bucha per vedere la fossa comune. È difficile da digerire”.

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